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tre domande per il dono onlus

L’associazione IL DONO, recita la descrizione sul sito internet, si occupa di offrire sostegno alla gravidanza indesiderata e alle conseguenze dell’aborto volontario. Nel dibattito sull’aborto di cui spesso sentiamo parlare forse si perde di vista appunto questo, cioè la vicenda personale a fronte della questione diritti – della donna, del nascituro ma mai del fatto che se si arriva a contrastare la natura delle cose e quindi che ad una gravidanza corrisponda una nascita, c'è dietro un grande dolore, prima o dopo. Ma perché le donne chiedono l’aborto?

Se ci fosse un solo motivo in realtà sarebbe più semplice arginare la richiesta di aborto. Tutti noi se volessimo fantasticare intorno a questo penseremmo certamente ai motivi economici come quelli più immediati. Sì, certamente la crisi economica c’è, il lavoro è precario e via dicendo ma la pratica quotidiana ci confonde di fronte ai dati di fatto che famiglie “povere” accolgono figli in sovrannumero senza grandi tragedie , mentre famiglie più benestanti non ne vogliono. Allora il dato principale non è quello economico. Si chiede l’aborto per paura. Paura del nuovo potremmo definirla, paura di cambiare i progetti che abbiamo in mente sulla nostra vita, paura di essere destabilizzati in un equilibrio emotivo probabilmente a fatica costruito; paura di perdere di essere messi in discussione da quello che gli altri – più o meno vicini – pensano di noi. Paura di non essere felici, quando uno schema di felicità in mente ce l’abbiamo, come è giusto, e un figlio (il primo in un momento che proprio non ci voleva? Il terzo quando ormai abbiamo già raggiunto un equilibrio come coppia? Malato e quindi cui non posso offrire una adeguata qualità di vita?) sembra venire a rompere le uova nel paniere. La cosa che è difficile in quel momento , vedere è che si sta costruendo a lungo termine e la nostra vita non è fatta a scomparti: non si può chiudere il cassetto con dentro l’esperienza “figlio imprevisto” come se niente fosse, e non si arresta tutto al momento della “soluzione del problema” , proprio perché la normale conseguenza di una gravidanza è una nascita e non una morte, ed una persona tanto importante come un figlio, anche un figlio di pochi millimetri, non può passare inosservato nella propria vita.

Ma, proprio a proposito di questo..perchè se l'interruzione di gravidanza è volontaria, le donne che la compiono in piena libertà poi dovrebbero star male? Non si tratta forse di persone che avevano già altri problemi e poi riversano su quell'evento il loro star male causato da altro?

Ho conosciuto nella mia esperienza persone che di problemi ne avevano  molti nel loro background ma ancora più persone che di problemi non ne avevano, almeno non da giustificare l’angoscia e quel profondo star male che è di una ferita grande. Il punto non credo sia principalmente la volontarietà. Certo essa gioca un ruolo importante..ma il centro dello stare male è il contatto con la morte. E di conseguenza, ribaltando l’ottica, con la vita che prima c’era. Questo è un passaggio obbligato, perché un lutto c’è, una vita c’era, piccola, meno piccola ma c’era eccome. Una donna che perde spontaneamente un figlio lo ricorderà tutta la vita, non potrà dimenticare, anche avendo altre gravidanze, che quella volta è rimasta incinta e la gravidanza non è arrivata a termine. Ma se una donna pensa questo di un esito naturale, perché non dovrebbe pensarlo in una ivg? Solo perché vi abbiamo apposto vicino la qualifica volontario forse quello diventava “meno figlio”? o forse, soltanto perché quel figlio aveva vicino due paroline magiche “non-voluto” che quindi non deve suscitare pianto per il lutto seguente al suo non più esserci? Ovviamente a questo, sì, si aggiunge la volontarietà dell’assenza, che quel figlio fosse stato per lui era ancora lì, ed è stato invece nostro preciso volere che non ci fosse. Per questo, l’insinuazione spesso portata contro l’esistenza di una vera e propria sindrome post abortiva, che le donne che si presume ne soffrano fossero già precedentemente psicologicamente instabili è solo un ennesimo schiaffo in faccia alla donna, cui viene offerta la soluzione più squallida con l’aborto e gli viene pure detto “se stai male è perché eri già una frustrata depressa, non certo perché è tuo figlio c’era e ora non c’è più”. Questo non dipende affatto da un retaggio culturale religioso. Donne di ogni cultura e religione, in Cina in India..soffrono ugualmente per gli stessi motivi. La conseguenza diretta della gravidanza, non dimentichiamolo, resta il parto, mentre per ogni morte si necessita un tempo di lutto e negarselo ostinandosi a dire va tutto bene non aiuta affatto, incancrenisce.

Cosa offrite all’atto pratico a chi si rivolge a voi per una gravidanza indesiderata o dopo un aborto?
Per quando riguarda la gravidanza, certamente ci si aspetta che io risponda progetti economici.. si certamente ci sono anche dei sussidi economici, distribuzione gratuita di pannolini, latte, vestitini..ma come dicevo all’inizio la parte più complessa e di cui c’è più bisogno non è questa. Offriamo un percorso umano di crescita, che serve tanto a chi è incinta e non sa cosa fare che a chi ha abortito a prendere contatto con la vita che ha piuttosto che con quella che avrebbe voluto avere, perché smetta di inseguire uno schema e si renda capace di rispondere attivamente al reale. Per chi si presenza in gravidanza questo percorso consta di un affiancamento umano per tutto il tempo che la persona riterrà necessario e non soltanto finalizzato alla nascita; tendiamo a valorizzare le potenzialità della persona aiutandola a riscoprire in sé stessa le risorse di cui ha bisogno. Questo avviene anche attraverso il confronto con altre mamme che hanno vissuto la stessa situazione partendo comunque sempre da un vissuto esperienziale.

Per quanto riguarda il post aborto il nostro è un percorso di consapevolezza che vuole integrare l’atto dell’aborto in una visione più ampia che abbracci tutta la vita della persona, non decontestualizzarlo, né edulcorandolo. Non si tratta di motivare la scelta fatta, cioè di trovargli giustificazioni più o meno valide che suonerebbero come una pacca sulla spalla e non porterebbero da nessuna parte. Si tratta di affrontare un lutto, e di conseguenza prendere contatto con quello che è successo in tutte le sue sfaccettature per poterlo elaborare. Soltanto dalla piena coscienza di quello che è avvenuto è infatti possibile un vero percorso fatto di scelte nuove e di rinascita.