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quando la vita diventa una grazia

La onlus Il Dono accoglie donne traumatizzate dall’esperienza dell’aborto o alle prese con gravidanze impreviste

Una ragazza di 19 anni, con aspettative per il suo futuro, programmi già stilati, che fantastica su “cosa farà da grande”, rimane incinta di un ragazzo. Se fosse un film sul genere Sliding doors, potremmo ‘divertirci’ a vedere cosa accade in due modalità diverse: se abortisce o se tiene il bambino. La psicologia oggi afferma che per la donna che affronta un aborto, c’è un rischio depressivo che è notevolmente maggiore rispetto a chi non vive questa esperienza.

Sicuramente ci sarebbe da decidere cosa farne anche del rapporto con questo ragazzo… Continuerebbero, si sposerebbero? Lei realizzerebbe tutto quanto progettato? E, soprattutto, sarebbe felice? Questi dati non li abbiamo. Ne abbiamo però altri: la stessa ragazza, sempre 19enne, sempre rimasta incinta del suo ragazzo. Ma non abortisce e la sua vita si sviluppa in modo incredibile, nonostante “l’inatteso dono” di un figlio, portando grande frutto. Questo è un dato che conosciamo, e conosciamo anche la ragazza in questione! Si chiama Serena Taccari, oggi, non è più 19enne e non ha più soltanto un figlio. Il suo ragazzo, oggi, è suo marito, e insieme a lei vive la straordinaria avventura di chi ha trasformato il “non programmato” in un servizio che difende la vita. Ma sentiamo tutto dalla sua “viva voce”.

 

 

 

 

Intanto, presentiamoci! Età, stato civile… Figli?

Ho 35 anni, sono sposata da 14 anni con Edoardo, ho 5 figli, dai 15 anni ai 18 mesi. Oltre al tempo dedicato alla mia famiglia, mi occupo della gestione del Centro di Accoglienza romano de Il Dono onlus, associazione fondata da me e mio marito per sostenere la gravidanza indesiderata e le conseguenze psicologiche dell’aborto volontario.

Come è nata in te l’esigenza di creare questo servizio alle donne?

Alcuni eventi hanno cambiato così significativamente il corso della storia mia e di mio marito, e il nostro modo di relazionarci con la vita che non potevamo far finta di niente, cercare di non vederli. Sicuramente il più eclatante di questi eventi è stato la mia gravidanza a 19 anni, quando tutti mi consigliavano l’aborto come scelta ‘razionale e sensata’ per raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissati. Il constatare che tutto quello che ti viene paventato come il “resterai sola” o i vari “non avrai” e “non farai” si realizzavano pienamente e che, per quanto puoi vestirti di coraggio, è tutto pesantissimo e inaffrontabile se si è completamente soli; non era un’esperienza da poco. La mia possibilità, a quel tempo, di vedere strade diverse da quelle che mi venivano proposte è stata suggellata dai miei genitori che, invece di buttarmi fuori casa, come accade a tante ragazze che seguo, invece di pressarmi perché andassi ad abortire, hanno accolto me e mio figlio: con le difficoltà, con tutti i limiti del caso, certamente, ma hanno rappresentato la mia risorsa. Ecco, è questo che desideriamo rappresentare: l’alternativa all’abbandono, qualcuno che si prenda cura di te in un momento in cui hai disperatamente bisogno di appoggiarti.

 

Quante utenti aiutate ogni giorno?

Le richieste di aiuto pervengono dal sito internet, dal passaparola, o da persone che arrivano direttamente presso i nostri centri di ascolto. Non è facile quantificare gli aiuti giornalieri, perché l’assistenza che offriamo non si esaurisce in un giorno. In questi 5 anni di attività l’associazione ha seguito, per un tempo superiore ai sei mesi, e su tutto il territorio nazionale più di 3mila persone, di cui circa il 70% a seguito di un aborto volontario o terapeutico e il restante 30% per una gravidanza non prevista o difficile. Grazie a questi colloqui sono nati 360 bambini.

 

Qual è il motivo più ricorrente, tra i tanti, per cui le donne scelgono l’aborto?

La paura. Dietro qualsiasi motivazione venga portata non c’è una paura generica, ma la concreta paura di morire. Non parliamo di morte fisica, ma di morte come perdita; intendo quindi la paura di perdere qualcosa che riteniamo ci dia la felicità e senza la quale non possiamo vivere. Noi abbiamo sempre, in quanto esseri limitati, degli schemi mentali, come delle caselle in cui incanaliamo la nostra vita per raggiungere quella che è la più grande aspirazione dell’uomo: la felicità. Allora sarò felice se mi laureo, se ho il ragazzo, se ho il lavoro, la macchina, il mutuo, la casa, il figlio (magari solo se è sano e soprattutto non prima che si siano realizzate tutte le altre cose). Se qualcosa va in modo diverso, andiamo nel panico. Eppure non sta scritto da nessuna parte che diverso sia per forza brutto. Diverso è semplicemente diverso e quindi potenzialmente più bello, probabilmente oltre le aspettative.

Se qualcosa va in modo diverso, andiamo nel panico. Eppurenon sta scritto da nessuna parte che diverso sia per forza brutto. Diverso è semplicemente diverso e quindi potenzialmente più bello, probabilmente oltre le aspettative.

Non ho mai visto morire nessuno per un figlio inatteso che poi è nato. La morte che portano le mie ragazze dopo un aborto è invece estremamente tangibile.

Cosa offrite concretamente con il vostro servizio?

Sul fronte della gravidanza inattesa offriamo prima di tutto un’opportunità: quella di guardare le cose da un punto di vista più alto, come salendo su un gradino per vedere più lontano del nostro piccolo orizzonte. Poi offriamo un confronto: mettiamo a disposizione l’esperienza di chi la scelta dell’aborto l’ha fatta e ben sa di non averci guadagnato la vita. Di solito questo è già un momento per fermarsi. Concretamente offriamo supporto diretto, sul posto. Dove possibile, mettiamo a disposizione specialisti per le visite, persone che possano rassicurare professionalmente le nostre ragazze; offriamo convenzioni con alcune ditte di produzione dei principali beni di prima necessità, come pannolini e latte, e mettiamo a disposizione un importante progetto di sostegno a distanza, denominato A.N.Ge.L., col quale mobilitiamo per ciascuna richiesta un bacino di circa 2000 persone ad oggi, che con un contributo minimo di 5 euro ci permettono di far fronte a delle esigenze specifiche di una neomamma in difficoltà. E poi ci sono i gruppi di supporto basati sull’auto-mutuo-aiuto, operativi anche online; poi da quest’anno, a Roma, è attivo il centro di accoglienza per dare ospitalità a due mamme in gravidanza per tutto il tempo della gestazione e per un massimo di due anni successivi al parto. Con quest’ultimo servizio vogliamo rappresentare l’alternativa per le donne cui viene imposto “abortisci o te ne vai di casa”… Ecco, no: “non abortire, vieni a stare da noi”. Sono tanti ad oggi i collaboratori che, a titolo gratuito, hanno messo a servizio la loro professionalità per portare avanti questo progetto: dalla nutrizionista, all’educatrice, alla psicologa, dai consulenti legali, all’ostetrica. Possiamo offrire ogni tipo di supporto.

Per quanto riguarda il post-aborto offriamo quel che viene generalmente negato: la possibilità di piangere il figlio che si è perso. La parola aborto, che significa “non nato, negare la nascita”, ha intrinseco il senso di morte, di perdita. E la morte e la perdita vanno di pari passo con il senso del lutto. Ma il dare volontarietà alla scelta abortiva sembra implicitamente dover negare la possibilità del compianto, e questo distrugge. La vita di ciascuna donna che ha sperimentato la “scelta” dell’aborto è cambiata per sempre; esiste sempre un prima e un dopo, ma la disperazione non aiuterà ad andare avanti. Offriamo quindi spazio per l’elaborazione del lutto, e un percorso di guarigione attraverso un cammino di consapevolezza. Costruendo una nuova identità di se stessi, si può porre le basi della propria forza sulla coscienza della propria fragilità e della propria possibilità di errore. In questo modo si cresce come persone, si impara a vivere dandosi delle prospettive a lungo termine, guardando più avanti dell' "ora e subito”. Si pongono le basi dell’accoglienza di altri figli, si fa prevenzione dell’aborto per il futuro, si struttura il desiderio di costruire una coppia stabile e basata su qualcosa di più profondo, si aiuta a dare un senso più profondo alla propria vita e di riflesso alla vita dell’altro. Si porta un annuncio di speranza: quello di essere amati nonostante le nostre enormi povertà.

Queste donne si incontrano tra loro? Come organizzate questi incontri?

Sì, possono incontrarsi tra loro, a loro discrezione e anche indipendentemente dall’associazione, sebbene raramente questo sia avvenuto: preferiscono restare legate al concetto di appartenenza ad un gruppo. Come associazione organizziamo diverse tipologie di incontri: quelli finalizzati soltanto al “conoscerci” che prevedono la partecipazione tanto delle ragazze madri che delle donne che hanno fatto ricorso all’aborto; incontri formativi, cui i soci, specialmente i volontari dei centri di ascolto, sono tenuti a partecipare (ed anche qui abbiamo sia donne che hanno abortito che ragazze madri). Inoltre, due volte l’anno, l’associazione organizza incontri dedicati esclusivamente a persone, uomini e donne, che sono stati coinvolte in un aborto. In questi incontri, per chi ne sentisse il desiderio, mettiamo anche a disposizione un sacerdote; non è assolutamente vincolante per noi il credo religioso ma, viste le richieste di parecchie ragazze, abbiamo ritenuto fosse importante offrire questa possibilità perché spesso, per paura di un giudizio, non si riesce neanche a riavvicinarsi alla Chiesa. In questi incontri non è richiesto raccontare la propria storia, ripresentarsi daccapo: è necessario avere soltanto un orecchio predisposto all’ascolto. Non è il vissuto ad essere al centro dell’attenzione, quanto il modo in cui ci si è arrivati. È incredibile vedere come persone venute da tutta Italia che non si sono mai incontrate, si sentano realmente tra loro, come fratelli: sembra una rimpatriata tra vecchi amici… Questo è dovuto al fatto che quando si è condivisa profondamente la vita, ci si conosce già, non si ha paura dell’altro.

Cosa è cambiato nella tua vita da quando ti occupi di questo servizio?

Il mio modo di percepire il dolore degli altri. Stando tanto a contatto con storie di grandissima sofferenza, non solo impari a riconoscere i tratti di questa “morte ontologica” di cui parlavo prima, ma ti rendi conto che se questa scelta tu non l’hai fatta, non sei stato affatto più bravo: sei stato ‘graziato’. Io dico alle mie ragazze che non sono affatto migliore di loro, perché nelle loro condizioni con la loro stessa situazione, con quello che hanno dentro loro, io avrei fatto la stessa cosa e l’avrei fatta peggio. Ho rimesso in discussione tante certezze che avevo e ho dovuto ricostruire tante parti di me, perché per poter offrire un sostegno nel portare la morte, devi assolutamente essere certo di poggiarti sulla Vita… o resti schiacciato.

Credi in Dio? Se sì, in quale modo la tua fede ti aiuta in questo servizio?

Credo in Dio. Il sapere che c’è qualcuno che ha amato e ama me nelle mie imperfezioni, nella mia incapacità di accogliere, di amare, di donarmi all’altro, la certezza che c’è un progetto per la mia vita e che non sono davvero migliore di nessuno, mi rende possibile annunciare sempre che la morte non è l’ultima parola sulla vita di nessuno, perché non lo è stato sulla mia. E che quel che è successo non ha distrutto il progetto di amore che c’era per ciascuno di noi; l’ha reso più difficile, meno comprensibile a colpo d’occhio, ma c’è sempre un progetto per noi. La mia fede (sebbene io, nella maggior parte dei casi, non parli con donne che credono e non tiri fuori “l’argomento Dio”, se non dietro esplicita richiesta), mi ha messo e mi mette nella posizione di poter offrire la possibilità di dare un senso al “non senso della sofferenza”, del sacrificio di un innocente, della propria vita, oltre il non senso ed il vuoto della morte e questo annuncio è e rimane l’unico capace di cambiare la vita.