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Guarire dall'aborto

intervento nell'ambito del congresso organizzato da Avvocatura in Missione sull'aborto e la 194

Dovremmo riflettere sul nostro modo di cercare aiuto, e dovremmo sempre chiederci e cercare di capire che tipo di aiuto vogliamo e da che cosa veramente vorremmo guarire.. altrimenti rischiamo di prendere qualcosa qua e là, a modo nostro, quello che ci piace di più, e rischiamo di rimanere a bocca asciutta e insoddisfatti, con il nostro zaino di problemi ancora sulla schiena senza capire perchè non riusciamo a liberarcene..

A gennaio del 2006 è nata dal desiderio mio e di mio marito di portare la nostra esperienza di coppia come strumento a difesa della vita, l’associazione il dono onlus che si occupa di sostenere le donne che affrontano una gravidanza  indesiderata e chi , avendo abortito porta su di se le sequele psicologiche umane e spirituali di questa scelta volontaria.

 

Mentre il sostegno alla maternità è sempre stato molto diffuso, nel settore del sostegno al post aborto, per quanto cercassimo di documentarci, non siamo riusciti a trovare niente di italiano che ci mostrasse una via per offrire un adeguato appoggio a chi non era più capace di trovare un senso alla sua vita dopo la perdita del figlio per aborto. Le risorse che principalmente siamo riusciti a reperire venivano da esperienze d’oltremare e la cosa che di certo più ci colpì fu la maniera di inquadrare l’evento abortivo come se fosse possibile curare un settore dell’animo umano come se nella storia di una persona si potesse vedere solo quella serie di fotogrammi durati una manciata di settimane. Il non ritrovarci in questa visione “parziale” dell’uomo ci ha spinti a iniziare una “avventura nuova” piuttosto che gemellarci con qualcosa di già esistente.

Interruzione di  gravidanza è già di per se un termine molto ingannevole: richiama alla mente il tasto “pausa “ su un riproduttore musicale..la canzone che stai ascoltando l’interrompi perché questo non è il momento adatto o devi fare qualcosa di più importante per poi riprendere più tardi l’ascolto, quando sarà il momento più opportuno. Niente di più falso. Non c’è proprio nulla che si riprende poi. L’unicum dell’essere umano, una volta interrotto , terminato il suo processo vitale non potrà più esser ripreso, non ci sarà la seconda chance, non ci sarà l’attimo più opportuno poiché quello che a noi sembrava “inopportuno” , proprio quello era il SUO attimo e per quell’essere umano unico era irrepetibilmente opportuno.

Con questa verità ciascuna donna , ciascun uomo, chiunque entri in contatto per via diretta o indiretta con l’aborto deve farci i conti. Come si fa i conti con qualunque morte: se la mamma muore e il babbo si risposa, si, certo potrai chiamare mamma la seconda moglie, ma questo non la renderà un rimpiazzo di quella che non c’è più: lei non c’è più e basta.

Purtroppo una società che diseduca al guardare la sofferenza a relazionarsi con la malattia e la morte non offre chiaramente una preparazione anche solo mentale o culturale all’impatto con l’assenza irreversibile e quindi è spesso questo il colpo più duro che si riceve: come se la morte nella sua univocità cogliesse impreparati. Come se non fosse l’informazione legale o medica o psicologica sull’aborto a essere la vera carenza ma un’informazione molto più semplice, molto più elementare: una volta che uno è morto non si può tornare indietro, questo figlio non tornerà più. Questa constatazione apparentemente elementare è invece fondamentale per parlare dell’unicità ormai svilita dell’individuo anche piccolissimo.

Dicevo che la cosa che ci stupì di più era la maniera di guardare l’evento abortivo nella vita delle persone come se fosse un evento a se stante, forse scollegato dal resto.. uno scivolone un errore, di cui magari ci si pente ed il compito diventava allora aiutare a riprendere la vita da dove si è “interrotto” , cosa possibile con adeguato supporto magari psicologico, fatto salvo certo un forte senso di mancanza e di vuoto che si inquadrerebbe nella necessità di elaborare un lutto più o meno complicato da sensi di colpa.

Questa visione, che certamente ha dei tratti indiscutibilmente corretti – la necessità di elaborare un lutto, la presenza di inevitabili sensi di colpa dettati appunto dalla volontarietà della morte cruenta del figlio – è anche la visione più istintiva e, nella nostra esperienza, quella che la maggior parte delle persone ritiene sia utile. O forse che ritiene sia “il massimo” del raggiungibile.

Ci tengo a precisare che di per se stesso consolare il pianto di una madre o di un padre che si rendono conto di avere irrimediabilmente perso per mano loro un figlio non solo è necessario ma è doveroso da parte nostra. Il punto è che limitarsi a consolare il genitore non lo aiuterà ad affrontare le motivazioni profonde che l’hanno portato all’aborto, ma potenzialmente lo convinceranno – finito il tempo del pianto - che l’aborto è stato un triste evento della sua vita, una cosa che “è capitata” ,cui non si era pronti..e che non ricapiterà..

Eppure in questa visione qualcosa stona.

Immaginiamo una scena di un crimine particolarmente efferato in cui vi venga detto che l’assassino in questione ha agito in preda a un raptus. Che normalmente era una persona assolutamente normale dotata di ottime facoltà mentali di cui aveva pieno possesso, senza alcuna storia pregressa che potesse far pensare a un incipit più lontano e che , disgraziatamente , colto da un raptus ha commesso un omicidio terrificante. E che vi dicano anche che va capito, in fondo era solo un raptus, che non voleva che forse qualcosa di intervenuto in quel momento l’ha fatto reagire così ma che (e qui viene la parte più interessante) si può stare tranquilli! Perché si dichiara pentito, è nel pieno possesso delle sue facoltà mentali e è una persona sanissima. Tutto apposto. Ha SOLO ucciso una volta.

Voi, che siete certamente più esperti di me, a questa cosa credereste? Non chiedereste una perizia psichiatrica? Non avreste paura di mandare in giro “il matto che gli prende un raptus e uccide deliberatamente” così..tanto per..

Se le cose stessero così,se l’aborto fosse uno “scivolone”, dovremmo pensare che 130mila donne l’anno sono matte. Matte psichiatriche omicide colte da improvvisi raptus. Peggio del serial killer.
Questo è falso.

Allora l’aborto non è uno scivolone, non può esserlo.

L’aborto non è un errore così , capitato, magari contro la nostra volontà. E come sostiene il prof. Risè c’è una mentalità abortiva nella crisi dell’accoglienza del Dono della vita, che si radica profondamente ma non solo in astratto nella società, ma in concreto in ciascuno, che trova le sue fondamenta a ritroso nella vita delle persone, nel modo in cui si è impostata la propria vita dall’inizio..e che se non si inquadra non può essere sradicata e non sarà mai possibile guarire.

anche a me è stato detto “decidi tu” nessuno mi ha detto di quanto potesse portare gioia avere un figlio, essere madre, di quanto fosse importante la vita e io da sola nemmeno guardandomi intorno me ne sono mai accorta, piegata su me stessa, a tentare di dare un senso a una sessualità che non mi dava nulla e che non poteva generare qualcosa di buono, mio figlio.

Decidi tu, mi disse così il primo ginecologo, il centro per la 194, la sorella del mio ragazzo; anche il mio ragazzo mi disse che era meglio abortire..sull’altro piatto della bilancia io non avevo nulla.


Ricordo che in ospedale dissi tra le lacrime “il fatto è che non voglio, ma devo farlo”..

Una statistica recentemente riportata da uno studio Americano e pubbl icata dall’Elliot Institute vuole che il 60% degli aborti negli Stati Uniti sia coercito. Cioè fatto contro la volontà della donna. Se da una parte in questo dato c’è una verità, perché anche dell’italia si può dire che una grandissima parte degli aborti sia fatta seguendo il parere di fonti esterne alla donna (il compagno, i parenti, il datore di lavoro ecc.) è anche vero che se guardiamo questo dato escludendo la libera volontà della madre, dovremmo pensare che questo 60% delle donne sono state portate in catene, che non sono andate coi loro piedi, che sono state così costrette da non poter in alcun modo esercitare un atto di volontà propria…questo renderebbe scevre dal senso di colpa che implica un riconoscersi almeno in minima parte partecipi e responsabili in prima persona.. e che invece sussiste sempre.

Decidi tu…ma in realtà non sei libera. Non hai alternative, o meglio noi che abbiamo abortito non le abbiamo trovate. Eppure c’è sempre l’alternativa unica e più evidente, più sublime:la vita.

Allora il puntare sulla non volontarietà dell’atto, sulla coercizione, per quanto questa abbia una valenza importante anche nell’attribuzione delle responsabilità individuali, non può essere considerato un metodo di guarigione: prendere una persona e dirle “ma tu in fondo non volevi” non la aiuterà a guarire.. la convincerò solo di essere una debole incapace di difendere se stessa e suo figlio.. una persona su cui non può fare affidamento neanche lei..

Ma in fondo cosa significa allora guarire dall’aborto? Se abbiamo detto che non è semplicemente non piangere più per quel figlio che mi sono troppo tardi accorta di amare - e che non c’è più -  vuol dire anche che tutta quella serie di sottospecie di rituali che qualcuno propone pensando di aiutare, in una simulazione di chissà quale funerale inesistente o di benedizioni di salme che non ci sono o di pseudo battesimi di “intenzione” (e mi chiedo di chi è l’intenzione e di fare cosa? Di educare in maniera cristiana il figlio che hai ucciso?..) o di “rimettere spiritualmente in contatto con il bambino morto” (che si chiama spiritismo, non comunione dei santi!) e che putroppo esistono, sono diffuse e non fanno che confondere le idee a persone che già soffrono abbastanza e non hanno bisogno di questo ulteriore nulla proposto, allora deve esserci altro. E non può neanche essere guarigione il dire “non abortirò più” che personalmente considero sì importante, per carità , ma come il minimo sindacale..poichè in quel non lo farò più ci sono troppe variabili e la prima, sottesa è che ci si ripresenti occasione di scelta cosa non certa e che potenzialmente nell’eventualità che la scelta non si ripresenti mai più rende l’acquisizione dell’aborto come cosa negativa, orribile , da non ripetere, una acquisizione inutile, non-utile: pensare che un innocente è morto per una cosa potenzialmente inutile..è davvero molto, molto poco..

non riesco ancora a capire che senso dare alla mia vita dopo averla negata a mio figlio 20 anni fa.
so che sbaglio concentrata ad accartocciarmi sul mio aborto volontario senza dare modo a quello che c’è sotto di uscire.. so che è solo la punta dell'iceberg..non voglio consumarmi continuando ad affrontare il problema prendendolo dalla parte sbagliata, perchè mi sta mangiando ma non accenna a risolversi minimamente..solo l'antidepressivo aiuta un po' ma è mera illusione di quiete fisica. sto rilettendo sul perchè ho abortito..perche?

L’aborto può essere paragonato alla cima di un iceberg. All’ultimo scalino di una scala ripida che hai sceso e che non puoi fare a meno di sapere che era fatta di tanti scalini, questo è solo l’ultimo, il più recente. Certamente si può compassionevolmente e si deve, curare la ferita contingente, ascoltare accogliere e lasciar sfogare il bisogno di pianto per il lutto che esiste, eccome se esiste, di quel figlio che c’era e non c’è ineluttabilmente più. Ma se supponiamo di poter curare solo quella singola ferita contingente sarà un fallimento, sarà come alleviare la tosse con uno sciroppo sedativo  in una persona che però ha la polmonite: una inutile cosmesi del sintomo dalla durata molto breve e forse con più danno che altro. Perché abbiamo esperienza di ricadute, più frequenti dell’ipotetico e volenteroso “non lo farò più”, poiché un’altra variabile di cui non ho parlato è quella contestuale: allora se non rifarai più un aborto del primo trimestre può darsi che rifarai un aborto, stavolta terapeutico (o eugenetico che dir si voglia); non solo abbiamo esperienza di ricadute ma sappiamo che nella vita di ciascuno si possono abortire, cioè non far sviluppare, tante cose, non solo la vita di un bambino, anzi probabilmente prima ancora si è abortita in tante maniere la propria stessa vita: il rigetto di sé dopo un aborto è una parte dolorosissima e difficilissima da sup erare, e lo testimonia il tasso dramma ticamente elevato di suicidi o di morti lente della mente e del corpo legate all’uso di sostanze stupefacenti o all’abuso di alcool, in cui sprofondano tante donne che hanno abortito.

Mentre quindi è indispensabile offrire umanamente una spalla amorevole su cui piangere e cui poggiarsi il lavoro più duro e importate è però aiutare chi abbiamo di fronte ad inquadrare gli eventi che hanno costruito la piattaforma ideale perché quella persona arrivasse all’aborto e cercare di offrire un sostegno che non si limiti a fasciare, a medicare la ferita visibile oggi, ma a costruire la persona nella sua integrità perché solo un individuo sanato nel suo essere più profondo che passa anche per l’evento-aborto,  può dirsi realmente guarito.

In un anno e mezzo di terapia mi sembra che la mia psicologa abbia cercato in tutti i modi per lei possibili di farmi "riconciliare" con me stessa, di farmi capire che quello che provavo, ansia compresa, era in un certo senso "normale" e che ho aspettative troppo alte verso me stessa, che posso farcela e che ce la faccio.. ma cosa voglio sentirmi dire? Mi basta questo? Sembra di no, per quanto mi trovo bene mi rendo conto che cerco risposte che lei non può darmi.. E che invece con l'aiuto qui, un pò alla volta mi sono arrivate..Mi ci è voluto del tempo per capire qual'era il mostro da cui volevo guarire.

 

 

bibliografia:

- La crisi del dono - la nascita e il no alla vita Claudio Risé (San Paolo Ed., 2009)
- Quello che resta- parlare dell'aborto partendo dall'aborto AAVV VitaNuova Ed. 2008
- Rue VM, Coleman PK, Rue JJ, Reardon DC. Induced abortion and traumatic stress: A preliminary comparison of American and Russian women. Medical Science Monitor, 2004 10(10): SR5-16.
- Distress After Abortion Linked to Increased Mental Health Problems, Study Finds Women Reporting Negative Emotions 40-80 Percent More Likely to Have Mental Health Disorders
- David M. Ferugsson, L. John Horwood and Joseph M. Boden, "Reactions to abortion and subsequent mental health," The British Journal of Psychiatry195: 420-426 (2009).

- testimonianze dal sito www.il-dono.org