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pubblicato su Tracce

Pablo ha vissuto ventidue settimane e un giorno. Una vita cortissima. Ma è stata capace di trasformare quella di Lucia. È un lunedì mattina, quando entra in ospedale per abortire. Gli esami hanno evidenziato una malformazione. In sala parto, l’ostetrica le chiede se vuole vedere il bambino. Lei rifiuta. Poi cambia idea. «Me l’hanno messo tra le braccia e le parole mi sono uscite da sole: “Amore mio”. Era stupendo. Sembrava dormisse», racconta Lucia a Tracce. Davanti al medico, a un elenco dettagliato di problemi senza soluzione, l’aborto le è sembrata l’unica possibile. «Io non volevo soffrisse e l’ho ucciso. Che inganno». Il primo attacco di panico l’ha sorpresa poco tempo dopo: «Di lì è iniziata la disperazione. Ero schiacciata dall’angoscia. Con lui sono morta anch’io». Questa frase è identica in tutte. Nelle storie delle donne che hanno abortito, la ripetizione delle stesse parole è vertiginosa. Madri che non si conoscono, con età ed esperienze diversissime. Ma il dolore è uno. Basta entrare nei forum virtuali dove si rifugiano, sono messaggi senza volto che gridano allo stesso modo. Cercano chi capisca quel grido. E sono piene di domande.

 

Quello del post-aborto «è un mondo tabù». Cinzia Baccaglini è psicoterapeuta familiare e membro del consiglio direttivo del Movimento per la Vita. Ha seguito centinaia di donne segnate dall’interruzione volontaria di gravidanza. È nelle chat e nei blog femminili che emerge tutta questa sofferenza negata. Si perde dietro a dei nickname. Anonima e sconfinata. «Non servo a niente. Che cosa sono? Chi sono? Tutto continua, normalmente, senza senso. Sono morta quel giorno». Qualcuna è colta da delle crisi, alla sera, non sa dargli un nome: «Mi sento qualcosa salire dentro il corpo, un peso che mi fa scoppiare in lacrime». E quasi tutte scrivono rivolgendosi ai figli, parlano con loro: «Ti penso sempre. Ho avuto paura del tuo arrivo, ma più passa il tempo e più il senso di colpa si insinua nella mia anima». Sono lettere a bambini mai nati, ma presenti: «Sei arrivata all’improvviso. Ora mi restano solo i cinque mesi in cui la tua vita ha incontrato la mia e quella di tuo padre».

Parlano di genitori, amici, medici, che dopo anni non riescono ancora a perdonare. Perché sono stati a guardare. Neutrali. «La ritenevano una scelta troppo personale. Così le mie paure si facevano sempre più minacciose», dice Jo. Come altre mamme che decidono di dare la propria testimonianza e le cui storie sono raccolte in libri, pochi e preziosi (cfr. box), anche Jo vorrebbe che quel giorno non ci fosse mai stato: «Il rumore dell’aspirazione del mio bambino, poi il vuoto». Che è continuato per mesi: «Mi dava una certa tranquillità, perché non mi confrontavo. Poi è arrivato il senso di colpa. Non è una cosa astratta il senso di colpa, ha a che fare con la tua identità. La mia vita andava benissimo, ma la colpa cresceva a ogni gioia: era la felicità stessa che mi addolorava, la mia punizione. Eppure in fondo lo avevo fatto per questo, per avere una vita secondo tutti i miei sogni».

Bijoux dice di essere stata «stravolta dal mistero della vita. Poi ho iniziato a guardare quello che succedeva da dietro a una finestra. Quando me ne sono resa conto, ho desiderato e cercato la morte». È insopportabile non poter rendere giusto quello che si è fatto. E quello che si è subìto. «Nessuno mi aveva detto: dopo sarai morta anche tu. Nessuno. Mi dicono che non era ancora vivo perché non era cosciente. Ma era vivo eccome dentro di me! Ora grazie a me è morto». Come se scoprissero troppo tardi che si trattava di vita o di morte. Simona scrive dopo anni, nella speranza di essere utile ad altre: «La verità? L’unica verità? È che la vita arriva e non ti chiede il permesso. E il solo modo per non rovinartela, tu donna che vuoi costruirtela una vita, è dire sì. Alla vita e al miracolo di cui fai parte e nemmeno te ne accorgi. È dire sì all’amore che è più forte di tutto, delle paure e della morte. Quale? Quella che ti ritrovi davanti quando esci». Dalla sala operatoria.

L’aborto ha conseguenze scientifiche di cui le donne non sono nemmeno informate. «E che colpiscono anche padri, figli, nonni. Nonché i medici, gli infermieri. A livello mondiale, sono riconosciuti tre quadri gnoseologici», spiega la Baccaglini. C’è la psicosi post-aborto, che insorge nei tre mesi successivi ed è un disturbo in prevalenza psichiatrico. C’è lo stress post-traumatico, della stessa natura di quello dei reduci di guerra: «Pensieri intrusivi, disturbi ossessivo-compulsivi, insonnia, ansia, depressione». Infine, la sindrome post-aborto: «Un insieme di disturbi, fino allo scollamento psicotico, che insorgono subito dopo o nel tempo. Comunque, il fatto dominante è che a essere coinvolta è la persona tutta intera». La ferita è talmente profonda che emerge in mille modi e in mille altri si cerca di negarla. Ma tutto, cuore, corpo, mente, reagisce prepotentemente a questo evento che scuote la vita. «La persona è un’unità inscindibile. Un fatto come l’aborto travolge la nostra essenza relazionale, la nostra natura di refero, di “essere portatore” di un significato». Esattamente come lo è il bambino, per il fatto di esistere: «È questo riconoscimento la prima cosa che manca. Meglio, è negato. Perché non si aprono gli occhi su una realtà semplice. Come se il concepito non avesse un volto umano. Dopo, quando si soffre, si tende a “cosificare” o “angelizzare” il bambino». Invece è carne e sangue. Per le madri stesse non è mai qualcosa quel figlio. Dicono tu. «Non ne ho mai incontrata una che pensasse che il suo bambino fosse finito in nulla», continua la Baccaglini: «Nessuna, di qualsiasi religione o cultura. Il problema è che i sintomi e il dolore possono rimanere latenti molto a lungo. E, con loro, la consapevolezza».

Quando Serena Taccari e il marito Edoardo hanno aperto un’artiginale paginetta web, sono stati contattati di colpo da cinquecento donne. Erano lì ad attendere che qualcuno si affacciasse al loro bisogno. Oggi, dopo cinque anni, la Taccari è presidente dell’associazione Il Dono, in Italia una delle più importanti realtà di accompagnamento al post-aborto. È nata da una sua esigenza. A diciannove anni è rimasta incinta. «La mia situazione non era facile, ma io non sono stata più brava di altre. Semplicemente sono stata accolta. Innanzitutto dalla mia famiglia. Sono stata accompagnata, giorno dopo giorno, se no non sarei qui, non ci sarebbero i miei cinque figli». Guardando la sua storia, le è nata una domanda: «Mi chiedevo sempre: cosa ne sarà di tutte le altre mamme nella mia situazione? Era un’esigenza mia, avevo bisogno di capire».

Così è nata la storia dell’associazione. Imparano cosa serve man mano, nella condivisione con queste donne: «L’80% di loro si rivolge a noi dopo aver già abortito. Sono persone che non hanno avuto la possibilità di una compagnia che desse loro fiducia nel mistero della vita». Lo strumento che hanno scelto - internet - ha permesso di entrare in contatto con oltre duemilacinquecento mamme. Sono quasi quattrocento i bambini nati con il loro accompagnamento. Senza contare le telefonate che ricevono i volontari, in varie città d’Italia. Incontrano donne che credevano che la felicità fosse in tappe stabilite da loro stesse. O lasciate sole per essere lasciate libere. Madri che hanno questo male irrisolto anche a quarant’anni dall’aborto. «L’aiuto che chiedono, però, è uno solo», dice la Taccari: «Poter affrontare tutto insieme, anche la morte. È l’esperienza del cristiano. Solo con Cristo si può affrontare la morte. Se non conosci Dio è impossibile avere la speranza vera, rinascere dal dolore». A Roma, l’associazione sta per aprire il primo centro d’accoglienza per sostenere le gravidanze. E organizza weekend per il post-aborto, dove c’è anche la possibilità di accedere ai sacramenti e incontrare sacerdoti: «È un percorso del tutto libero. Però il peccato è stato inchiodato sul legno della croce e chi non scopre questo ce l’ha sulle spalle. E ne viene schiacciato».

È proprio al Dono che Lucia, la mamma di Pablo, ha trovato aiuto. «Avevo un bisogno disperato di condividere quello che mi succedeva. Ho iniziato un lavoro su di me, che mi sta portando dove non avrei mai immaginato. Darei qualsiasi cosa per tornare indietro. Ma l’amore di Pablo per grazia di Dio è diventato un cammino. La sua vita ha cambiato la mia». Non è il dolore per quello che hanno fatto a farle rinascere, a cambiarle. Nemmeno il dolore più consapevole. «Dalla morte non può venire la vita», continua la Taccari: «La positività viene solo dalla vita. Da quella, se pur così breve, dei loro figli». Resta impressa come solo l’essere può fare. Lo dicono gli appunti del diario di una madre, che ripercorre giorno dopo giorno cosa le è successo. Il primo ad essere immortalato è il padre. Il 19 marzo. Contentissimo di diventare nonno, le stampa un bacio in fronte. Lei ancora oggi si chiede perché «quel bacio, il più affettuoso, il più bello, non sia stato abbastanza per me». Forse non si aspettava la reazione del fidanzato. E degli altri. Ha iniziato a coglierla la tristezza. «Ma tu sei qui», scrive il 23. Lo chiama già per nome, Tommaso. «Sono triste, ma ci sei tu. Sei un miracolo». Eppure, qualche giorno dopo, annota: «Sì, sei un miracolo. Ma ho paura di te. Come faccio ad avere paura di te?». Poi c’è la visita di controllo, la ginecologa che le chiede se vuole tenerlo o no. L’ecografia. «Ho detto che non ti voglio. Perché l’ho detto? Non lo so. Sono stanca di tutto questo peso su di me. Però ti amo come non ho mai amato nessuno. È solo paura. Perdonami». Primo aprile: «Non esiste che ti uccido ma siamo matti? Non lo farò mai». Nove giorni di silenzio. Il 10 aprile: «Oggi lo faccio. Ho pianto tutta la notte». Questa madre ha vissuto con suo figlio solo otto settimane. Ma, dopo un lungo cammino, dice che è stato lui a farle fare tutta questa strada: «Quello che c’è di positivo me l’ha insegnato lui. La mia vita, fino a oggi, non ha avuto nemmeno la parvenza di una vita vissuta pienamente. Ti ringrazio per l’amore che mi hai dato».

È un legame che si crea, che nemmeno la morte toglie. L’aborto non lo spezza. «Perché non si tratta del figlio che “potevamo avere”, ma del figlio che avevamo», dice Lucia. Ogni giorno mette la sua esperienza al servizio di altre madri: «Serve un lavoro su di sé, bisogna andare a scavare, nella propria umanità e nella propria storia. L’aborto non è avulso da tutto il resto della nostra vita. È un cammino molto personale, in cui ciascuno scopre i suoi idoli». Dove, cioè, ha riposto il senso della propria vita. «Se è in altro da Dio, se è nell’apparente soddisfazione delle proprie aspirazioni, porta alla rovina», dice Giuseppe Garrone, responsabile nazionale dell’Sos Vita. Ha aiutato migliaia di donne. Ma c’è una telefonata che non dimenticherà mai: «Era una donna che aveva abortito a 18 anni. Ne aveva 87. Ha pianto tutta la vita». L’intera l’esistenza sembra inseguita da questa ferita. È diverso, è proprio parte di sé. «La prima cosa che ricordo a queste donne è che Qualcuno le ama», continua Garrone: «E anche loro figlio le ama e le perdona: là dove è lui ama la sua mamma, perché gli ha dato la vita che per lui è eterna. Non desidera altro che sua mamma sia felice. E io non ho nient’altro da dare a queste donne se non Cristo. Che non è roba mia». Dice che in loro ha visto meraviglie. Come tanti figliol prodighi. Dio affida a loro un’altra vita, «ma vogliono essere loro a gestirla». È solo il Suo abbraccio che fa rivivere tutto: «Queste donne scoprono quale potenza ha la Resurrezione di Cristo. Ne sono il segno stesso». Come Lucia. Che è grata a Dio e a Pablo. «Io e mio marito avremmo voluto che fosse sano. Ora capisco che è stato lui a guarire noi. La redenzione non dipende nemmeno dal mio senso di colpa, dalla sofferenza. Dio mi ha dato un dono immenso affidandomi la vita di Pablo. L’ha affidata proprio a me. E nonostante quello che ho fatto mi ha dimostrato la Sua misericordia».