utenti online

Abbiamo 70 visitatori e nessun utente online

in chat
il dono 1
gruppo AMA post aborto 0
gruppo AMA mammesingle 0
aiutaci!

sostieni il progetto de IL DONO con una donazione!

offerta:   EUR

IL DONO, per ricominciare

è vita - inserto di avvenire del 15.4.10Quattro anni fa, nel 2006, alla soglia del trentennale della 194 ci siamo stupiti nel constatare che ancora non c’aveva pensato nessuno: quella donna che, per qualunque motivo, ha scelto o dovuto scegliere di non portare avanti la gravidanza, è da qualche parte e nessuno gli chiede come sta, né lei ha coraggio di parlarne a qualcuno. Un dolore nascosto, lutto proibito come lo chiamano in America, che non merita di essere dichiarato perché c’è quell’aggettivo, “volontario” vicino alla parola aborto che limita la legittimità della sofferenza e della perdita. Perché è una sofferenza che “te la sei voluta tu” e per questo che piangi a fare?


Così l’associazione IL DONO, allora neonata, sceglie di investire le sue energie in difesa della vita, in una maniera tutta nuova: accogliendo non solo chi è in dubbio su cosa fare (sostegno alla gravidanza indesiderata,inattesa o difficile), ma anche chi, avendo già fatto una scelta di aborto, non riesce più ad andare avanti (sostegno alla conseguenze psicologiche dell’aborto volontario).
Le tantissime telefonate, i contatti, il grande boom del sito web dove si può accedere ad un forum ed una chat di supporto, sul modello dei più moderni progetti di self help d’oltremare, sono un grido che denuncia che ci si può pentire, sì.  Come ci si pente di aver comprato questo piuttosto che quel vestito; ci si pente di un modello di macchina pur attentamente scelto per mesi; ci si pente di un fidanzato lasciato o di una storia iniziata, di un posto di lavoro, di un trasferimento, ci si può pentire di tutto e perché non di una decisione così tragica, l’unica in quelle elencate che sia realmente irreversibile, la scelta di far morire un figlio?
E di questo pentimento si soffre in maniera struggente, devastante. Abbiamo ascoltato migliaia di donne che hanno cercato la morte come unica soluzione a una vita che non sembrava offrire più nulla, poiché quando hai ucciso tuo figlio non puoi meritare più niente di bello e buono. Coppie che di fronte a un aborto terapeutico, esplodono, anche se entrambe le parti sono pronte a dichiarare che era la scelta migliore per quel figlio.. e non sanno spiegarsi perché tra loro, proprio all’ombra di quella scelta migliore, il rapporto non funziona più.
Dal 2006 il Dono è un posto in cui si incontrano (non solo virtualmente, grazie ai centri di ascolto e alle case di accoglienza) due realtà apparentemente opposte: chi ha abortito e chi in mezzo a mille difficoltà ha scelto di andare avanti. E questi due mondi si prendono per mano e cominciano a camminare; come una famiglia varia in cui si condividono le cose belle e quelle brutte, si accettano consigli e si cresce insieme, dove i figli sono accolti come il più grande regalo e le difficoltà possono essere superate se non ci si lascia nella solitudine. Dove si parla di fede, si matura e ci si fa le ossa smettendo di guardare solo se stessi per protendersi all’altro; mettendo a disposizione la propria vita come testimonianza. Ecco, sì, una realtà su base esperienziale, dove tanto chi sceglie di andare avanti che chi la sua scelta l’ha già fatta sono disposti a mettersi in gioco per dire: “non sai cosa fare? Guarda, guarda me e scegli”. Sono già nati più di 300 bambini, abbiamo accolto e ascoltato più di 2000 persone.
Strano che ci sia stato questo omissis sociale. Ed ora constatiamo che anche altri se ne stanno accorgendo. Così ci arrivano segnalazioni da parte di professionisti che entusiasti ci parlano dell’apertura di gruppi di accompagnamento all’aborto. Che squallore! Davvero si può credere che chi soffre per un aborto, soffra perché non è stato adeguatamente accompagnato a eliminare quel figlio o perché non era abbastanza motivato! Ebbene sì! E c’è gente, persino professionisti che fa di questo il suo punto d’orgoglio! Accompagnamento prima, durante e dopo l’aborto (sarei curiosa di sapere chi è quella disperata che torna da chi l’ha accompagnata ad abortire per dirgli scusi dottore, ricorda quando mi ha detto che facevo bene ad abortire…ecco, non sto mica tanto bene…) perché così si previene la sindrome post aborto. Possibile non ci si renda conto che la sindrome post aborto si previene non abortendo, e non accompagnando a suicidarsi nel migliore di modi?
Le statistiche in America – dove il post aborto è stato affrontato e studiato quasi di pari passo con la legalizzazione dell’interruzione di gravidanza – parlano di un tasso di suicidio tra coloro che hanno vissuto questa esperienza che si aggira intorno al 250% cioè una persona che ha abortito è due volte e mezza più esposta alla possibilità di una depressione tale che arriva al suicidio, di chi non ha alle spalle questo vissuto. Un dato impressionante, eppure è reale, e noi possiamo confermarlo. Ci sono suicidi che passano per l’autolesionismo, per i disturbi dell’alimentazione, per le dipendenze da alcool e stupefacenti; tantissime hanno dichiarato di aver guidato nella speranza di schiantarsi contro un albero “così raggiungo mio figlio”. Considero la morte ontologica, quella dello spirito dell’anima, una  morte tangibile e concreta, che fa essere uno zombie in mezzo ai tuoi figli viventi, che ti rende incapace di gioire dei loro progressi perché non meriti alcuna gioia.
Il percorso di risalita e di guarigione che l’associazione offre a chi si rivolge a lei dopo una interruzione di gravidanza parte dall’ascolto. Ma non può fermarsi a guardare un evento come se fosse l’evento principe nella vita della persona: perché l’aborto è una scelta che viene da lontano che si radica in una cultura formatasi passo passo e che porta, come una serie di gradini, a poter concepire anche, ma non solo, l’eliminazione di un figlio. Ed allora per sradicare questa mentalità è necessario ripercorrere a ritroso dove essa si è radicata, in un cammino difficile, lento e spesso doloroso, che non tutti si sentono di affrontare perché certamente è più semplice mettere il cerotto o fare la cosmesi del danno evidente piuttosto che scendere in profondità; ma che una volta affrontato porta a delle rinascite che sanno di miracolo.
Le persone che si sentono accolte sanno ancora, i questa società così poco accogliente, re-imparare a mettersi a disposizione, a dimostrarsi accoglienti. Così i nostri volontari sono principalmente coloro che hanno  usufruito in prima persona del lavoro dell’associazione e sentono di dover restituire, gratuitamente, ciò che gratuitamente hanno ricevuto.

 

Scritto per il quotidiano AVVENIRE inserto "è vita" del 15.4.2010