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Accoglienza per le donne ferite

Le associazioni che 'curano': non diamo pacche sulle spalle, così aiutiamo a superare la solitudine e il senso di lutto


DA ROMA - « L a pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù». Questa assicurazione si può leggere nel sito de il Dono, una Onlus che si occupa di sostegno alla gravidanza indesiderata e alle conseguenze dell’aborto, con la sottoli­neatura che la preghiera «è il momento in cui si abbandona l’orgoglio, si eleva la spe­ranza e si invoca nella supplica».


L’esperienza insegna che anche l’orgoglio è uno degli ostacoli che si possono trovare nel portare, come ha raccomandato ieri Bene­detto XVI nel discorso alla Pontificia acca­demia della Vita, «gli aiuti necessari alle don­ne che, avendo purtroppo già fatto ricorso al­l’aborto, ne stanno ora sperimentando tut­to il dramma morale ed esistenziale». «La co­scienza sembrava come attutita dal panico di essersi trovati sole e senza aiuto davanti ad una gravidanza indesiderata, da un’egoi­smo camuffato con intenzioni convenzio­nali – spiega la psicologa Benedetta Foà che nel Cav della Mangiagalli di Milano si occu­pa di madri, e a volte anche di padri, feriti dal­le conseguenze di un aborto volontario – ma dopo l’interruzione della gravidanza co­mincia ad urlare. Il bambino rifiutato torna costantemente alla memoria. Lo si piange in ogni momento. Compare nei sogni. Non si fa nient’altro ora che occuparsi di lui. C’è come una coazione punitiva a rivedere nei siti filmati di aborti».

Una conseguenza dovuta alla educazione cattolica ricevuta? Nient’affatto: praticanti e non, mussulmanti ed atei, madri e padri, po­veri e benestanti, sono accomunati dal me­desimo dramma. Il valore universale della vita si impone a dispetto di tutti i relativismi.

«È questo il momento di non chiudersi in se stessi – consiglia la Foà – di cercare aiuto, di iniziare un percoso di guarigione. Chi può ri­scoprire la propria fede ha un formidabile aiuto: può accettare la propria debolezza, i propri errori, chiedere perdono a Dio, al pro­prio bambino, perdonare se stesso. Acco­gliere la misericordia di Dio. Difficile fare i conti con un ego che deve rispondere solo a se stesso».

L’accoglienza del resto, riferisce Paola Bon­zi, fondatrice e presidente leader del Cav del­la Mangiagalli, è attitu­dine fondamentale nel­l’educazione alla vita: «Se una donna non ha speri­mentato l’accoglienza nella sua esistenza, a partire dal rapporto con sua madre, sarà più ten­tata a pensare di non es­sere in grado di portare avanti una gravidanza di fronte alle difficoltà».

Il Dono: non c’è nulla che possa colmare il vuoto di un figlio;Foà (Cav): il bimbo torna di continuo alla mente; La Vigna di Rachele: l’incontro con la fede trasforma la vita



Per guarire il dramma del post-aborto, la Foà con­siglia 8 incontri distri­buiti lungo 2 mesi. Se si tratta di una coppia, madre e padre, hanno bisogno di sedute separate per far sgorgare senza interferenze il proprio dolore, una sof­ferenza che può portare in qualche caso a tentare il suicidio.

«Offriamo un percorso di guarigione dalle ferite dell’aborto – propone anche Serena Taccari presidente de il Dono –: un percor­so umano, psicologico e spirituale. È un per­corso di consapevolezza, non semplice­mente una pacca sulla spalla, come dire 'va bene, dai, cosa fatta, capo ha, guardiamo a­vanti'. No. Guardiamo indietro alle cause profonde della scelta di aborto». La sezione dedicata del sito spiega che «il percorso è ri­volto a tutte le persone, donne, uomini, pa­renti, coinvolti in modo diretto o indiretto». «Organizziamo dei ritiri spirituali indirizza­ti anche a persone non credenti, o anche cre­denti di altre confessioni o religioni, come buddhisti, musulmani, e vediamo che Gesù Cristo parla a tutti e la sua parola ha un’effi­cacia assoluta». Ad animare la onlus il Do­no ,
si spiega nel web, «quelle che nonostan­te le difficoltà sono orgogliose di aver scel­to di accogliere la vita del proprio bambino», ed anche quelle donne «che ci sono cascate, ingan­nate dal pensare che fos­se una scelta, quella tra i­struzione, carriera, com­pagno o quel che vuoi.. e il proprio bambino; e che amaramente hanno scoperto che non c’è nulla che possa colmare quel vuoto lasciato da un figlio». La presentazione però garantisce che ora le associate sono «quel­le che si sono rialzate dopo aver toccato il fondo, e che ora urlano a un mondo egoista che le donne meritano scelte migliori».

In Italia opera in questo campo anche la Vi­gna di Rachele , un apostolato cattolico nato nel 1994 negli Usa e diffusosi in 20 Paesi, trae il suo nome dal passo del profeta Geremia, nel quale Dio le viene in soccorso perché «piange i suoi figli». L’iniziativa, spiega la coordinatrice Monika Rodman Montanaro, «accompagna le persone ferite dall’aborto a un nuovo incontro con Gesù misericordio­so. E questo trasforma la vita».

 

 

 

fonte: avvenire edizione di domenica 27 febbraio 2011