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Lunedì, 03 Marzo 2014 11:01

il miracolo di Carolina, la mamma in coma: si chiama Maria Liliana, nata in rianimazione

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Ha pianto, quando è nata. Maria Liliana, un chilo e ottanta grammi, non smetteva più. Ma la sua mamma non ha potuto stringerla al petto. Come negli ultimi 4 mesi. Dalla notte della sparatoria, l’aveva portata in grembo senza vedere che cresceva.


Immobile, in un letto d’ospedale. Sospesa in uno spazio senza tempo: nel silenzio rotto d’improvviso, l’altra mattina, alle 11.42, all’incrinarsi delle sue condizioni cliniche, dall’urlo alla vita di quell'esserino, innocente e ostinato.

In rianimazione al Cardarelli, nell'ultima corsia della disperazione, Carolina Sepe ha esibito con orgoglio il pancione per quattro lunghi mesi. I medici che l’hanno accolta hanno fatto squadra perché portasse avanti la gravidanza, in coma nemmeno venticinquenne, una ragazza incinta travolta da una tragedia atroce.

É il 25 agosto 2013: Carolina Sepe si trova dai suoi genitori a Lauro, in provincia di Avellino. Nel cortile di casa entra un vicino, Domenico Aschettino, ex guardia guirata, armato di pistola. Mira contro Vincenzo Sepe, il padre di Carolina, rancori dovuti a una lite per futili motivi. E lo uccide, la vittima ha solo 47 anni. Ma Aschettino non si ferma, spara a ripetizione: con un proiettile colpisce alla testa Carolina, ferisce sua madre Vincenza Ferraro, suo fratello Orlando, sua nonna Bettina Crisci.

La ragazza viene trasportata nella notte al Cardarelli, in condizioni drammatiche. È alla decima settimana di gravidanza, non si conosce neppure il sesso del feto.

Carolina Sepe compie 25 anni in reparto, il 29 agosto, lo stesso giorno della sepoltura di suo padre. In ospedale viene anche sottoposta a un intervento chirurgico di decopressione della calotta cranica, e intubata. La sua storia, sotto il profilo medico, è più unica che rara: per la giovane età e per la gravidanza ancora in una fase tanto iniziale.

Al Cardarelli i medici consultano il comitato etico, i giudici e poi il tutore nominato dal tribunale di Avellino, senza mai fermarsi di fronte all’angoscia per quelle condizioni cliniche tanto gravi. Non importa se ogni pensiero comincia con «non».

Carolina non può interrogarsi su niente. Nemmeno sul futuro dell’esserino che scalcia nel suo grembo. Accade che per la piccola che lotta per spalancare gli occhi sulla realtà che la circonda, la quotidianità per settimane è fatta di infiniti silenzi scanditi dalle voci dei medici, dalle visite del papà e dai rumori dei macchinari che tengono in vita i pazienti ricoverati nel reparto di terapia intensiva sotto l’egida del primario Maria Giovanna De Cristofaro.

In rianimazione si svolge così quasi tutta la gravidanza: lì, in quel luogo protetto, non si ode neppure l’eco del lutto per la nonna di Carolina che, il 28 ottobre, non regge ai postumi delle ferite dovute alla sparatoria. A 76 anni vittima della strage della follia.

Due morti e una vita che s’impone, oltre il confine della disperazione: la scienza che incrocia i destini tra genitori e figli, fino a intervenire sulla maternità. Così si arriva al 19 dicembre, ventisettesima settimana di gravidanza superata da tre giorni per Carolina Sepe.

Sono i medici che per motivi clinici decidono di anticipare la data del parto che, chiaramente, avviene con taglio cesareo. A operare il primario di ginecologia e ostetricia Fabio Sirimarco, con il collega Giuseppe Nazzaro: l’intervento dura una manciata di minuti. «Senza determinare complicanze per la mamma: le sue condizioni restano gravi ma stazionarie» dice il direttore sanitario di presidio del Cardarelli, Franco Paradiso. Subito dopo, la piccola, nata prematura, viene trasportata in terapia intensiva neonatale, nel reparto sotto l’egida di Nello Pugliese.
«Intubata anche lei, e tenuta in una incubatrice: le sue condizioni sono stabili, pur se i medici non possono ancora sciogliere la prognosi». Una vicenda clinica eccezionale. Primo caso al mondo, probabilmente secondo i medici del Cardarelli: la gravidanza e il parto in ospedale saranno al centro di studi e pubblicazioni scientifiche su riviste specializzate. A partire da quel vagito, così ordinario subito dopo una nascita, diventato l’altra mattina, dopo quattro lunghissimi mesi, tanto straordinario.

Sì, Maria Liliana ha pianto, per la prima volta. Di gioia e di dolore. Ha pianto anche per sua mamma, l’unica che, in questa favola nera, non ha potuto mai versare nemmeno una lacrima.

Letto 2206 volte Ultima modifica il Martedì, 04 Marzo 2014 00:07
Serena Taccari

Sono ideatrice e responsabile del progetto IL DONO di cui sono attualmente presidente. Sposata con Edoardo, sono madre di sei ragazzi. 

Sito web: www.il-dono.org

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1 commento

  • Link al commento Serena Taccari Martedì, 04 Marzo 2014 01:34 inviato da Serena Taccari

    mi ha colpito molto questo articolo, per l'età gestazionale così precoce..10 settimane soltanto. Per qualcuno quel minimissimo essere non sarebbe stato nulla, invece i medici l'hanno aiutata a crescere, monitorata, salvata. e oggi quel "nulla" è con il suo papà. Pensa che vuoto incolmabile, se si fosse ritenuto che quella era fatica sprecata..

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