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Lunedì, 19 Maggio 2008 12:16

Intervista su Il Nuovo Giornale di Piacenza

Scritto da  Barbara Sartori
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Donne che in passato hanno scelto di abortire ora sostengono altre donne nella decisione di portare avanti una gravidanza indesiderata. Succede all'associazione "il dono", nata nel 2006 per iniziativa di due sposi - ieri, due fidanzati alle prese con un figlio non previsto - come portale su internet e ben presto diffusasi in varie regioni italiane.

{reg}l'esperienza dell'associazione il dono.

E' un modo per dare un senso al sacrificio dei loro figli

Ieri hanno abortito, oggi sono volontarie per la vita

 


Gli oltre mille contatti in soli due anni di attività dimostrano quanto bisogno di infrangere il muro della solitudine e della vergogna ci sia in tante donne che arrivano ad abortire, accorgendosi solo dopo dell'enormità della scelta fatta, nella quale spesso si sono ritrovate quasi tutte travolte. «"quando mi sono svegliata su quel lettino, mi sono resa conto di quel che avevo fatto " è la frase ricorrente che mi riportano nei colloqui», spiega Magda Morrone, consulente psicologa per la sede romana de "il dono".
Un identikit di chi lancia un appello all'associazione è impossibile da tracciare. Ma la maggioranza non sono ragazzine. «si tratta di 25-30enni, per lo più italiane, che arrivano con il foglio dell'ivg già firmato e l'intenzione di abortire dettata soprattutto dalla paura di perdere il compagno.»
IL MURO DELLA SOLITUDINE.
Le donne arrivano alla decisione di abortire con sofferenza, ma con una razionalità incredibile, che spegne ogni sentimento - spiega la dott.ssa Morrone, che sarà ospite a apianceza dnella serata del 16 maggio, al President. E' questo il problema: quando la ragione non ha più bisogno di abbassare il volume il sentimento trabocca e scoppia la tempesta interiore. Nell'indifferenza generale.
La solitudine -sottolinea la Morrone - è la premessa e conseguenza dell'aborto. Molte delle donne incontrate a "il dono" hanno abortito senza che nessuno sapesse della loro situazione, nemmeno il partner. «magari l'amore c'è - riflette la Morrone . ma, specie da parte degli uomini, c'è incapacità ad accettare le proprie responsabiltà. Credo sia una triste responsabilità del femminismo: tu donna mi dai accesso al tuo corpo, ma rivendicando che "l'utero è tuo" mi dai anche la possibilità di tirarmi indietro.»
In preda al panico, senza nessuno che le sostenga, sono condotte quasi inevitabilmente verso il convincimento che interrompere la gravidanza è la sola opzione possibile. C'è chi racconta che, stesa sul lettino, prima dell'intervento, ha avuto un ultimo pensiero: adesso mi fermo. Con l'anestesia in circolo, ci si risveglia quando è troppo tardi. La ferita però rimane. C'è un lutto da elaborare che queste donne si rifiutano di riconoscere perchè si sentono indegne di perdono.
IL DIRITTO DI PIANGERE.
«Poco tempo fa - esemplifica la Morrone - ho incontrato una ragazza che ha avuto un aborto spontaneo. Questo evento le ha riportato alla luce l'ivg affrontata anni prima, che aveva completamente rimosso, creandosi il vuoto intorno» Un caso estramo che prova come si adifficile lanciare un sos quando, davanti, non sembra esserci nessuno disposto ad ascoltare.«Noi - continua la Morrone . abbiamo deciso che questo silenzion non lo vogliamo assecondare. L'aborto è una vergogna così grande che non si confida. Le donne hanno molte paure, molte resistenze ad aprirsi. Ci vuole tanta delicatezza e tanta pazienza, un percorso lungo. Queste donne si negano il diritto di piangere il proprio figlio, perchè sono attanagliate dal senso di colpa. "L'ho scelto io , sono colpevole", si ripetono».
100 BIMBI IN DUE ANNI.
Sentirsi ascoltate, non giudicate, arrivare a piangere, "curare le proprie ferite" sintetizza la dott.ssa Morrone, è quel che queste donne hannno bisogno. L'Associazione IL DONO offre anche, a chi lo desidera dei percorsi spirituali. Niente psicoterapia in senso stretto, però, salvo i casi più gravi. «Il dolore non è una patologia, può essere patologico il modo in cui lo si affronta», avverte la psicologa. L'esperienza evidenzia la presenza di sintomi post-traumatici, come ansia, disturbi nella sfera sessuale, e relazionale, depressione, flash back. Ma la dottoressa Morrone ritiene controproducente una "medicalizzazione" delle donne che hanno abortito. Quel che manca, è il coraggio di poter piangere il proprio figlio. «un diritto - osserva la psicologa - che non viene riconosciuto, perchè vorrebbe dire ammettere che quell'embrione è già vita». Il circolo vizioso sta proprio qui. «Se tu neghi a te stessa il diritto di soffrire , ti crei l'immagine di un aborto che altri ti hanno portato a scegliere, cioè che si tratta solo di un grumo di sangue, di qualche cellula, non di una persona».
L'impegno per la vita diventa allora un tassello prezioso in questo cammino.«E' un modo - conclude la dott.ssa Morrone - per dare senso alla loro storia, un significato al sacrificio del loro figlio». In due anni attraverso questa comunicazione sono nati 100 bambini. Un dato che dovrebbe far riflettere.{/reg}

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Letto 3974 volte Ultima modifica il Mercoledì, 12 Gennaio 2011 12:10
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