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vissuti esperienziali di gravidanza indesiderata e aborto volontario o terapeutico di gravidanza.

Giovedì, 12 Giugno 2014 15:16

il bambino cavia

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Così l’ideatore del gender, John Money, prese un maschietto e lo trasformò in una femmina. Ma l’esperimento finì in tragedia

Con le sue mani, Bruce David Brenda Reimer si è tolto quella tragica vita che ideologi e stregoni avevano trasformato in un inferno. Nato maschio, trasformato a sua insaputa in una femmina e cresciuto come tale, per poi scegliere di tornare “come l’aveva fatto madre natura”, David si è suicidato nel 2004. “As nature made him: The boy who was raised as a girl”, è il titolo del libro di John Colapinto che nel 2001 aveva rivelato al mondo la storia di Reimer. Adesso, le edizioni San Paolo colmano il vuoto editoriale e portano “Come l’aveva fatto madre natura” in Italia, dove avanza proprio quella teoria del genere che aveva reso la vita di David un abisso di vergogna e timore. Colapinto di David aveva già scritto un memorabile articolo di ventimila parole pubblicato sulla rivista statunitense Rolling Stone, ma senza rivelare la vera identità di quel bambino-cavia. 


A soli otto mesi, Brian era stato sottoposto a un intervento di routine, una semplice circoncisione andata male e in cui era stato evirato. Aveva un fratello gemello, Bruce. La famiglia, incredula e angosciata, aveva ceduto al carisma di un professore della Johns Hopkins University, John Money, il guru, il pioniere e il padre fondatore di quella teoria del genere che vede l’identità sessuale come una questione ambiental-culturale, il risultato della formazione e non come una identità biologica. Dunque nessun XY, ma il potere coercitivo dell’ambiente. Bruce sarebbe cresciuto come una femmina XX, con l’aiuto del bisturi e dell’ideologia della “riassegnazione sessuale”. Money spiegò ai genitori di Bruce che lui e i suoi colleghi al Johns Hopkins Hospital erano in grado, attraverso la chirurgia, i trattamenti ormonali e il condizionamento psicologico, di assegnare questi bambini al sesso che si riteneva preferibile, qualunque esso fosse, e che il bambino poteva essere cresciuto felicemente in quel sesso. “Il sesso psicologico”, così si espresse Money, “in queste situazioni non sempre coincide con il sesso genetico, né con il fatto che le ghiandole sessuali siano maschili o femminili”. 

La Psychohormonal Research Unit del dottor Money si trovava nella Henry Phipps Psychiatric Clinic, un tetro edificio vittoriano poco in vista, a cui si accedeva da un cortile sul retro. Gli uffici della “Unit”, al quarto piano, si raggiungevano con un traballante ascensore di fine secolo. Nel luglio del 1967, a ventidue mesi, Bruce venne castrato chirurgicamente. Money modellò lo scroto del bambino dandogli la forma delle grandi labbra di una vagina. Ai suoi genitori raccomandò di vestirlo e trattarlo come una bambina: un successivo trattamento ormonale avrebbe fatto il resto. Ogni anno il dottor Money avrebbe visitato “Brenda” – questo il suo nuovo nome – e controllato che tutto fosse andato per il meglio.
Mentre la teoria prende piede tra i movimenti femministi e ispira il dibattito sull’omosessualità e la pedofilia negli anni Settanta, Bruce diventa Brenda.

Fate di lui una femmina e femmina sarà. Sottoposto a potenti cure ormonali, oggetto di esperimenti medici e clinici senza precedenti, Bruce cresce nel corpo di Brenda, con forme non sue, non sa di essere nato maschio, ma lo sente e reagisce con violenza. E’ la triste storia di un essere umano nato maschio, trasformato in femmina da errori e false ideologie, ridiventato maschio per desiderio e usato come cavia dal professor Money. Il libro di Colapinto parla di lui. Del guru. Money all’epoca sosteneva che l’identità sessuale non inizia nell’utero, ma dipende dall’ambiente, dall’educazione, dalle circostanze. David-Brenda è la fatale prova che gli darebbe ragione. 

Il dottor Money ha grandi credenziali accademiche. Dopo il dottorato in Psicologia ad Harvard, si è specializzato a Baltimora, al Johns Hopkins Hospital, dove ha fondato la prima Gender Identity Clinic. E’ un chirurgo e si occupa della riassegnazione del sesso, specie nei casi di anomalie genitali nei bambini, campo in cui la sua autorità è indiscussa. Nel 1972 in “Man & Woman, Boy & Girl” – definito dal New York Times “il più importante libro sulle scienze sociali dopo il Rapporto Kinsey” e pubblicato in Italia da Feltrinelli – John Money presenta il caso di Brian come un successo: l’esperimento è riuscito, il bambino cresciuto come bambina si è adattato alla nuova identità, mentre il suo gemello si è regolarmente sviluppato come maschio. Meraviglie dell’educazione e dell’ambiente. 

I genitori furono riforniti di bambole con cui far giocare Brenda; le insegnarono a essere linda e ordinata; cercarono, ogni volta che era possibile, di rinforzare la sua identità femminile. Con il passare degli anni, Brenda provava a comportarsi come una ragazza, truccandosi con il rossetto e indossando le gonne, frequentando i balli scolastici, lasciandosi baciare sulla guancia da un ragazzo. Ma fin dall’inizio aveva manifestato comportamenti e atteggiamenti tipicamente maschili, dai propri interessi alle preferenze per i vestiti e a quelle per i giocattoli, cercando anche di fare la pipì in piedi. I genitori decidono di dirle la verità quando Brenda ha quattordici anni: “Per la prima volta ogni cosa ebbe un senso, ed io ho capito chi e cosa ero”, dichiara, sollevata. Vuole tornare un maschio. Si sottopone nuovamente a cure ormonali, a un intervento di mastectomia e si fa ricostruire il pene. All’età di sedici anni è di nuovo un maschio, e si fa chiamare David. Nel 1989 si sposa con Mary e ne adotta i tre figli. 

“Mi guardavo allo specchio, vedevo i miei seni gonfi, guardavo il mio sesso e mi sembrava di guardare un’altra persona”, confiderà al giornalista di Rolling Stone. “Dietro le forme di quella sconosciuta ragazza c’ero io, David, un maschio”. Brenda sceglie di tornare come “l’aveva fatto madre natura”, per quanto possibile e utilizzando questa volta il bisturi a suo vantaggio. Cresce, si scopre, si accetta, si sposa. Nel 2003 è il fratello gemello a cedere per primo e a togliersi la vita. David si sente responsabile e si suiciderà l’anno dopo. 

La tragedia ideologica si sarebbe mangiata la vita dei due gemelli, mentre il dottor Money sarebbe morto negli onori. Quando è scomparso, nel 2006, i colleghi lo hanno pianto come “il primo scienziato che ha dato un linguaggio all’identità sessuale”. La fama di Money non derivava solo dal fatto che la metamorfosi medica e chirurgica di Brian fosse il primo caso di cui si sia mai avuta notizia di riassegnazione sessuale infantile eseguita su un bambino evolutivamente normale; c’era anche una straordinaria improbabilità statistica, che conferiva al caso una rilevanza particolare: il fatto che egli avesse un gemello identico. Quell’unico fratello costituiva un mezzo naturale di comparazione, un clone genetico che, con pene e testicoli integri, era cresciuto come un maschio. Il fatto che, a quanto veniva riferito, i due gemelli fossero cresciuti diventando bambini di sesso opposto, felici e adattati al loro contesto sociale, sembrava prova incontestabile del primato dell’ambiente sulla biologia nella differenziazione sessuale. I manuali di medicina e scienze sociali vennero riscritti per includere questo caso e fu creato il precedente perché la riassegnazione sessuale in età infantile diventasse il trattamento standard nel caso di neonati con genitali danneggiati o anomali. 

Il caso di Brian-Brenda divenne inoltre una pietra miliare per il movimento femminista negli anni Settanta, e veniva abbondantemente citato come prova che il divario tra i generi era esclusivamente il risultato del condizionamento culturale, non della natura. Era il potere dell’educazione sulla biologia. Al dottor Money, il cosiddetto “caso dei gemelli” valse il riconoscimento di quanti vedevano in lui “uno dei più grandi ricercatori del secolo in campo sessuale”. Money pubblicò un nuovo libro di successo, “Sexual Signatures”, in cui parlava di Brenda, che “stava attraversando felicemente l’infanzia come una vera femmina”. Nel 1986 Money pubblicò “Lovemaps”, le mappe amorose, studio di pratiche come il sadomasochismo, la coprofilia, il feticismo, l’auto-strangolamento e altri comportamenti che egli chiamava non perversioni, ma “parafilie”, per destigmatizzarle e decriminalizzarle. 

Il tema della pedofilia divenne un interesse particolare, e Money ne sposò pubblicamente la causa. “Un’esperienza sessuale nell’infanzia”, spiegò il medico alla rivista Time nell’aprile 1980, “come essere partner di un parente o di una persona più grande, non ha necessariamente un influsso negativo sul bambino”. Money concesse un’intervista a Paidika, una rivista olandese di pedofilia, che riporta inserzioni della North American Man-Boy Love Association: “Se dovessi incontrare il caso di un ragazzo di dieci o dodici anni fortemente attratto da un uomo sui venti o trent’anni, e la relazione fosse assolutamente reciproca, il legame autenticamente e completamente reciproco, non lo definirei assolutamente patologico”, disse Money alla rivista, e aggiunse: “E’ molto importante che, una volta che una relazione è stata fondata su basi positive e affettuose, non venga interrotta precipitosamente”. 

Il governo americano finanziò lautamente le ricerche di Money. Nel 1963 i National Institutes of Health assegnarono a Money una sovvenzione di 205.920 dollari, una somma considerevole tenuto conto del valore del dollaro nei primi anni Sessanta. Si trattava tuttavia solo della prima di parecchie sovvenzioni da parte dei Nih, che avrebbero sostenuto Money e la sua Unit del genere per i trentacinque anni seguenti. Money si fece portatore anche della teoria secondo la quale il “gioco sessuale preparatorio” nell’infanzia era cruciale per la formazione di una sana identità di genere in età adulta. Espresse per la prima volta tale teoria in un saggio pubblicato sul British Journal of Medical Psychology. Profili di e interviste con John Money apparvero su Playboy, Cosmopolitan, Psychology Today, Omni, e sull’Atlantic Monthly. Nell’edizione speciale del 1990 della serie “Hot Issue” di Rolling Stone, Money veniva celebrato come “Hot Love Doctor”, Dottor Amore Bollente; apparve inoltre in molti programmi televisivi, compreso l’“Oprah Show”. 

Solo uno sconosciuto ricercatore di nome Milton Diamond mise in discussione le assurde teorie di Money. Ma fu ignorato. Al contrario, “il caso dei gemelli di Money fu decisivo perché venisse universalmente accettata la teoria secondo la quale gli esseri umani sono alla nascita psicosessualmente plastici”. Fu l’inizio di una ideologia potentissima che vede i bambini come oggetti sessuali, cavie da plasmare in laboratorio. Brian-Brenda-David fu uno di quelli.

Il medico cercò anche di combinare un incontro sessuale della ragazzina con un transessuale. Brenda corse a casa per suicidarsi. Fu il primo di una serie di tentativi. Quello fatale, dieci anni fa, con un fucile puntato alla testa. Nel 1994 Milton Diamond, dopo aver incontrato David, aveva scritto un saggio per svelare come fosse andato a finire il “caso dei due gemelli”. Ci mise due anni per trovare una rivista che accettasse il testo. Alla fine nella rivista medica Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine il dottor Diamond e il dottor Keith Sigmundson, uno psichiatra di Victoria, nella British Columbia, documentarono come David avesse combattuto fin dall’inizio contro l’identità femminile impostagli e come, a quattordici anni, fosse tornato al sesso scritto nei suoi geni e nei suoi cromosomi. 

L’ideologia del gender alla Johns Hopkins ebbe fine con l’arrivo a capo del dipartimento di psichiatria di Paul McHugh, noto come il flagello della psichiatria ideologica. Un profilo del Baltimore Sun del 1997 lo soprannominò “Dottor Iconoclasta”. In un articolo del 1992 sull’American Scholar, McHugh criticò la chirurgia transessuale di Money come “la terapia più radicale che sia mai stata incoraggiata dagli psichiatri del Ventesimo secolo” e paragonò la sua popolarità alla pratica un tempo diffusa della lobotomia frontale. 
Non puoi cambiare “XY”. Neppure tramite la rieducazione fisica e psicologica. Neppure con il “gender”, come è successo a Brian-Brenda-David, trasformato in un invisibile campo di concentramento.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

di Giulio Meotti

Categorie articolo: Bioetica /

 

Lunedì, 26 Maggio 2014 14:19

una donna che ha 'imparato'a contare

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La nipote di Martin Luther King si batte per la Vita
"L'aborto ha ammazzato più neri di quanti il Ku Klux Klan avesse mai osato sperare": questo uno degli slogan di Alveda King, indomito spirito pro life tra gli afroamericani
«Chi si oppone all’aborto criminalizza le donne. Opprime le minoranze, specie se povere. Una donna che non difende “la libertà di scelta” è una che “non ci è mai passata”. Il movimento pro-life impone il potere maschile alla maternità. È un movimento conservatore e bigotto, violento e antidealista: i pro life fanatici colpevolizzano i medici perché non sanno muovere coscienze».

Queste e infinite altre falsità sono confutate una volta e per tutte dalla sola esistenza di Alveda King, nipote del più famoso Martin Luther. Il padre di Alveda era al suo fianco, nella lotta per il riconoscimento dei diritti dei neri, lotta che negli anni Sessanta portò finalmente alla totale emancipazione politica degli afroamericani.
Una lotta che molti giudicavano settaria, inutile, non condivisa dalla popolazione. Una lotta che si scontrava con la resistenza di strutture di governo locale e federale incentrate di diritto o di fatto sulla segregazione dei neri dai bianchi, e sul dominio di questi su quelli. Una lotta i cui protagonisti erano dipinti come fanatici religiosi senza contatto con la realtà.
La casa del reverendo Alfred Daniels Williams King a Birmingham fu fatta esplodere da una bomba. La chiesa dove predicava a Louisville fu fatta saltare per aria. Ma il papà di Alveda continuò le prediche e i discorsi appassionati che guadagnarono a lui e al fratello il nomignolo di “figli del tuono”. Dopo il primo attentato, il reverendo A.D. King saltò sul tettuccio
di una macchina e si rivolse così ai suoi compagni pronti alla rivolta, già intenti a scagliare sassi: “Amici, abbiamo avuto abbastanza problemi stanotte. Se volete uccidere qualcuno, uccidete me. Lottate per i vostri diritti, ma in maniera non violenta”.
Sua figlia Alveda ha avuto una vita difficile, e non solo per i problemi politici di suo padre e l’assassinio dello zio. Divorziata tre volte, ha volontariamente abortito due bambini ed ha dovuto “arrendersi” al terzo solo perché non poteva permettersi un’altra operazione. Ma nel tempo, grazie alla sua esperienza diretta, ha capovolto il suo giudizio ed è da poco l’autrice di un terribile documentario, Bloodmoney, contro Planned Parenthood e quell’industria dell’aborto della quale era diventata cliente, cioè vittima.
Alveda ora è a capo di un’associazione pro-life e combatte con lo stile del padre e dello zio l’ennesima ingiustizia sociale verso i più oppressi fra i deboli: i non nati. E lo fa grazie a una drammatica, personale consapevolezza di cosa significhi. Una consapevolezza pagata col sangue. Se si legge con attenzione la sua autopresentazione sul sito dell’associazione che ha fondato, King for America, una differenza rispetto alla sua pagina di Wikipedia salta subito all’occhio. Miss King specifica di essere madre di otto figli, mentre l’enciclopedia gliene attribuisce sei. E questo perché lei, a differenza, purtroppo, della società che la circonda, ha capito che anche quei due “aborti” sono altrettanti suoi bambini. E qualunque cosa sia successa, qualunque sia la colpa di cui si è macchiata nei loro confronti, lei si dice orgogliosa di essere la loro mamma.

Zenit 2013

Io, ex lesbica anticlericale oggi sposata con un uomo: «Nella verità dell’identità è la libertà»

«Se quella era la libertà, perché mi sentivo morta? Oggi rispondo: perché venivo da una realtà mossa da interessi politici ed economici che speculava sulla sofferenza dell’altro»
matrimonioSulla Voce del popolo di Brescia (oggi ripresa da Avvenire) è comparsa questa lettera che ripubblichiamo
Ho scoperto di essere lesbica quando lavoravo negli ambienti universitari. Mi occupavo di scienze sociali perciò, un po’ per lavoro, un po’ per interesse, iniziai a frequentare movimenti femministi. Provenivo da un ambiente sociale e famigliare segnato da un forte clima di individualismo (ognuno deve sapersela cavare da solo e bene), perciò non fu difficile per me sposare ciò che il femminismo radicale insegna: la donna basta a se stessa e l’uomo rappresenta un nemico. Nei numerosi circoli culturali che frequentavo, notavo che i dibattiti, l’arte, le presentazioni librarie, la moda, la comunicazione, gli eventi avevano un filo comune che tesseva l’immagine della donna di oggi: difenditi e aggredisci per sopravvivere al maschio dominatore e trova solidarietà e protezione nelle donne.
Eppure la quotidiana battaglia che vedevo non era verso il maschio conquistatore dipinto in passato dal femminismo tradizionale. In realtà, mi confrontavo sempre più con uomini profondamente in crisi con la propria mascolinità, intimoriti dall’aggressività della donna e incapaci di gestire e prendere decisioni. Conoscevo donne stanche (tra cui io stessa) di condurre relazioni con uomini simili a bambini impauriti e immaturi. Conoscevo uomini a metà, che dovevano tener testa all’aggressività della donna nella società e sul lavoro. In questo scenario, la complementarietà uomo-donna si stava trasformando in divergenza prima e ribaltamento poi della mascolinità e femminilità. Io stessa ero un meccanismo inconsapevole di questo ingranaggio. Con il tempo, iniziai a provare sempre più sfiducia verso gli uomini, mentre cresceva una forte complicità con le donne che fece emergere la mia omosessualità.
Mi sentii realizzata e credetti finalmente di aver trovato una completezza interiore. Ne ero pienamente sicura! Ero certa che solo un’altra donna potesse comprendermi e darmi quella protezione che io come donna desideravo. Poco alla volta, però, iniziai a sentirmi svuotata. Quel vortice di condivisione emotiva mi consumava. Se quella era la libertà, perché mi sentivo morta? Oggi rispondo: perché venivo da una realtà mossa da interessi politici ed economici che speculava sulla sofferenza dell’altro. Al minimo dubbio sulla condizione omosessuale, mi sentivo rispondere: «Tu sei così, è la tua vera natura, non fare domande inutili e vivi, la colpa è dell’altro che non sa accettarti». Un vero inganno.
Ero un’anticlericale favorevole alla laicità della società, finché qualcosa si mosse in me. Dopo tanto tempo, mi avvicinai alla fede a seguito di un pellegrinaggio a Medjugorje. Iniziai così un percorso cristiano nel quale incontrai sacerdoti e associazioni cattoliche che accolsero la mia sofferenza e con i quali cercai di comprendere la verità della mia identità alla luce dell’onestà intellettuale, scientifica e della dignità umana, aiutata anche da alcuni psicoterapeuti. La presa di coscienza di quanto fosse alterata la realtà femminista nella quale vivevo, mi permise di iniziare un percorso che mi ha portato a riconnettermi con la mia identità di donna. Oggi so che la mia omosessualità è stata la conseguenza di un modo di percepire falsamente la mia identità, secondo una realtà artificiale nella quale mascolinità e femminilità assumono caratteri indistinti, liquidi, sostituibili e ribaltabili. Mi sono sposata e al mio fianco cammina un uomo integro nella sua mascolinità. È nella verità della propria identità che risiede la libertà.
Francesca

Sabato, 22 Marzo 2014 12:20

allevato da lesbiche

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Cresciuto da due lesbiche, dice no al matrimonio omosessuale

Robert Oscar Lopez offre la sua testimonianza per opporsi ai giudici federali che impongono agli Stati di Utah e Oklahoma di celebrare nozze omosessuali

ROMA, 27 Febbraio 2014 (Zenit.org) - Oltreoceano il dibattito sulle adozioni e sui matrimoni omosessuali torna ad appassionare l’opinione pubblica. Il motivo sono le recenti sentenze di alcuni giudici federali che hanno annullato, in nome dei diritti degli omosessuali, referendum popolari avvenuti negli Stati dello Utah e dell’Oklahoma in cui gli elettori si erano pronunciati a grande maggioranza affinché l’unico matrimonio riconosciuto fosse quello tra un uomo e una donna. I governatori di questi due Stati, che si trovano ora l’ingiunzione a celebrare nozze omosessuali, hanno così deciso di fare appello.

Il ricorso è accompagnato dal sostegno di gran parte dei cittadini, che si sentono defraudati del loro diritto d’espressione mediante democrazia diretta. Una massiccia manifestazione contro la sentenza si è recentemente tenuta a Salt Lake City, capitale dello Utah, all’interno di una sala del Parlamento federale. I tanti partecipanti hanno ascoltato gli interventi di una serie di relatori presenti a vario titolo.

Tra questi, il più applaudito è stato quello di Robert Oscar Lopez, simbolo della battaglia a favore del matrimonio tradizionale, inviso alle lobby omosessuali per via di una storia personale che lo rende testimone credibile dell’opposizione a modelli di famiglia stravaganti. Egli, infatti, dopo la separazione dei genitori, è cresciuto con la madre e con il suo nuovo partner, di sesso femminile.

“Ho da rivolgere un appello alla comunità gay - ha detto nel corso dell’incontro a Salt Lake City -. Per favore, fermate ciò che state facendo. Spero che vi accorgerete che non si possono privare i bambini di una mamma e di un papà. Che diciate di no al matrimonio gay”.

Il volto di Robert Oscar Lopez è diventato popolare negli Stati Uniti un anno fa, quando egli è uscito allo scoperto raccontando la sua testimonianza al Parlamento del Minnesota, che stava legiferando sul matrimonio omosessuale. “Abbiamo sentito tante campane, ma mai quelle dei diretti interessati cui non viene data voce”. Con queste parole ha introdotto un discorso destinato ad emozionare l’opinione pubblica americana.

“Mi mancava un genitore”, ha detto riavvolgendo il nastro della sua memoria sino ai tempi dell’infanzia. “I bambini sentono profondamente la mancanza di un padre e di una madre - ha riflettuto - e provano inoltre una grande frustrazione, perché non sono in grado di fermare chi decide di privarli del padre o della madre”. La frustrazione di cui parla, Robert Lopez l’ha vissuta sin dai due anni, da quando la madre si stabilì a vivere in un camper con la sua compagna. Ma sono in molti, negli Stati Uniti, ad aver vissuto sensazioni simili, senza tuttavia volersi esporre. “Nel corso dell’ultimo anno - ha spiegato il professore della California - sono stato di frequente in contatto con adulti cresciuti da genitori dello stesso sesso”.

La loro riservatezza è comprensibile. “Sono terrorizzati dall’idea di parlare pubblicamente dei loro sentimenti - ha raccontato Lopez - si sentono scollegati dagli aspetti legati al sesso delle persone intorno a loro, e con una certa frequenza provano rabbia verso i loro ‘genitori’ per averli privati del genitore biologico (o, in alcuni casi, di entrambi i genitori biologici), rimpiangono di non aver avuto un modello del sesso opposto, e provano vergogna o senso di colpa per il fatto di sentire un risentimento verso i propri genitori”.

Dopo un comprensibile travaglio interiore, Robert Oscar Lopez ha invece deciso di parlare. E di manifestare senza indugio la sua contrarietà al matrimonio omosessuale. “Incoraggiare le coppie dello stesso sesso a pensare che la loro unione non sia distinguibile dal matrimonio - il suo sfogo - è come affermare una menzogna, e tutto ciò che si fonda sulla menzogna ci si ritorcerà contro”. Il professore non ha peli sulla lingua quando parla della comunità omosessuale nella quale ha vissuto quarant’anni. “Ho visto come questa realtà produca odio e recriminazione viziosa”, ha detto. Il lato affettivo, ha osservato Lopez, sopravanza qualunque altro aspetto, viepiù quello meramente economico, poiché “avere una mamma e un papà è un valore prezioso in sé, non qualcosa che può essere ignorato, anche se una coppia gay ha un sacco di soldi, anche se può iscrivere un ragazzino alle migliori scuole”.

Parlando dei metodi di procreazione artificiale connessi al desiderio degli omosessuali, ha poi aggiunto che sarebbe “inquietante e classista la posizione dei gay che pensano di poter amare senza riserve i loro figli dopo aver trattato la madre surrogata come un incubatore, o delle lesbiche che credono di amare i propri figli incondizionatamente dopo aver trattato il loro padre-donatore di sperma come un tubetto di dentifricio “.

La voce di quest’adulto, originario del problematico quartiere newyorkese del Bronx, vuole parlare “per conto di coloro che sono stati messi da parte dalla cosiddetta ‘ricerca sociale’ sulla genitorialità omosessuale”. Quella “ricerca sociale” che ha sacrificato i diritti dei bambini sull’altare dei desideri di una minoranza.

Domenica, 16 Marzo 2014 17:58

Storie che non fanno scalpore..storie d'Amore

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Al bivio mi sono fermata. Non ho pronunciato subito il mio “si”, come quella madre di 2000 anni fa. Al bivio mi sono fermata. Improvvisamente si era fatto tutto buio: le tenebre avvolgevano me, i medici e i sacerdoti dietro di me. Avevo consultato la Scienza e la Morale. I medici mi spingevano sul sentiero del NO, perché non aveva senso sottoporsi ai rischi di una gravidanza, di un terzo intervento cesareo per… una bimba destinata alla morte, un “feto terminale”, come lo chiamano loro. Gli altri mi spingevano sul sentiero del SI perché c’è scritto “non uccidere “. Per una credente, praticante come me, poteva anche bastare, ma il dolore, lo sconforto e la confusione mi erano penetrati dentro senza darmi tregua. Al bivio mi sono fermata. Entrambi mi sembravano due estremismi opposti. Nessuna di queste affermazioni passava pienamente attraverso la mia persona che è fatta di ragione, di corpo e di cuore. Prima di tutto la ragione. In questi ultimi anni stava quasi diventando per me un secondo “credo”, forse per deformazione professionale (sono una matematica, infatti), o forse perché la ragione finora non mi aveva mai tradita. Ma ora mi faceva tanto soffrire.
Apparteneva alla sfera della ragione ciò che sostenevano i medici, anche se davanti a quei monitor e a quei dinieghi col capo, una parte di me ribadiva con veemenza: “Per voi è solo un feto terminale, perché così è scritto sui vostri manuali, ma per me è un figlio!“. Sono stata gentilmente invitata a ripensarci e … in caso contrario . . . a cambiare aria, ovvero struttura, dal primo, dal secondo, dal terzo e dal quarto ginecologo. Ho avuto tanta paura di quel buio. La ragione votava per il NO. Al bivio mi sono fermata. E poi c’era il corpo. E’ vero. Sono una mamma di due magnifici figlioli: Claudia di circa nove anni e Thomas di circa sei. Ma sono ancora una donna. E anche una donna di questi tempi ovvero attenta al proprio corpo: dieta, palestra, tintarella, moda. La strada del SI non considerava proprio il mio corpo che si sarebbe trasformato, forse deformato, sicuramente lacerato. e per niente sostenevano loro. Non si può chiamare niente un cuore che vedo e sento battere. Tuttavia anche il mio corpo votava per il NO. Al bivio mi sono ancora fermata.
E infine c’era il cuore. Quel cuore di madre che piangeva muto e sanguinava e soprattutto che … amava questa figlia esattamente come amava Claudia e Thomas, forse un po’ di più, perché più debole. Perché non ascoltarlo? Perché ignorarlo o vergognarsi di esso? Se fosse successo qualcosa di grave ad un mio figlio a due anni l’avrei forse soppresso? Non avrei fatto di tutto per stargli accanto?
Ma il risultato era chiaro: 2 a 1. Al bivio stavo per muovermi… Non lo avrebbe saputo nessuno e i medici sarebbero stati nuovamente gentili. Però, la partita non era ancora finita. Li su quel lettino di ospedale, dopo l’ennesima diagnosi infausta, in quelle tenebre, come per incanto, accanto ai medici è comparsa un’infermiera. Era tutta vestita di bianco e per questo sembrava luminosa. Mi ha toccato il braccio per farmi comprendere in silenzio che avevo diritto di dar sfogo al mio dolore qualsiasi strada avessi intrapreso. Questa è psicologia! Solo allora mi sono accorta che, nonostante la mia incredulità e l’indurimento dei lineamenti del mio volto, le lacrime scorrevano da sole. E mi hanno fatto tanto bene. Erano le stesse lacrime che rigavano il volto di mio marito e che non gli avevo visto mai. In quel momento ho preso coscienza della mia esistenza e di quella del mio compagno di vita, esistenze fino a quel momento quasi anestetizzate dall’incubo. In questa presa di coscienza, che evidentemente non è automatica, è arrivato il senso della responsabilità: troppo grande la scelta da farsi.
“Perché?” “Perché proprio a me?” “Perché proprio a noi?”. Finalmente sono riuscita a dirlo! È sempre questa la domanda che attanaglia l’essere umano, da sempre. Racchiuso tutto in una logica più o meno imperscrutabile, limitata, in divenire, emerge sempre l’eterno PERCHE’. Per una matematica poi, è il pane quotidiano. Ma tutti, sin da piccoli, abbiamo sperimentato che ad alcuni “perché” non c’è risposta: la vita sarà sempre un mistero. Assorta in questi pensieri, l’infermiera vestita di bianco, che sembrava seguire il filo dei miei pensieri, mi ha sussurrato dolcemente: “allora lascia fare a Dio”.
Ho avuto un tremito, anzi uno scossone. Quest’ultima parola è risuonata nelle mie orecchie come un frastuono di lame taglienti ed ha abbagliato le mie pupille. Poi l’infermiera è scomparsa e non l’ho più rivista. E’ tornato il buio. Al bivio mi sono nuovamente fermata. Già Dio. ..Era entrato sin da piccola a far parte della mia vita e, quando volevo metterlo a tacere, riusciva sempre a trovare la maniera per farsi sentire. Come in questo momento. Ma chi è questo Dio che vede morire un neonato e non interviene? Dove è questo Dio che ode le urla strazianti di una madre e si tappa le orecchie?
Perché questo Dio, che chiamiamo padre, non allevia il dolore sordo di un altro padre? Non sarà mica questo Dio, come sostiene una certa filosofia e psicoanalisi, una invenzione dell’uomo per giustificare i propri limiti? Può essere. Ma io credo in Lui. E Lo sento. Anche in questo momento, benché non scorga le sue orme vicino alle mie. Ma qualcuno ha scritto che questi sono i momenti in cui Lui ci porta in braccio. Per questo vorrei riempirlo di pugni e di calci come fa un bimbo quando le cose non vanno per il verso a lui gradito. Non sono mai stata così ingenua da pensare che Dio si svegli al mattino e si diverta a mandare le sofferenze agli uomini: altrimenti non sarebbe Dio, ma uno di noi. Non sono mai stata così sprovveduta da ritenere che Dio, il trascendente, si potesse dimostrare come un teorema di Matematica: se così fosse sarebbe immanente e non trascendente, ovvero non sarebbe più Dio. E allora come entra Dio in questa dolorosa storia? Mettendomi al fianco un compagno di vita che pur nel dolore sa “vivere” la Sua volontà e non semplicemente “fare” la Sua volontà nel senso di “subirla”. Mio marito mi ha detto infatti: “Dio su ciascuno di noi ha un Progetto di Vita che può essere di nove mesi e novanta anni oppure nove mesi e novanta minuti. Che diritto abbiamo noi di interrompere tale progetto? E poi che differenza c’è fra novanta anni o novanta minuti di fronte all’eternità?” Condividevo il suo discorso, ma in quel momento suscitava in me offesa, fastidio. Sembrava che anch’esso by -passasse la mia persona e subito ho reagito: “Parli così perché la prova non passa attraverso la tua persona, il tuo corpo: e se dovesse succedermi qualcosa? Non pensi ai bambini? Non ci tieni a me?” Ha ribadito con voce tremula: ” Vorresti dire che se ti consigliassi l’aborto, terrei di più a te? Se noi siamo sempre stati convinti che non è questa che viviamo oggi la vera vita, bensì è un’altra la vera vita, ben più importante. È a questa e a quell’altra tua vita che tengo! Amo il tuo corpo, ma di più amo la tua anima.”
Era la più bella dichiarazione di amore che mi avesse mai fatto in 17 anni!
L’anima. Un’altra parola magica che non pronunciavo da tanto tempo. Non capita più nei discorsi perché non va più di moda, purtroppo. L’ATMAN, come dicono in Oriente: la parte più indistruttibile di sé. Ed esiste. Altrimenti non sentirei ancora viva mia madre scomparsa sette anni fa. Ma quando comincia l’esistenza di questa anima? Alla maggiore età? Sicuramente anche un bimbo la possiede e non in misura minore di un adulto. Appena fuori del grembo materno? Certamente! E un attimo prima? Pure! E un attimo prima ancora? Anche!. Non dipende dalla forma delle cellule embrionali perché l’anima non è un ente biologico. E se non siamo fatti solo di biologia, cioè di cellule, tessuti, organi, apparati, sistemi, ma c’è dell’altro e, anzi, è proprio questa la peculiarità che caratterizza un essere umano, come posso solo pensare di interrompere la sua esistenza?
Al bivio mi ero fermata ma con mio marito siamo ripartiti . Non era affatto facile la strada del SI.
In questa strada ho ripensato a tante mamme che avevo visto imboccare l’altra strada. Ho pregato per me e per loro e soprattutto… le ho amate. Perché ognuno ha una storia personale diversa: un compagno d’avventura diverso, un medico diverso, un’infermiera diversa, un cammino interiore diverso. Ma mio marito ha subito capito che al di là di tutto non potevamo chiuderci in noi stessi. Dovevamo aprirci alle persone giuste. Ad amici doc, non scontati, e soprattutto ad alcune famiglie sparse per tutta l’Italia che aveva vissuto un’esperienza sovrapponibile alla nostra. Esiste infatti da circa tre anni in Italia un’associazione di famiglie (la Quercia Millenaria) che hanno accompagnato i loro bimbi nella loro effimera Vita e li hanno amati sino alla Fine. Questa associazione fatta di uomini veri e non solo di ideali ci ha aiutato tantissimo sostenendoci quasi quotidianamente con telefonate, sms, e-mail, inviti a casa loro che arrivavano tempestivamente prima che lo spirito cominciasse a dare segni di cedimento.
Spiavo il loro stile di vita, bevevo al calice della loro forza interiore, mi lavavo alla fonte della loro serenità. Ma chi era questa fonte? Un uomo come noi, rispondevano, che 2000 anni or sono, agli occhi dei suoi contemporanei è sembrato un perdente, ma che dopo 2000 anni fa ancora parlare di sé e che per questo un perdente non è: Gesù. Grazie a loro abbiamo ritrovato la forza di sorridere e addirittura di ridere, ma soprattutto ho trovato la forza di superare la prova che mi spaventava più di tutte: rivelare ai miei bambini che la loro sorellina ora nel pancione di mamma stava bene, tuttavia aveva contratto una malattia che dopo la nascita probabilmente l’avrebbe portata in cielo.
E loro, con la saggezza tipica dei bambini, hanno trovato il modo per essere comunque felici: Thomas ha intensificato i bacetti sul pancione e Claudia ha esordito dicendo: “Mamma ma come fai ad esser triste? Possibile che non capisci quanto siamo fortunati? La nostra famiglia avrà un angelo in cielo mentre le altre famiglie no! E poi in cielo per le coccole provvederà nonna Maria!” (mia madre). Mi sono commossa: la bambina aveva toccato la verità: noi adulti abbiamo studiato troppo e l’abbiamo persa. Allora mi è tornato in mente un Salmo: “Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza o Signore, nostro Dio” (salmo 8, v 3). Ancora Dio. Quello stesso Dio che in questa storia volevo sopprimere. Quello stesso Dio che conosce la vita della mia bambina da sempre. Quello stesso Dio che io e mio marito avevamo inserito fra noi due il giorno del matrimonio. Quello stesso Dio di cui quotidianamente parlavo ai miei figli come unico faro nel navigare della loro vita. Quello stesso Dio che aveva scritto non uccidere e senza eccezione alcuna. Quello stesso Dio che era la fonte del sorriso di quelle famiglie. Quello stesso Dio di cui ci parlava il prof. Noia ginecologo del policlinico “Gemelli” di Roma, l’unico che sosteneva, addirittura ammirava il nostro amore per questa figlia diversa. L’unico che amava il frutto dell’amore mio e di mio marito e lo vedeva come un dono, anche se la confezione regalo era venuta male.
Addirittura ci offriva visita, vitto e alloggio gratis e ci abbracciava. Lui, un professore del Gemelli, a noi che non stavamo facendo niente di più che.. .essere genitori. L’unico che in quel monitor dell’ecografo non si soffermava solo su ciò che la nostra bimba non ha, ma soprattutto su quello che la nostra bimba che ha, in primis la VITA. Una vita scevra da pregiudizi, da secolarizzazioni, da mode, da omologazioni, una vita pulita, candida. Candida sarà il suo nome, anzi no, Candida è il suo nome. In questa storia Dio non potevo più ignorarlo. Anzi, attraverso questa storia si era fatto sentire in carne e ossa attraverso la carne e le ossa della mia Candida . Si era fatto sentire come in quel sabato sera quando, sola, davanti al mare della mia città, tentavo di scrutare la linea dell’orizzonte. Ero lì a cercare Dio e a chiedergli esattamente come faceva suo figlio: Cosa vuoi da me? Perché mi hai abbandonato? Se puoi allontana da me questo calice ma, dove sei?” In quel buio, in quel silenzio rotto solo dal fragore del mare, Lui sembrava non esserci.
Poi mi ha risposto: la piccola Candida mi ha mollato un energico calcetto. E io non mi sono mai sentita così sciocca. Allora le mie lacrime di disperazione si sono tramutate in gioia. “Hai mutato il mio lamento in danza” (Salmo 29,12). Non ho pianto più. Ho portato il mio pancione con orgoglio per la strada, fra la gente, in mezzo alla natura. Ad ogni passo imparo da lei qualcosa di nuovo perché il mondo si è trasformato, e il mio cuore ammaliato. Al mattino le faccio provare il sorgere del sole ad Est e il pomeriggio tramontare oltre il mare ad Ovest. Di notte le faccio ammirare le stelle e la falce della luna galleggiare nell’immenso cielo. E poi alberi, foglie, insetti, uccelli, animali, nuvole, arcobaleni, orizzonti. Tutto era sempre esistito nei suoi mille aspetti, ma io non vi avevo partecipato. Tutto dissolto dalla fretta, oltrepassato dal pensiero. Ma, ora, il mio occhio libero cerca la realtà per rivelarla il più possibile a lei, a Candida. Così il mondo sembra più bello, semplice. Brevi sembrano i giorni e le notti per mostrarle e dirle tutto ciò che vorrei.
Col suo nome e grazie a quella associazione abbiamo dato, in alcune occasioni, fuori della nostra città, per il momento, la nostra testimonianza di SI ALLA VITA e Candida ha provato già i suoi primi applausi, ha già fatto commuovere. Sono orgogliosa di essere sua madre e questa storia di dolore, può sembrare strano, si sta quasi tramutando in una storia di gioia. Sì, perché Candida adesso mi dà una strana gioia, unitamente alla gioia propria della maternità, a quei piccoli segreti, a quei discorsi telepatici, a quelle comunicazioni non verbali. E’ questo tutto quello che può fare una madre per una figlia e una figlia per una madre. Non mi sento una eroina, né una perfetta cristiana, ma semplicemente … una madre. Quasi improvvisamente mi è venuta in mente un’altra madre.
Era una donna semplice, giovane, con le sue paure, i suoi sogni, come tante donne, vissuta 2000 anni fa, quando sicuramente il pregiudizio pullulava nell’aria che respirava. Allora non c’era l’ecografo e non si facevano visite, ma il suo ginecologo, un certo prof. Gabriele Arcangelo, le aveva annunciato che aspettava un bambino diverso dagli altri, destinato ben presto alla morte. Quanto presto non ha importanza perché il tempo (come ha detto mio ma rito e anche Einstein, per vie diverse) è un concetto relativo. Al bivio Lei ha pronunciato subito il suo “SI”.
Questa Madre ha incarnato in particolare , oltre che tutte le madri del mondo, due tipologie di madri cosiddette “a rischio: la ragazza madre e la madre di un figlio “terminale “.
Anche lei sarebbe sopravvissuta a suo figlio, provando il più grande dei dolori esistenti su questa terra. Non ci avrei mai creduto, anche perché non c’è mai tempo, eppure dalla recita del Rosario, insomma da quella donna, proprio da quella Madre ora traggo la forza , So che Lei mi capisce più di tutti perché ha provato. Una madre, un genitore è colui che serve, che non dice mai “quante ne ho fatte per te e poi…”, è colui che sa dare senza aspettarsi nulla in cambio, nemmeno un grazie, nemmeno . . . la sua presenza. Non mi sento una eroina, né una perfetta cristiana, ma semplicemente una madre. Così d’altronde era stata mia madre con me, soprattutto nei suoi ultimi giorni di vita , che coincidevano con le varie prove di un concorso che aspettavo da 10 anni e che non ci sarebbe stato più. Dal suo letto mi disse: “Se mi vuoi veramente bene, non preoccuparti per me e lasciami: va’ per la tua strada. Io ti sarò vicina”. Così feci: erano le sue ultime ore di vita. Il suo amore e il suo esempio mi hanno formata: è questo ciò che spero per i miei figli. E’ questa la preghiera che chiedo: se dovesse verificarsi ciò che i medici prevedono per la mia Candida, vorrei riuscire a trovare la forza, il coraggio e l’amore per dirle “Se mi vuoi veramente bene, non preoccuparti per me e lasciami: va’ per la tua strada. Poi stammi vicina”. Da madre di mia figlia, divenire figlia di mia figlia. Non mi sento una eroina, né una perfetta cristiana, ma semplicemente . . . una madre: Anna, madre in attesa.

Epilogo
Il 30 aprile, alle 9.45 Candida è nata. La ginecologa l’ha presa con tanto amore e l’ha consegnata alla neonatologa che l’ha lavata, curata e accarezzata come se fosse sua figlia. Candida era bella e forte cioè un fiore. I lineamenti delicati, le guanciotte paffute e rosee, le coscette cicciottelle, la bocca e il naso piccoli. In sala operatoria eravamo in 14 fra medici, infermieri, don Luca e mio marito che mi accarezzava e mi incoraggiava. Candida ha pianto come gli altri due miei figli ma questa volta abbiamo pianto tanto anche noi: io e mio marito. Quello di Candida, infatti, era un pianto diverso, non nel suono ma nella consapevolezza, sua e nostra. A me è sembrato un inno alla Vita. Me l’hanno avvicinata e io, immobilizzata dall’anestesia, l’ho baciata sulla guancia e le ho urlato per tre volte nell’orecchio: “Ti voglio bene, Candida”. Volevo che sapesse solo questo: io l’ho tanto amata e l’amerò sempre. In sala operatoria don Luca l’ha battezzata. Quel momento aveva qualcosa di irreale: acqua del Giordano, placenta, sangue, lacrime, ago e filo. Chi pregava, chi cuciva, chi piangeva, chi sorrideva. Candida aveva permesso tutto questo. Ero felice. Alla fine dell’intervento la dottoressa Carli mi ha dato un bacio. Un bacio fra donne, un bacio fra mamme. Candida era nata. Candida era viva. E anch’io ero viva. Mi permettevo persino di fare delle battute di spirito. Fuori della sala operatoria mi aspettavano Barbara e Felice della Quercia Millenaria venuti dall’Abruzzo, (un anno fa hanno vissuto una storia analoga alla nostra). “E’ bellissima” dicevano e io non mi sono mai sentita così orgogliosa perché da quelle cosciotte, da quelle guanciotte si capiva subito che io le avevo dato tutto ciò che potevo darle: globuli rossi, globuli bianchi, piastrine, vitamine, proteine.., e soprattutto … la VITA. Era stata questa la mia unica aspirazione in questi ultimi mesi. “Che stupidità!” “Che spreco!” penseranno alcuni. So come va oggi: non funziona? E allora si getta via. Ma la Vita non è un telefonino da rottamare o una lavatrice guasta di cui disfarsi. La Vita è un dono, sempre. E quella di un bambino dentro il grembo materno è una Vita. Non è fanatismo o cieco bigottismo questo: è la naturalità. In quel momento di concitazione sentivo di essere cambiata: alla vista di Candida, alcune mie priorità della vita scendevano di posizione e la scala dei valori assumeva un nuovo assetto. Che senso ha avere i soldi o una posizione sociale se non hai mai amato veramente? E mi sono tornate in mente le parole del prof. Noia: “La vita senza l’amore non ha sapore, ma senza il dolore non ha valore”. Sono tornata in camera. Barbara pensava a me, alle mie flebo: sembrava quella sorella che non ho mai avuto. Felice stava accanto ad Alessandro il quale voleva solo stare con Candida. Si è recato da lei.
Poi mi ha raccontato che voleva farle sentire tutto il suo affetto e il suo amore. Lui le dava la manina e lei gliela stringeva forte, forte. Quando poi la ritraeva, Candida gliela tirava, quasi a non volerlo lasciare più, e lui restava, con lei, ad asciugarle la bocca (ha infatti anche mangiato), ad accarezzarla o semplicemente a guardarsi negli occhi. Poi sono venuti i fratellini e i nonni che l’hanno potuta vedere e toccare. Thomas mi ha raccontato che quando lui l’ha accarezzata, Candida ha sussultato. “Mamma, forse mi ha riconosciuto perché sono suo fratello!” mi ha detto in seguito. L’ho rassicurato di sì. Anche nei nonni, fino a quel momento timorosi, ho visto scattare il meccanismo della tenerezza e dell’amore. Anche loro hanno cominciato ad amarla. Siamo tutti quanti noi dei san Tommaso: abbiamo bisogno di vedere. È tornata la calma. Allora ho chiesto di stare sola con mia figlia e col suo papà. Tutto il personale del reparto di Ginecologia e Neonatologia si è mobilitato per trasportarmi con il mio letto da lei. Allora le ho cantato la stessa ninnananna che cantavo ai suoi fratellini, l’ho coccolata, le ho parlato tenendole la manina o accarezzandola. Candida mi stringeva e mi sorrideva. Era tranquilla e serena: non ha mai sofferto. Quando mi guardava sembrava dirmi: grazie. Ma questo la scienza non può spiegarlo. Sono tornata in camera. Alle tre di notte, io ho avuto un malore, mio marito ha chiamato l’infermiera e io gli ho detto: “va’ da Candida, sento che sta succedendo qualcosa”. Ma dopo alcuni minuti, Candida è venuta da noi: il suo cuore aveva cessato di battere. Anche questo la scienza non può spiegarlo: il cordone ombelicale fisico era reciso, ma quello interiore, non ancora … e … forse non lo sarà mai. Prima, col mio letto, ero andata io incontro a lei, poi lei, col suo lettino, incontro a me.
Un abbraccio … per sempre. La lettura del l maggio era: “Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno o/o (2 Pt 3,8)
Candida si è trasformata in un bellissimo angioletto ed è volata in cielo”… “Mamma, ma perché era bellissima!” “Allora possiamo cambiare la preghiera dell’Angelo Santo, in Angelo Candida?” “Certo bambini: è un’ottima idea! Forza, insieme, preghiamo” “Angelo Candida, stammi vicino, dammi la mano che sono piccino. Se tu mi guidi col tuo sorriso andremo insieme in Paradiso. Buonanotte Candida: ti vogliamo bene.”

La tua mamma
 
 
Martedì, 28 Gennaio 2014 17:37

L'aborto di una star

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Divenne una star internazionale e vendette milioni di dischi in tutto il mondo, affascinante ragazza da poster vestita di pelle, star del rock’n’roll che fa tendenza, con un ruolo ricorrente in una delle serie top della storia della televisione (“Happy Days”), ma in tutto questo Suzi Quatro nascondeva un segreto insopportabile: un aborto da adolescente che le ha causato così tanto dolore che ora a 63 anni dice ancora: “non penso che potrò mai superarlo.”
Ricordata forse soprattutto per aver interpretato Leather Tuscadero, la cantante della band di Joanie Cunningham nella serie TV Happy Days, la Quatro ha ancora difficoltà ad affrontare il suo dramma della vita reale.
Nata in una famiglia cattolica a Detroit nel 1950, la Quatro lasciò la sua casa italiana e ungherese all’età di 14 anni per fare un tour con un gruppo rock che aveva formato con le sorelle, The Pleasure Seekers (“Le cercatrici di piacere”).
Il giorno del suo 18° compleanno ebbe una relazione con un uomo sposato, un rappresentante “Artists & Repertoire” della Mercury Records, e rimase incinta. Disperata e “assolutamente pietrificata”, abortì.
“Mi sarebbe piaciuto avere quel bambino”, dice ora, “non passa anno in cui non ci pensi: come sarebbe quel bambino, quanti anni avrebbe”.
Il dolore e il senso di colpa la colpiscono a livello spirituale, oltre che emotivo.
“Quando arriverò ai cancelli del Cielo, spero, questo è il peccato che pagherò. Me ne dispiace tanto”, ha detto. “Anni dopo, torna ancora a tormentarmi, e non penso che potrò mai superarlo."
Anche sua madre portò il rammarico di perdere un nipote. Mentre stava morendo di cancro allo stomaco nel 1991 - ha ricordato la Quatro - la madre le disse che “aveva sempre segretamente saputo dell’aborto.”
Sua madre le disse che “il suo più grande rammarico fu lasciarla andarsene di casa a una così giovane età.”
Sebbene Suzi abbia continuato ad avere una carriera di successo e due figli, un ragazzo e una ragazza, la trafittura causata dalla sua decisione non l’ha mai lasciata.
La Quatro ha venduto 50 milioni di dischi in tutto il mondo, e nel 1978 ha raggiunto il quarto posto della classifica Top 40 con “Stumblin’ In”, un duetto con Chris Norman, il cantante della band britannica Smokie. La sua musica ha trovato in Europa un pubblico più ricettivo.
Dopo tre anni di “cammei” regolari a Happy Days, nel 1980 il creatore della serie Garry Marshall offrì alla Quatro una sua propria serie spin-off, ma lei rifiutò. “Era abbastanza. Era ora di voltare pagina” ha detto.
Nel corso degli anni, ha eccelso in altri ambiti, compreso il palcoscenico di Londra e la sitcom britannica “Absolutely Fabulous”. Anche The American ospitò il suo programma radiofonico della BBC.
Ha avuto due figli con il suo primo marito, Len Tuckey, chitarrista della sua band. Laura ora ha 30 anni, e Richard 28.
Definisce il divorzio dal loro padre il secondo maggiore trauma della sua vita. “Fu una decisione terribile” ha detto in una recente intervista.
“Non dimenticherò mai il giorno in cui lo dicemmo ai bambini. Il ricordo mi fa ancora venire la pelle d’oca.”
Ora è nonna di una ragazza di 12 anni ed è felicemente sposata da 20 anni a Rainer Hass, un organizzatore di concerti tedesco.
Anche la sua famiglia allargata ha sperimentato il successo nel mondo dello spettacolo. Sua nipote (figlia della sorella), l’attrice Sherilyn Fenn, lavora nel mondo del cinema e in televisione da quasi 30 anni.
La cantante/cantautrice, che ora risiede a Londra, ha condiviso la propria storia con Shona Sibary del Daily Mail, esprimendo ciò che la giornalista ha scritto essere un “dolore quasi insopportabile”.
La sua storia riecheggia quelle di tante altre donne che acconsentono, o sono spinte, ad abortire, indipendentemente dall’età o dalle circostanze.
A febbraio 2013 la CNN ha chiesto alle donne di condividere le storie dei loro aborti. La stragrande maggioranza ha espresso tristezza e senso di perdita.

Una donna che si è descritta come “totalmente e completamente Pro-Choice” ha detto che aveva abortito tre anni prima di avere il primo dei suoi due figli. “Penso a come, a cosa sarebbe potuto essere il bambino spesso, soprattutto per il giorno dell’anniversario” ha scritto. “Poi, nel 2001, la nostra figlia fu improvvisamente uccisa. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se questo fosse il modo con il quale Dio stesse punendo me/noi”.
In Italia, molte donne ferite dall’aborto hanno trovato accoglienza, sostegno e guarigione emotiva attraverso servizi come l’associazione il Dono o la Vigna di Rachele.

Mercoledì, 25 Settembre 2013 12:45

Aborto, gemelli, o???

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Tutto e’ iniziato nel 2002 , sposata da due anni con la voglia di avere un figlio ma una strana endometriosi che mi fa indagare meglio . Dopo un annetto rimango incinta, che gioia , non ci credevo … All’inizio della gravidanza (ero di circa 6 settimane) , nella notte ho delle perdite ematiche e nonostante il mio medico curante sia a Careggi (Firenze) – circa 60 km da casa, decidiamo di chiamare l’ospedale vicino casa e li un bravo ginecologo mi propone di rimanere un paio di giorni per capire se ho in corso un aborto oppure no.

La prassi vuole che , oltre all’ecografia, nel dubbio di aborto o no si fanno due prelievi del sangue a distanza di 24 ore per vedere se l’ormone della gravidanza aumenta o meno. Nel mio caso, il mattino seguente al ricovero mi viene fatto un primo prelievo di sangue. Non sto a descrivere il mio stato d’animo che solo una mamma può capire. Bene, il mattino successivo, senza nemmeno fare altri prelievi , un dottore mi fa una ecografia dicendomi “signora, vede queste due chiazze nere… (io non sono un medico…), questo e’ il suo endometrio che si sta sfaldando…. Dopo poco, durante l’ora del pasto quindi con la stanza piena di gente (sia miei conoscenti che delle altre degenti), lo stesso dottore entra e dice ad alta voce “Signora, il suo valore Beta HCG è 7700” , quindi, picchiandosi i palmi della mani continua dicendo “tra poco la veniamo a prendere e facciamo il raschiamento”. Un attimo di gelo nella stanza, e ovviamente mi viene da piangere.

Chiamo il mio ginecologo al quale riporto subito quanto appena comunicatomi, lui e’ perplesso, dice.. “beh il valore non mi sembra cosi basso, fammi chiamare e poi ti richiamo a mia volta”. Senza fare il secondo prelievo di sangue decidono di operarmi, ma riescono ad umiliarmi facendomi fare un test di gravidanza prima di entrare in sala operatoria. Il test è positivo e nonostante io continui a chiedere spiegazioni, mi dicono che ho avuto comunque un aborto interno e non c’é niente da fare. Mi fanno l’anestesia totale, al risveglio ero piena di dolori, perdevo sangue e anche se non sentivo ancora le gambe mi vogliono dimettere. Io mi rifiuto di andare a casa, stavo male, malissimo e quindi mi trattengono. Iniziano a darmi il Methergin, un farmaco che serve per finire di espellere ciò che è dentro l’utero, quindi altre contrazioni dolorose, il dolore dell’intervento, le emorragie che continuano, la nausea (tipica delle gravidanze) .

Avverto l’ospedale per dire che sto male e mi dicono che sono dolori intestinali e comunque devo farmene una ragione, devo tornare a lavorare, tutte le donne dopo il raschiamento riprendono la vita. Due giorni dopo, in preda a dolori fortissimi, chiamo il mio ginecologo per dire che non ce la faccio, continuo a perdere sangue. Lui mi fa fare subito un prelievo di Beta Hcg, che come risultato da ben 22.000. Lo richiamo, mi fa volare letteralmente in un altro ospedale prospettandomi un nuovo intervento chirurgico (giustamente lui pensava : se ha avuto un raschiamento ma i valori del sangue testimoniano una gravidanza in corso, probabilmente si tratta di una gravidanza extrauterina e quindi l’emorragia potrebbe voler dire che e’ scoppiata una tuba… ). Potete immaginare il mio stato d’animo, in un attimo mi sono vista crollare il mondo addosso perchè stavo per essere operata e probabilmente mi avrebbero tolto le tube….. Arriviamo all’ospedale, mi preparano per l’intervento ma prima mi fanno fare una ecografia per capire cosa c’è in corso. Durante l’ecografia , il medico ad un certo punto dice “ Signora, dobbiamo interrompere tutto, lei ha una gravidanza in corso, INTRA UTERINA E GEMELLARE! “. Ovviamente non ci crediamo, penso che mi stanno prendendo in giro, prima ero incinta, poi non più, poi addirittura ce ne sono due, vivi. Mi immobilizzano a letto per varie settimane, il mio utero è pieno di ematomi dovuti al raschiamento e le due camere gestazionali (per fortuna due diverse) possono avere problemi di nutrimento… Alla 16° settimana, uno dei due feti muore, il cuoricino non batte più. Continuano a farmi punture di progesterone per aumentare le sostanze nutritive della placenta che era stata raschiata bene bene. Nei nove mesi ho avuto ben sette minacce d’aborto, ero continuamente all’ospedale, il feto morto staccandosi procurava ematomi interni con relative emorragie. Per fortuna l’altro feto è rimasto e non ha avuto problemi. Si chiama Eleonora, una bellissima bambina piena di vita, solare. La forza della vita.

Ho denunciato tutti, la procura ha portato avanti il penale ed io il civile. Per questo sono stata sottoposta a continui colloqui con medici legali, medici di parte, tutti a volermi convincere che andava tutto bene.
Se non avessi insistito nel controllare cosa mi stava succedendo, il farmaco Methergin mi avrebbe fatto espellere comunque i due bambini .
Il penale è finito con un bel “non essendoci sicurezza del nesso tra la morte del gemello e l’intervento di raschiamento” quindi si assolvono tutti. Stamattina ricevo, dopo otto anni di attesa, la sentenza di un giudice civile che senza argomentare le memorie del nostro avvocato, riporta esattamente le parole della CTU, che nonostante riconoscesse l’errore dell’intervento, non ritiene che io abbia sofferto e quindi rigetta qualsiasi risarcimento.
Non esistono casi simili al mio e quindi non vi è letteratura scientifica che riesca a provare che un intervento di raschiamento possa “uccidere” un feto. Tutti rimandano al “vanishing twin”, in pratica un’alta percentuale delle gravidanze che iniziano come gemellari , poi per CAUSE NATURALI accade che uno dei due feti non vada avanti. E il giudice vuol far rientrare il mio caso in questa percentuale che non ha niente a che fare con me perchè io ho subito un intervento di  in corso di gravidanza, non è questa una causa naturale, questo è un errore umano e basta.

In tutto questo, mi meraviglia che non sia intervenuto l’ordine dei medici che io ho più volte chiamato, per poter almeno controllare l’operato di questi medici macellai che non stanno attenti. Io non ho perso una scarpa, ho perso una vita e stavo per perdere anche Eleonora se non avessi insistito nel controllare perchè stavo cosi male.
E’ normale che mi venga da dire che non c’è giustizia, io non aspiravo a diventare milionaria, la mia gravidanza è stata rovinata, era un continuo incubo e c’era sempre la paura di perdere anche Eleonora, faccio presente che il feto morto è rimasto in pancia e psicologicamente è davvero impossibile da spiegare.
Sono stata umiliata, ho trovato gente senza cuore e con senso della vita pari a zero . Come se il feto non ancora formato valesse niente.

Mi rimane solo la voglia di far sapere a tutti cosa ho passato cosi che altre donne possano evitare di passare l’incubo che purtroppo io ho vissuto. Chissà quanti aborti sono stati fatti per errore, solo Dio lo può sapere…
(D.B.)
Giovedì, 12 Settembre 2013 20:36

lo vede sorridere e decide di non abortire

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vita_ecografia-tridimensionale_aborto

Una donna inglese ha scelto di non abortire e di far nascere il proprio bambino gravemente malato dopo essersi commossa facendo un’ecografia in 3D

Katyia Rowe ha deciso di non interrompere la gravidanza dopo aver assistito ad un’ecografia tridimensionale del suo bambino e ha visto che sorrideva.
Il feto aveva una grave malformazione al cervello che provoca impossibilità a camminare, parlare e necessita di assistenza 24 ore al giorno.
Insomma, le speranze di sopravvivenza per il bambino di Katyia erano minime, infatti il piccolo è riuscito a vivere solo nove ore dopo il parto, e Katyia e suo marito Shane avevano deciso di interrompere la gravidanza.

Cosa è cambiato?
Dopo aver fatto un’ecografia tridimensionale e aver visto il suo bambino sorridere la donna ha deciso di non abortire e di portare avanti la gravidanza.

“Quando l’ho visto sorridere e giocare dentro di me sapevo che non potevo più abortire. Se fosse riuscito a sorridere e giocare pensavo quindi che nonostante le sue disabilità meritasse di godere di ogni momento della vita, non importa quanto breve”, ha spiegato Katyia in un’intervista ai giornali britannici.

La giovane coppia ha così deciso di portare avanti la gravidanza e di far nascere il bambino: “anche se la sua vita sarebbe stata breve non voleva dire che non meritava di viverla”, ha precisato Katyia.

Luciano è vissuto solo nove ore, ma Katyia e Shane sono certi di essere riusciti a trasmettergli tutto il loro amore e sono grati al loro bambino per avergli concesso di essere genitori, anche se per poco tempo.

Fonte: Pianeta Mamma

Martedì, 23 Luglio 2013 12:53

Adele, una bambina felice

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 Poco prima di Natale, a casa di amici, abbiamo conosciuto una coppia, una famiglia, che definisco meravigliosa: si chiamano Annamaria ed Alessio, genitori di tre figli, sono ragazzi semplici, solari e simpatici, sono lì insieme a noi per organizzare una serata di sensibilizzazione sulla vita nascente. Annamaria ed Alessio porteranno la loro testimonianza, come spesso hanno fatto e fanno incontrando anche gruppi di studenti nelle scuole e partecipando ad incontri come questo. Con slancio e pieni di entusiasmo, portano la loro testimonianza di genitori, la loro esperienza difficile ma infinitamente bella e felice nata con l’arrivo della loro prima figlia, Adele, una bimba allegra e “testarda” che ora ha sette anni, ma che secondo i medici non avrebbe dovuto nascere.

Questa è la loro storia, raccontata proprio dalle parole di mamma Annamaria, che scrisse queste righe qualche anno fa per il settimanale diocesano locale. Le parole parlano da sé e leggendole vi sarà chiaro perché li ho definiti una coppia, una famiglia, meravigliosa, che accogliendo questa bambina, e poi in seguito i suoi fratelli, ha spalancato le porte all’amore, con la A maiuscola.

Colgo l’occasione per ringraziarli per quello che fanno e che sono, e per averci concesso di pubblicare anche qui la loro storia.

“Doveva essere una semplice ecografia di controllo. Invece, quel medico continuava a non dire nulla. Insisteva nell’esaminare mia figlia, ormai al settimo mese di gestazione. Spingeva forte l’ecografo sulla pancia, ma non parlava. Ricordo il suo sguardo serio, il suo odore e quel silenzio. Dovevano essere passate due ore dall’inizio della visita, quando si decise ad emettere la diagnosi: “Vostra figlia è affetta da una grave malformazione alla corteccia cerebrale. Gode delle funzioni vitali, ma il ritardo mentale sarà grave. Con ogni probabilità, sarà un vegetale”. Poi ci consegnò un video con mia figlia ripresa in tutte le pose e, insieme al video, una scappatoia: l’aborto. “In Italia è proibito a quest’epoca di gravidanza, ma ci sono cliniche all’estero dove potete farlo”.

Allora non avevo ben chiaro che cosa potesse significare essere un “vegetale”, ma la prima cosa che mi passò per la mente fu la mia immagine dopo quarant’anni, vecchia, incapace di sollevare mia figlia per lavarla e accudirla. Poi un secondo pensiero: “Qualcuno mi aiuterà”. E mentre pensavo così, per la prima volta, mi sentivo davvero mamma.

L’angoscia cresceva, ma cresceva anche la certezza di quella vita, la bellezza di quella vita, che si muoveva dentro di me. “Ma con quale coraggio vi arrogate il diritto di decidere per lei?” Qualcuno lo ha chiesto, quando ha saputo che non volevo abortire. E altri mi hanno chiamata egoista, perché, scegliendo al suo posto, la condannavo ad un’esistenza indegna. Ma io decidevo solo a favore della vita, era la scelta che più mi corrispondeva, naturalmente. Sia un “barlume di vita” come in un embrione, un “inizio di vita” come in un feto, o il “fine vita” di un vecchio attaccato ad una macchina. È la morte come risposta ad un problema ad essere indegna, mai la vita, anche se fatta di imperfezione e sofferenza, dolore e fatica. Ma poi sono stati tanti gli amici che ci hanno sostenuto in questa scelta: chi impostando un percorso medico che fosse il più efficace per Adele, chi pregando per noi. Da Milano a Bologna, da Firenze a Palermo, c’erano amici che avevano a cuore la mia famiglia, anche se io non sapevo neppure che faccia avessero e non pregavo da troppo tempo. Ed è stato questo il punto di lavoro per me e mio marito e che ci ha permesso di ripartire: la vita di quella piccola, nata imperfetta, portava con sé un movimento di amore impensabile, generava positivo negli altri. Come un miracolo, che da allora accade ogni giorno: chiunque si rapporti a mia figlia riscopre il valore della propria esperienza, vede ridestato un desiderio di bene per sé e per i suoi cari, trova un sostegno nel riconoscere la positività della vita, quella di ciascuno, come un fatto unico e irripetibile.

Oggi Adele ha quattro anni (sette n.d.r.) e va all’asilo. Ha una emiparesi sinistra. Cammina male, ma cammina. Non usa la mano sinistra, se non come appoggio all’arto sano. Assume farmaci per controllare le crisi epilettiche. Non riesce a parlare, ma è intelligente e sensibile. I suoi occhi comunicano più di mille parole. È bellissima. Da quando è nata, entra ed esce da cliniche e centri di riabilitazione. Fa ore ed ore di fisioterapia, psicomotricità, logopedia, terapia occupazionale, piscina. È una vita dura per una bimba di quattro anni. E, lo ammetto, è una vita dura anche per noi. Ma Adele è forte, a volte addirittura testarda. Ma soprattutto è felice, perché domina in lei non il peso dei suoi limiti, ma l’esperienza quotidiana di sentirsi voluta bene. Allora, come adesso, ne sono certa. Anche oggi, che sono passati quattro anni e accanto ad Adele ci sono i fratelli Lucia e Pietro, posso dire che la vita è bella, ogni giorno di più. E forte di questa certezza, nella drammaticità di quando la guardo e mi chiedo “Che cosa ne sarà di lei?”, non sento più l’angoscia del primo giorno.”

stupro_madre-biologica_Stati-Uniti

Sull’aborto in caso di stupro si è fatto recentemente un gran polverone mediatico negli Stati Uniti per le sfortunate, quanto male interpretate, dichiarazioni del membro del congresso americano Todd Akin che, rispondendo a un giornalista ha parlato di “stupro legittimo” in caso di aborto in caso di stupro.

A margine di questa legittima polemica il dibattito è proseguito e recentemente un’emittente nordamericana ha trasmesso un servizio al riguardo. Un uomo chiamato Ken ha raccontato la sua storia: è stato cresciuto in una famiglia adottiva, e fino ai 30 anni non ha mai conosciuto sua madre. Quando l’ha trovata, ha scoperto le circostanze della sua nascita: a 15 anni venne violentata e in seguito venne aiutata da un’ istituzione cattolica di carità a cui lo lasciò, dopo aver preso la coraggiosa decisione di lasciarlo vivere. In seguito Ken fu adottato, oggi è sposato e ha tre figli.

Ha dunque deciso di intervenire nel dibattito, parlando per coloro che non hanno voce: “Mi si rivolta lo stomaco quando sento parlare di stupro, perché è qualcosa di orribile. Mia madre non ha cercato di dirmi il nome di mio padre, perché lui aveva minacciato di ammazzarla se avesse mai detto qualcosa”. “Se mai lo incontrassi”, ha continuato, “credo che la prima cosa che farei sarebbe dargli un pugno. Lo stupro è una cosa spaventosa, però quello che voglio dire alle donne che ci stanno ascoltando è: da qualcosa di così terribile può nascere qualcosa di buono. E io ne sono la prova”.

Ha poi raccontato di aver mantenuto una relazione con la sua madre biologica e la sua famiglia, dopo averla rincontrata, tutti insieme hanno partecipato alla celebrazione delle nozze d’oro dei suoi genitori adottivi. Ha detto di ammirare la sua madre biologica per come si è rifatta una vita: “E’ stato un periodo molto duro per lei, si è sacrificata molto, per cercare di superare quel dolore che era entrato nella sua vita”. Quando Ken è venuto a conoscenza della sua storia, ha fatto la promessa di adottare un figlio, in ringraziamento del fatto di essere stato lasciato vivere. E così ha fatto.

Riguardo all’aborto il suo messaggio è chiaro: i bambini concepiti durante uno stupro sono “veri” quanto tutti gli altri. “Sono stanco che la gente tratti questi bambini come se non fossero nulla. Loro possono nascere, possono crescere, possono vivere una vita straordinaria”. Perché rispondere con altra violenza ad un atto di violenza?

 

di Davide Galati Testata giornalistica:

 

Sull’aborto in caso di stupro si è fatto recentemente un gran polverone mediatico negli Stati Uniti per le sfortunate, quanto male interpretate, dichiarazioni del membro del congresso americano Todd Akin che, rispondendo a un giornalista ha parlato di “stupro legittimo” in caso di aborto in caso di stupro.

A margine di questa legittima polemica il dibattito è proseguito e recentemente un’emittente nordamericana ha trasmesso un servizio al riguardo. Un uomo chiamato Ken ha raccontato la sua storia: è stato cresciuto in una famiglia adottiva, e fino ai 30 anni non ha mai conosciuto sua madre. Quando l’ha trovata, ha scoperto le circostanze della sua nascita: a 15 anni venne violentata e in seguito venne aiutata da un’ istituzione cattolica di carità a cui lo lasciò, dopo aver preso la coraggiosa decisione di lasciarlo vivere. In seguito Ken fu adottato, oggi è sposato e ha tre figli.

Ha dunque deciso di intervenire nel dibattito, parlando per coloro che non hanno voce: “Mi si rivolta lo stomaco quando sento parlare di stupro, perché è qualcosa di orribile. Mia madre non ha cercato di dirmi il nome di mio padre, perché lui aveva minacciato di ammazzarla se avesse mai detto qualcosa”. “Se mai lo incontrassi”, ha continuato, “credo che la prima cosa che farei sarebbe dargli un pugno. Lo stupro è una cosa spaventosa, però quello che voglio dire alle donne che ci stanno ascoltando è: da qualcosa di così terribile può nascere qualcosa di buono. E io ne sono la prova”.

Ha poi raccontato di aver mantenuto una relazione con la sua madre biologica e la sua famiglia, dopo averla rincontrata, tutti insieme hanno partecipato alla celebrazione delle nozze d’oro dei suoi genitori adottivi. Ha detto di ammirare la sua madre biologica per come si è rifatta una vita: “E’ stato un periodo molto duro per lei, si è sacrificata molto, per cercare di superare quel dolore che era entrato nella sua vita”. Quando Ken è venuto a conoscenza della sua storia, ha fatto la promessa di adottare un figlio, in ringraziamento del fatto di essere stato lasciato vivere. E così ha fatto.

Riguardo all’aborto il suo messaggio è chiaro: i bambini concepiti durante uno stupro sono “veri” quanto tutti gli altri. “Sono stanco che la gente tratti questi bambini come se non fossero nulla. Loro possono nascere, possono crescere, possono vivere una vita straordinaria”. Perché rispondere con altra violenza ad un atto di violenza?

di Davide Galati

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