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mamme e dintorni

mamme e dintorni (84)

gli articoli qui riportati sono stati reperiti in rete o ed hanno fonte di varia natura. Qualora fossero stati redatti da specialisti dell'area medica le loro credenziali saranno specificamente riportate o a fianco al nome dell'autore oppure in calce all'articolo stesso.

Sabato, 08 Novembre 2014 12:15

colostro: primo vaccino

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Composizione e funzioni del colostro, il primo latte del neonato.


Colostro: "la prima vaccinazione"

Il colostro, è un liquido vischioso di colore giallo intenso, a volte quasi arancione, è ricchissimo di anticorpi - viene definito anche “la prima vaccinazione del bambino”- e costituito da acqua, grassi, carboidrati, immunoglobuline, fattori di crescita, proteine, sali minerali ed è tutto quello che necessita al bambino nei primi giorni.

Colostro e doppia pesata

Dato che il colostro è prodotto in piccolissime quantità (5-7 ml per poppata), è praticamente impossibile poter effettuare la doppia pesata e riuscire a misurarlo, ma il fatto che sia prodotto in dosi non rilevabili da una bilancia non deve far incorrere nel pensiero che il bambino “non prende niente”.
Infatti alla nascita lo stomaco del bambino è molto piccolo, ha più o meno la dimensione del suo pugno e quindi può contenere solo pochi ml per poppata.

Importanza del colostro nel post partum

Il colostro viene prodotto nelle prime 30 – 40 ore dopo il parto dopo di che ha inizio la produzione del latte materno.

Oltre a fornire tutto ciò che al bambino necessita per i primi giorni e a proteggerlo con una grande quantità di anticorpi, funziona anche da lassativoper agevolare l'emissione delle prime feci (meconio), evitando così che la bilirubina, sostanza di scarto prodotta dall'eliminazione dell'eccesso di globuli rossi con cui un bambino nasce, venga riassorbita dall'intestino causando l'ittero. 

Inoltre, la produzione dei recettori della prolattina, cellule poste sulla membrana basale degli alveoli (le ghiandole che producono latte) è stimolata da frequenti poppate.
L'assunzione del colostro quindi predispone ad un avvio fisiologico e quindi sereno dell'allattamento ed è un fondamentale investimento per il bambino.

Colostro e bonding

L'Accademia Americana di Pediatria afferma anche per questo che “i bambini sani dovrebbero essere posti e rimanere in contatto pelle a pelle diretto con le loro madri immediatamente dopo il parto, finché non sia avvenuta la prima poppata.”  Questo punto è anche uno dei dieci passi raccomandato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dall'UNICEF per gli Ospedali Amici dei Bambini.

I primi momenti, mediati dalla suzione libera del colostro, sono davvero importanti per la creazione del legame mamma-bambino. 
Sappiamo bene come molti mammiferi si rifiutino di accudire un cucciolo che venga temporaneamente allontanato subito dopo il parto... siamo mammiferi e seppur in grado di recuperare questa relazione, grazie al fatto che non siamo forniti del solo istinto, è innegabile che questi primi momenti rappresentino un periodo che richiede particolare cura e attenzione da parte di chi circonda la madre e il bambino.

Il colostro e le società guerriere

Eppure questo liquido così prezioso, in molte culture, ancora oggi, è considerato una sostanza infetta, addirittura da spremere fuori ed eliminare. 

Michel Odent, medico e ricercatore, nonchè autore di diversi testi divulgativi nel libro “la scientificazione dell'amore” ci fa notare come disturbare il primo contatto madre-bambino, e diffondere credenze errate, come quella della nocività del colostro, sono comportamenti pressoché universali... perchè?

Odent cita uno studio di Betsy Lozoff, che indica come nel 62% dei gruppi sociali esistenti, chi assiste una partoriente cerca di svolgere un ruolo attivo... e così manipola, massaggia, a volte cerca di dilatare la cervice manualmente....quasi tutte le culture poi disturbano il primo contatto madre-bambino … a chi vuole approfondire consiglio di leggere " la prima ferita" di Willi Maurer.

Etnologicamente parlando era vantaggioso limitare e controllare la "capacità di amare", sorprende?
In natura, lo sappiamo bene, spesso vince "il più forte" ...e chi usa il cuore, chi ha capacità empatiche, chi ama e rispetta madre terra purtroppo soccombe.

Odent ci spiega come la capacità di amare sia strettamente collegata al processo nascita; ecco che funzionale alla sopravvivenza di una etnia è sempre stato il fatto di avere guerrieri "senza cuore". Nel lungo periodo l'essere più spietati di altri popoli portava alla sopravvivenza del proprio.
I gruppi etnici "vincenti" , quelli che NON si sono estinti, sono quelli che hanno avuto il vantaggio di disturbare il processo nascita.

Maggiori erano le necessità di sviluppare l'istinto aggressivo e la capacità di distruggere altre vite, più invasivi sono diventati i rituali e le credenze culturali relative al periodo prossimo alla nascita (a Sparta quando nasceva un maschietto veniva buttato a terra, se riusciva a sopravvivere, si pensava sarebbe diventato un buon guerriero).

La maggior parte delle culture e dei gruppi etnici pacifici ( che avevano in comune il fatto di non separare il bambino, di non avere rituali che ritenessero il colostro pericoloso ecc) si sono estinti.

Oggi invece vince l'amore?

Se disturbare la nascita ed evitare che il bambino assumesse colostro, ha un'impatto sulla sua capacità empatica e di amore per il prossimo, se questo ha assicurato la sopravvivenza dei più forti, perché oggi dovremmo cambiare le cose?

Odent dice: "Ora che abbiamo raggiunto l'era della consapevolezza ecologica e della scientificazione dell'amore, l'umanità deve, e può, muoversi verso nuove strategie di sopravvivenza." Oggi, la capacità di amare e rispettare il prossimo, oltre che la madre terra, sta finalmente diventando un presupposto fondamentale per la sopravvivenza sia del pianeta che del singolo individo.

Sappiamo inoltre, grazie a Jean Liedloff ed ai suoi studi sulla popolazione di indios Yequana ( indiani che vivono tutt'ora all'età della pietra, nel Venezuela) che effettivamente la riappropriazione dei legami iniziali, che i genitori avvertono istintivamente verso il bambino, sia il primo ed essenziale contributo per educare alla pace in un mondo che gli adulti- bambini non amati di ieri – hanno condotto sull'orlo del baratro.

Jean dall'osservazione critica della vita degli indios arriva esattamente alle stesse conclusioni di Odent: la separazione violenta madre-bambino, le traumatiche privazioni infantili, spesso costituiscono la premessa per la formazione di individui ansiosi, sradicati, aggressivi. ( Per approfondire Jean Liedloff " il concetto del continuum")

Laura Cocchetti
Consulente professionale in allattamento materno

 

 

 

 

 

 



 

 

Lunedì, 22 Settembre 2014 18:19

Il fumo nuoce al cuore del bambino

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Fumare nel corso di una gravidanza non è davvero una buona idea. Secondo un recente studio del Seattle Children's Hospital, infatti, fumare durante il primo trimestre di gravidanza aumenterebbe del 70 per cento il rischio di patologie cardiache congenite nel feto. I ricercatori americani, che hanno presentato lo studio nel corso di un congresso di Pediatria che si è svolto a Vancouver, hanno analizzato 14mila casi di bambini nati con difetti cardiaci fra il 1989 e il 2011.
I bambini sono stati messi a confronto con altri 62mila nati sani. I medici hanno utilizzato le cartelle cliniche per stabilire se le madri fumassero o meno durante il primo trimestre della gestazione.
Gli autori spiegano: “i nati da mamme fumatrici avevano dal 50 al 70% di rischio in più di avere difetti alle valvole cardiache e ai vasi che trasportano il sangue ai polmoni, e circa il 20% di rischio in più di avere in più di avere difetti al setto atriale, cioè la presenza di fori nella parete che separa le due camere del cuore, anomalie che richiedono interventi invasivi per correggerle”.
Aggiunge Patrick Sullivan, coordinatore dello studio: “più si fuma e più si rischia e le donne fumatrici che hanno superato i 35 anni di età corrono rischi ancora maggiori. Dallo studio risulta anche che circa il 10 per cento delle future mamme continua a fumare nei primi mesi d'attesa e gli scienziati stimano che il fumo sia responsabile dall'1 al 2 per cento di tutti i difetti cardiaci dei bebè".
Alle stesse conclusioni era arrivato uno studio pubblicato su Pediatrics nel 2008 e condotto dai ricercatori delle Università dell'Arkansas, dell'Iowa e dello Utah in collaborazione con il National Centre on Birth Defects and Developmental Disabilities di Atlanta, sulla relazione tra fumo materno e difetti cardiaci neonatali.
Gli studiosi hanno confrontato un gruppo di 3067 lattanti con difetti cardiaci congeniti con un gruppo di 3947 lattanti che non presentavano questa patologia, chiedendo alle madri di ambedue i gruppi se avevano fumato nel periodo che andava da un mese prima della gravidanza fino alla fine del primo trimestre.
I risultati della ricerca mostravano che i bambini con difetti cardiaci congeniti erano anche quelli che, più frequentemente, erano nati prematuri e avevano basso peso alla nascita. D'altra parte, ancora secondo lo studio, le donne che avevano fumato da un mese prima alla fine del primo trimestre di gravidanza avevano una maggiore probabilità di avere un figlio con difetti del setto cardiaco e difetti ostruttivi del lato destro, tanto maggiore quanto più avevano fumato in quel periodo. Questa associazione non veniva influenzata da altri fattori come l'assunzione di vitamine, l'età materna, il consumo di alcool o l'appartenenza a determinate razze o etnie.

Quando arriva il momento di partorire nei muscoli dell'utero deve essere spento l'interruttore che ha frenato le contrazioni durante il resto della gravidanza. A svelarlo è una ricerca australiana pubblicata su Nature Communications che oltre a identificare questo interruttore ha anche scoperto che nelle donne in sovrappeso non funziona in modo corretto, rendendo più probabile la necessità di ricorrere al parto cesareo.

 

Gli autori, guidati dall'esperta della School of Biomedical Sciences della Monash University Helena Parkington, sono arrivati a questa scoperta analizzando i segnali elettrici alla base delle contrazioni in campioni di muscoli dell'utero prelevati da 70 donne incinte. Le analisi condotte hanno svelato che mentre nelle future mamme che mantengono il loro peso nella norma l'interruttore costituito dalla proteina hERG, attivo durante tutta la gravidanza, viene inattivato nel momento in cui l'utero deve iniziare a contrarsi per permettere la dilatazione della cervice, nelle donne in sovrappeso continua a rimanere attivo, portando a contrazioni irregolari che aumentano la probabilità di dover ricorrere al cesareo.

 

“Abbiamo saputo per anni che le donne in sovrappeso hanno una probabilità molto superiore di avere a che fare con complicazioni durante la gravidanza e il travaglio – ha commentato Parkington – ma non sapevamo perché. Identificare il meccanismo è una scoperta importantissima – ha aggiunto l'esperta – ma sapere quando le contrazioni colpiscono in un momento più o meno giusto è cruciale per la conoscenza dei meccanismi del parto. Ora che sappiamo qual è il responsabile del malfunzionamento del parto nelle donne in sovrappeso possiamo cercare di sviluppare trattamenti per correggere l'interruttore 'rotto'”. Avere a disposizione trattamenti di questo tipo potrebbe aiutare a ridurre le complicazioni della gravidanza e del travaglio cui possono andare incontro le donne in sovrappeso.

Martedì, 17 Giugno 2014 13:55

La forza della vita

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(questa storia è stata pubblicata dal sito: http://www.planetdeb.net/spirit/rescue.htm, ma la il titolo e la fonte originale sono: “A Sister’s Helping Hand - Who can measure the special bond of twins”? by Nancy Sheehan, pubblicato in Reader’s Digest – maggio 1996, pagg 155-156.

Brielle and Kyrie, i gemelli di Heidi and Paul Jackson, erano nati il 17 ottobre 1995, con dodici settimane di anticipo. Secondo i protocolli ospedalieri del tempo se capitava un parto gemellare prematuro, era obbligatorio collocare ogni gemello dentro incubatrici separate, per ridurre i rischi di infezione. Questo fu il protocollo eseguito nel reparto rianimazione del Medical Center of Central Massachusetts in Worcester.

Kyrie pesava leggermente di più e cominciò a crescere immediatamente, dormendo regolarmente. Brielle, al contrario, pesava molto meno alla nascita, non riusciva a dormire e non cresceva. Aveva problemi respiratori e cardiaci. Il livello di ossigeno nel sangue era basso.

Improvvisamente, il 12 novembre, Brielle entrò in condizioni critiche. Cominciò ad annaspare mentre il viso, le braccia e le gambe divenivano scuri. Singhiozzava mentre battiti cardiaci aumentavano vertiginosamente, segnalando che il suo fragile organismo era sotto stress. Brielle stava morendo.

L’infermiera Gayle Kasparian provò tutto quello che era possibile per stabilizzare le condizioni di Brielle. La neonata fu subito soccorsa dai medici, mentre il suo respiro veniva assistito manualmente dall’infermiera e i livelli di ossigeno aumentati. Ma le condizioni rimanevano critiche

Fu a quel punto che l’infermiera che ricordo un fatto che le era stato riferito da una collega. Una procedura comune in alcune parti di Europa ma vietato negli Stati Uniti. Secondo questa procedura i gemelli nati prematuramente venivano messi dentro l’incubatrice insieme.

L’infermiera Gayle Kasparian, non potendo consultarsi con la sua superiora, Susan Fitzback, che era fuori sede per una conferenza, decise di correre il rischio è di mettere i gemelli nella stessa incubatrice

I genitori dei gemelli acconsentirono.

Contro ogni aspettativa e davanti agli occhi sbalorditi dei genitori e dell’infermiera e dei medici di turno al reparto, dopo qualche minuto, i due gemelli fecero lo sforzo di avvicinarsi l’uno all’altro ma Brielle era evidentemente ancora in enorme difficoltà e in condizioni critiche. Era ancora fra vita e morte. Kyrie, inaspettatamente, si avvicinò nell’incubatrice alla sorellina sino a creare il contatto fisico.

A quel punto accadde qualcosa di incredibile. Kyrie stese il braccio sinistro e abbracciò la sorellina e si addormentò.

Fu questione di minuti e i livelli del sangue e di ossigeno di Brielle cominciarono subito a stabilizzarsi.

L’infermiera Gayle Kasparian riuscì a mettersi in contatto con la sua superiora alla conferenza alla quale stava partecipando e che aveva come argomento proprio i parti prematuri. Informata del fatto, Susan Fitzback subito informò i medici e gli esperti presenti alla conferenza e la notizia fece il giro del mondo. Nel giro di poco tempo i protocolli cambiarono Oggi Kyrie e Brielle conducono una vita normalissima. Ma la loro storia resta a testimonianza di quanto è grande il mistero della vita.

Venerdì, 03 Gennaio 2014 09:48

Mamma dopo nove aborti

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Nove aborti spontanei alle spalle. Ma oggi è mamma di una splendida bambina. Lei è una donna italiana di 31 anni che ha dovuto faticare per arrivare alla sua prima gravidanza. Il motivo? “Un problema a livello genetico che impediva la corretta divisione del patrimonio genetico negli ovociti”, spiega Michael Jemec, specialista in medicina della riproduzione e tra i fondatori del centro per la fertilità ProCrea di Lugano.
“La soluzione che abbiamo offerto è stata possibile grazie all'implementazione all'interno della nostra struttura di un laboratorio di genetica validato e di un centro IVF all'avanguardia. Abbiamo eseguito la diagnosi pre-impianto sui globuli polari e individuare così gli ovociti sani, fecondarli e impiantarli. E alla prima inseminazione c'è stata subito la gravidanza che è stata felicemente portata a termine”.
La donna, che preferisce mantenere l'anonimato, si è presentata al centro ProCrea con l'esito dell'esame del cariotipo: risultava portatrice di una translocazione robertsoniana, ovvero un difetto a livello dei cromosomi. “Parliamo di una malformazione a livello genetico che non comporta alcun effetto sulla persona e sul vivere quotidiano. Influisce però nella produzione degli ovociti: a causa di questa traslocazione, una grossa proporzione degli ovociti presenta un numero anomalo di cromosomi che impediscono alle eventuali gravidanze che si possono avere spontaneamente, di giungere a termine”, spiega Giuditta Filippini, direttore del laboratorio di genetica molecolare ProCreaLab. “La translocazione robertsoniana è un'alterazione genetica che coinvolge due cromosomi, unendoli; il cariotipo risultante possiede perciò un cromosoma in meno. Il tipo più comune di translocazione robertsoniana interessa i cromosomi 13 e 14, e viene rilevato con una frequenza di circa 1 su 1.300 nati. Come per le altre traslocazioni bilanciate, i portatori di una traslocazione robertsoniana possiedono un fenotipo normale, ma hanno una più alta probabilità di aborti spontanei o di generare figli affetti da sindromi cromosomiche”.
Davanti ai nove aborti spontanei registrati nei due anni precedenti, la donna è stata indirizzata verso una diagnosi genetica pre-impianto delle malattie monogeniche (PGD) effettuata attraverso l'innovativa tecnologia chiamata Array CGH. “Si tratta di una nuova metodologia che permette di identificare alterazioni cromosomiche, in questo caso utilizzata sui globuli polari”, prosegue Filippini.
“La PGD permette di realizzare un importante traguardo in un percorso di fecondazione assistita: pur non dando la certezza del successo, aumenta i tassi di gravidanza”. Sottolinea Filippini: “Nel caso specifico, ProCrea ha messo in campo una squadra, unica nel suo genere, unendo con estrema efficienza l'esperienza degli embriologi Simona Cuomo e Gianmarco Momi - che hanno effettuato la biopsia del primo e del secondo globulo polare - e le competenze del laboratorio di genetica. Solo dopo l'analisi di questi globuli polari siamo riusciti ad individuare gli ovociti fecondati privi di alterazioni cromosomiche, quindi sani”. Questi ovociti sono stati fecondati in vitro, quindi impiantati. La paziente è riuscita a portare a termine la sua gravidanza ed è nata una splendida bimba.
Andrea Sperelli
Venerdì, 03 Gennaio 2014 10:34

Alcol e gravidanza

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Non serve limitarne il consumo, è necessario astenersi. L'alcool in gravidanza influenza in maniera negativa lo sviluppo cerebrale del feto. Un altro studio va ad aggiungersi alla lunga sequela di sperimentazioni che cercano di mettere sull'avviso le donne che aspettano un bambino.
L'ultimo in ordine di tempo è stato pubblicato sulla rivista Journal of Neuroscience da un team di ricercatori dell'Università della California. I ricercatori guidati da Kelly Huffman hanno scoperto che il consumo di alcol durante la gravidanza aveva alterato in maniera significativa l'espressione dei geni e lo sviluppo delle connessioni della neocorteccia, l'area del cervello legata alle funzioni cognitive ma anche ai cinque sensi e alle emozioni.
“Questa ricerca ci aiuta a capire come le sostanze come l’alcol abbiano un impatto sullo sviluppo del cervello e modifichino il comportamento – spiega la dott.ssa Huffman –. E mostra anche come l’esposizione prenatale generi un drastico cambiamento nel cervello che porta a cambiamenti nel comportamento. Sebbene questo studio ha utilizzato dosi da moderate ad alte, altri studi hanno dimostrato che anche piccole dosi alterano lo sviluppo dei recettori chiave nel cervello”.
I cambiamenti indotti dall'alcol attenevano in particolare alle connessioni intraneocorticali fra la corteccia frontale, somatosensoriale e visiva. Quelli più gravi riguardavano la corteccia frontale, preposta all'apprendimento delle capacità motorie, ai processi decisionali, alla pianificazione, al giudizio, all'assunzione dei rischi, all'attenzione e alla socialità.
Uno studio condotto dalla Bristol University e pubblicato su PLoS One è giunto a conclusioni simili. I ricercatori, guidati da Sarah Lewis, hanno analizzato i dati di 4000 mamme e 4167 bambini, evidenziando l'effetto che l'alcool produce sul Dna, provocando vere e proprie alterazioni genetiche associate a un livello intellettivo minore rispetto al normale.
Per ogni alterazione genetica si registrava una riduzione del quoziente intellettivo di 2 punti, misurato attraverso la Wechsler Intelligence Scale for Children all'età di 8 anni. La ricerca ha anche sottolineato come non esista una soglia massima da non superare, come spiega la dott.ssa Lewis: “anche a livelli di consumo di alcol che sono normalmente considerati innocui siamo in grado di rilevare le differenze di QI nell’infanzia, che dipendono dalla capacità del feto di eliminare questo alcol, la prova che anche a livelli moderati l’alcol influenza lo sviluppo cerebrale del feto”.
“I nostri studi sugli animali, indicano come esista un elevato livello di morte cellulare nel cervello del topo appena nato, a seguito dell’esposizione all’alcol in quantità che sono state calcolate corrispondenti a quelle che potrebbe subire un feto umano che le riceva dalla madre, circa due cocktail”, conferma John W. Olney, docente di neuropsicofarmacologia alla Washington University School of Medicine di St. Louis nel Missouri.
La prova è stata fatta anche somministrando farmaci anestetici ed è stato osservato come un'anestesia lieve in un topo neonato per circa 1 ora è una dose sufficiente per far scattare la morte delle cellule nervose.
Da anni le ricerche di Olney avevano suggerito come l’esposizione precoce all’alcol e agli anestetici potesse essere causa di suicidio cellulare dei neuroni, quel processo noto agli specialisti noto con il nome di apoptosi. Sinora la correlazione era però stata provata solo con quantitativi elevati di sostanze. Più recentemente l’alcol somministrato a topi neonati è stato dosato ad un livello tale da determinare un aumento nel sangue dello 0.07% (inferiore al limite minimo per il divieto della guida che è tra 0.08 e 0.10%). Nonostante il livello fosse inferiore a quello consentito per guidare negli umani, era comunque sufficiente per determinare la morte delle cellule nervose.
Un dato da interpretare alla luce dei meccanismi fisiologici del cervello. Ce lo spiega il professor Giorgio Maria Bressa, psichiatra a Roma e Docente di Psicobiologia del Comportamento Umano all’Istituto Progetto Uomo di Viterbo: “La morte di un certo numero di neuroni è normale durante lo sviluppo, ciononostante l’assunzione di alcol sembra almeno raddoppiarne il numero. Al settimo mese di gravidanza nel cervello del neonato si verifica un fenomeno chiamato ‘pruning’ in cui il feto distrugge, ‘butta via’ il 25-30% dei neuroni cresciuti sino a quel momento. Questo perché dopo la giunzione del tubo neurale, che avviene al secondo mese di gestazione, il cervello entra in una fase di sovraproduzione di cellule nervose. Ne produce in grande quantità e il ‘pruning’ non è altro che un meccanismo regolatore in cui il cervello elimina ciò che ha prodotto in eccesso. A due anni di età”, continua Bressa, “avviene un fenomeno analogo, non più sulle singole cellule nervose, bensì sui collegamenti tra esse, le cosiddette ‘sinapsi’. Il cervello quindi effettua una seconda selezione, i collegamenti non utilizzati vengono eliminati e parte da lì un processo di accrescimento funzionale che durerà sino all’adolescenza. Ora, se l’uso eccessivo di sostanze dannose per i neuroni ne distrugge una parte il neonato arriva alla vita con un bilancio in passivo o comunque svantaggiato dal momento che il ‘pruning’ avviene inevitabilmente e automaticamente”.
Il cervello durante la gestazione costituisce 250mila nuovi neuroni al minuto per la strabiliante cifra di 10 alla 47ma potenza. E sia quello dei topi che quello degli esseri umani è particolarmente sensibile alla sinaptogenesi, ossia al suicidio cellulare dei neuroni che non riescono a creare connessioni utili. Alcol e anestetici interferiscono con questo delicato processo in quanto cellule danneggiate non riescono a fare sinapsi.
È noto inoltre che grandi quantitativi di alcol durante la gestazione sono in grado di determinare finanche una riduzione permanente del volume del cervello. Una condizione nota come sindrome feto-alcolica. Altri studi hanno poi evidenziato che il 90% delle donne che bevono in maniera cronica hanno figli che sviluppano problemi di salute mentale come sindrome da deficit di attenzione, episodi psicotici e tentativi di suicidio. Problemi che non sempre si evidenziano durante l’infanzia ma che fanno la loro comparsa all’inizio dell’adolescenza, spesso a livello dell’ippocampo, una struttura importante per l’apprendimento e la memoria.
Andrea Sperelli

Lunedì, 07 Ottobre 2013 08:54

Più intelligenti con la gravidanza

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Perdite di memoria e di concentrazione durante la gravidanza? Due diversi gruppi di ricerca rispondono di no. La prima ricerca, dell'Università Carlos Albizu di Miami, dimostra che le donne che hanno appena partorito totalizzano in realtà punteggi molto alti nei test mnemonici visuo-spaziali, quegli esperimenti che valutano la capacità di concentrarsi e di immagazzinare le informazioni.
I ricercatori americani hanno analizzato 35 neo-mamme di bambini con età compresa fra i 10 e i 24 mesi e altre 35 senza figli. Le 70 donne hanno superato un primo test sul quoziente intellettivo mostrando risultati analoghi, ma nei test visuo-spaziali le neo-mamme hanno mostrato abilità superiori.
Anche uno studio australiano è giunto a conclusioni simili. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista British Journal of Psychiatry, non vi sarebbe infatti evidenza scientifica all'ipotesi sostenuta da molti che le donne avrebbero problemi durante i nove mesi di gestazione. La memoria rimane sostanzialmente la stessa, affermano i ricercatori australiani guidati dalla dott.ssa Helen Christensen: “Parte del problema è che i manuali sulla gravidanza dicono alle donne che possono andare incontro a problemi di memoria e di concentrazione, così le donne e i loro partner sono pronti ad attribuire i vuoti di memoria a un sintomo fisico della gravidanza. Le donne incinte probabilmente spostano la loro attenzione dalle questioni di lavoro alla nascita del bambino, mentre le neomamme si concentrano solo sul nascituro”. Piccole distrazioni o vuoti di memoria si spiegano quindi con un cambiamento di tipo adattivo; il cervello della donna incinta riconosce la peculiarità della nuova situazione e agisce di conseguenza. Non sta in piedi quindi l'idea di un deficit cognitivo provocato dalla gravidanza.
Per arrivare alle loro conclusioni, gli scienziati hanno coinvolto in un esperimento circa 1.300 donne fra i 20 e i 24 anni, sottoponendole a una serie di test sulla memoria. Per circa quattro anni, le donne hanno risposto ai test a intervalli regolari. Alcune di loro erano incinte, altre avevano già partorito. I risultati non hanno fatto emergere nessun cambiamento rilevante nell'efficacia mentale delle donne sottoposte a test, con particolare riferimento alla loro memoria. Non è stata registrata differenza fra i risultati delle donne in attesa e quelle non in gravidanza.
In definitiva, le donne non devono preoccuparsi, ma vivere con la maggior tranquillità possibile il periodo della gravidanza, che come dimostrato da tanti altri studi ha anche effetti benefici non irrilevanti per la salute complessiva del proprio organismo.
Andrea Piccoli
Domenica, 12 Maggio 2013 21:42

Genitori "ad alto contatto"

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 Chi sono i genitori ad alto contatto? Sono coppie genitoriali, madri e padri, che scelgono un metodo educativo che prevede uno stretto legame corporeo con il neonato. Portare il bambino in fascia, allattarlo al seno, condividere il sonno sono alcune delle pratiche messe in atto. Condividono il concetto che gesti affettivi che permettono al neonato di crescere sano, sicuro, amabile e forte sono i gesti più antichi dell’accudimento: cullare, abbracciare, accarezzare,baciare, stare vicini, guardarsi.

Gonzàlez scrive: “La nostra società, per alcuni aspetti così comprensiva, lo è molto poco nei confronti delle madri e dei bambini … sembrano esistere tre tipi di tabù:

-relativi al pianto, è proibito prenderli in braccio, dare loro ciò che chiedono

- relativi al sonno, è proibito addormentarli tenendoli in braccio o allattandoli o dormire con loro.

- relativi all’allattamento materno, è proibito allattare in qualsiasi momento”

Cos'hanno in comune queste convinzioni? Tendono a limitare al minimo il contatto fisico.

Eppure già Gerhardt diceva “Essere tenuto tra le braccia con amore è il più grande stimolo allo sviluppo … nelle braccia della madre o del padre, dove c’è calore si è al sicuro, i muscoli si rilassano ed il respiro si fa più profondo, nello stesso modo accarezzare dolcemente e cullare lievemente scioglie le tensioni. La frequenza cardiaca del bambino si sincronizza con quella della mamma: se lei è rilassata e in armonia, lo sarà anche il bambino. Il sistema nervoso autonomo della madre comunica con il sistema nervoso del bambino, calmandolo attraverso il tatto.”

Le mamme Canguro

Il contatto corpo a corpo per il neonato è un bisogno vitale, sia per la sua evoluzione psichica che fisica.
Negli ultimi anni anche in Italia si è tornata a diffondere l'abitudine di portare i propri bambini in fasce o marsupi.
Ashley Montagu (1905-1999), noto antropologo, scienziato e umanista inglese, attraverso il suo libro “Touching: the Human Significance of the Skin” raccoglie i risultati di studi autorevoli che sostengono che, quando viene alla luce, il bambino non è effettivamente pronto ad affrontare la vita fuori dall'utero.

Numerosi studi parlano infatti di un periodo chiamato esogestazione che rappresenta il periodo in cui il neonato completa il suo svuluppo al di fuori dal grembo materno. In questo periodo ciò di cui ha principalmente bisogno il neonato è il contatto corporeo con la mamma: l’essere tenuto in braccio, l’essere portato addosso, l’essere allattato al seno, l’essere abbracciato e coccolato.

Il tatto, è il primo modo attraverso cui il feto e il neonato iniziano a “conoscere il mondo”, prima ancora che con la vista e con l’udito. Queste sono le esperienze su cui si fonda il sentimento di autostima del bambino: la percezione della propria identità da parte del piccolo nasce proprio dall'esperienza di contatto corporeo, che gli fa percepire meglio se stesso e l’altro e i propri confini.

Anche la neomamma trarrà notevoli benefìci dalla comunicazione “pelle a pelle” con il bambino. Esistono studi in cui emerge che le mamme che tengono a stretto contatto i propri bambini siano meno soggette alla depressione post partum e al baby blues.
Il contatto corporeo tra madre e bambino concede ad entrambi un tempo protetto per conoscersi e riconoscersi e per ritrovare quell'intimità condivisa per 9 mesi.

Ci ricorda F. Leboyer in “Shantala”:
"Essere portati, cullati, essere tenuti, massaggiati, sono tutti nutrimenti per i bambini piccoli, indispensabili, come le vitamine, i sali minerali e le proteine, se non di più."

Il contatto e le carezze producono un'autovalorizzazione, ci sentiamo apprezzati: è l'intimo riconoscimento del nostro valore come esseri viventi unici. 

 

fonte: www.medicitalia.it

mamma in crisi

Il passaggio alla maternità è costellato spesso da una ricerca quasi “bulimica” di informazioni, teorie e testi “saggi” che provano, in minima a parte, a saziare questa nostra immensa sete di conoscenza, di certezze e di buone regole del “perfetto genitore”.

In fondo, mamme non si nasce ma si diventa, e spesso questa trasformazione fisiologica non coincide in maniera sincrona con l’aspetto squisitamente psicologico ed emozionale. Ed ecco che i tanto temuti pensieri di disvalore prendono forma, minando un assetto psichico ricco di emozioni contrastanti e di stimoli, non sempre facili da digerire.

Noi donne e mamme queste emozioni le conosciamo bene, perché spesso accompagnano il nostro rientro a casa dopo il parto. E mentre il nostro corpo ha il “diritto” di vivere dei tempi fisiologici per ri-prendersi, al nostro meraviglioso mondo interiore è richiesto un surplus di energie, che spesso faticano a manifestarsi. Ed è proprio questa dissonanza che insinua il primo dubbio: “Ce la farò?”

Ma ecco che. tra una poppata e un sonnellino rubato, tornano alla memoria le innumerevoli informazioni ingurgitate durante l’attesa mentre proviamo a rievocare le varie regole e “competenze acquisite”. Bene – ci ripetiamo con “consapevole incertezza”- ho letto tutto, dal primo all’ultimo dispensatore di teorie, ho gli strumenti per farcela e sicuramente ce la farò.

L’idea di un fallimento, seppur in sottofondo, si annulla magicamente, grazie a una serie di autori e grossi nomi che assicurano con assoluta certezza cosa bisogna “fare” per diventare un “perfetto genitore”. Ed ecco che il “Fare” prepotentemente occupa il posto del “Sentire”, e le regole e le teorie si trasformano nel nostro pane quotidiano, spesso masticato, ma ahimè, poco digerito.
Si continua così, leggendo e con-dividendo saperi poco esperiti, fino a quando e finalmente (dico io) commettiamo il primo e tanto temuto errore mammesco, e tutte le certezze lasciano il posto ad una generalizzazione catastrofica e funesta del nostro essere mamme “imperfette”.

Ed ecco che il 5° diritto entra prepotentemente nella nostra vita ricordando a noi stesse che:

Hai il diritto di commettere errori, essendo tu la responsabile di te stessa.
Possibilità meravigliosa questa, quanto difficile da digerire, in fondo accettarsi con le nostre speciali imperfezioni e materne competenze e in-competenze è un percorso non semplice ma necessario, per vivere il nostro essere mamme come un dono speciale, e non una corsa a ostacoli disseminata dei tanto temuti “errori”.

Nessuna di noi è perfetta e la possibilità di commettere errori mammeschi rientra in quel meraviglioso corredo genetico e comportamentale che ci rende squisitamente uniche e sorprendentemente “im-perfette”.

Ricordiamo a noi stesse il valore di viverci come apprendiste mamme e il ruolo stesso dell’apprendimento come un cambiamento relativamente permanente che risulta prodotto dall’esperienza.

Cosa risuona in noi tutto questo? Guardare ai nostri sbagli, accogliendoli come un’occasione per migliorare, crea terreno fertile per approvare un pensiero nutriente quale: “Noi non siamo i nostri errori, siamo altro” e la consapevolezza di essere “altro”, ci sostiene ogniqualvolta diventa necessario rialzarsi per ri-cominciare.
Ognuna di noi commette errori e riconoscersi questo diritto equivale ad ammettere a se stesse quanto sia irrazionale pensare di non sbagliare mai. Siamo donne e mamme consapevolmente imperfette. Concediamoci il diritto di sbagliare, rimanendo “presenti” ai nostri sbagli, senza mai mettere in dubbio il nostro immenso valore.

 

 fonte www.bambinonaturale.it  marzo 2013

 

Domenica, 10 Marzo 2013 22:06

..., ma di latte saziami

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   È molto importante per i genitori avere chiaro cosa si intende per “allattamento a richiesta” e quali sono i segnali di fame che vanno valorizzati.

Il pianto del bambino è sempre l’espressione di una richiesta non accolta da parte dell’adulto; a volte la richiesta non è stata compresa, altre volte viene disattesa per scelta, magari perché non si vuol “viziare” il bambino. A questo proposito è utile ricordare come sia importante per il benessere psichico del bambino essere accudito da genitori che accolgono i suoi bisogni, che mostrano di comprenderli e che si adoperano per dare risposte pertinenti.

Per tornare ai segnali di fame, è vero che il bambino prima di piangere mostra chiaramente qual è il suo desiderio. Innanzitutto attiva il riflesso di ricerca: apre la bocca, tira fuori la lingua e gira la testa a destra e a sinistra; il bambino è un mammifero prossimale ed è certo che la sua mamma, la sua fonte di nutrimento, sarà vicino a lui, da una parte o dall’altra. Poi schiocca la lingua, porta le manine vicino alla bocca, può ciucciare le dita: in questo momento è tranquillo e sta dicendo “mamma ho fame”. Questa richiesta può durare svariati minuti a seconda dell’appetito del bambino. Il pianto arriverà se nessuno risponderà ai suoi bisogni e sarà tanto più disperato quanto più tempo passa; del resto è l’unico modo per richiamare l’attenzione della mamma! Ma neanche un adulto riuscirebbe a bere o a mangiare mentre singhiozza e, quindi, prima dovrà essere calmato, consolato e poi nutrito.

Allattare a richiesta vuol dire, dunque, rispondere ai primi segnali di fame, in questo modo il bambino sarà messo nelle condizioni di poppare serenamente e senza stress, l’allattamento procederà bene perché anche la mamma sarà più serena; sappiamo bene, infatti, quanto sentire piangere i bambini stressi le mamme.

Nei neonati sani il riflesso di ricerca si attiva 8-10 volte nelle 24 ore. Se invece l’allattamento non viene guidato dal bambino, ma regolato da orari rigidi, si rischia una cattiva calibrazione del latte, con la possibilità che se ne produca meno del necessario e con il rischio di ricorrere, prima o poi, a un’integrazione. 

 

Pubblicato su UPPA – Un pediatra per amico n.1/2013

www.uppa.it

 

È molto importante per i genitori avere chiaro cosa si intende per “allattamento a richiesta” e quali sono i segnali di fame che vanno valorizzati.

Il pianto del bambino è sempre l’espressione di una richiesta non accolta da parte dell’adulto; a volte la richiesta non è stata compresa, altre volte viene disattesa per scelta, magari perché non si vuol “viziare” il bambino. A questo proposito è utile ricordare come sia importante per il benessere psichico del bambino essere accudito da genitori che accolgono i suoi bisogni, che mostrano di comprenderli e che si adoperano per dare risposte pertinenti.

Per tornare ai segnali di fame, è vero che il bambino prima di piangere mostra chiaramente qual è il suo desiderio. Innanzitutto attiva il riflesso di ricerca: apre la bocca, tira fuori la lingua e gira la testa a destra e a sinistra; il bambino è un mammifero prossimale ed è certo che la sua mamma, la sua fonte di nutrimento, sarà vicino a lui, da una parte o dall’altra. Poi schiocca la lingua, porta le manine vicino alla bocca, può ciucciare le dita: in questo momento è tranquillo e sta dicendo “mamma ho fame”. Questa richiesta può durare svariati minuti a seconda dell’appetito del bambino. Il pianto arriverà se nessuno risponderà ai suoi bisogni e sarà tanto più disperato quanto più tempo passa; del resto è l’unico modo per richiamare l’attenzione della mamma! Ma neanche un adulto riuscirebbe a bere o a mangiare mentre singhiozza e, quindi, prima dovrà essere calmato, consolato e poi nutrito.

Allattare a richiesta vuol dire, dunque, rispondere ai primi segnali di fame, in questo modo il bambino sarà messo nelle condizioni di poppare serenamente e senza stress, l’allattamento procederà bene perché anche la mamma sarà più serena; sappiamo bene, infatti, quanto sentire piangere i bambini stressi le mamme.

Nei neonati sani il riflesso di ricerca si attiva 8-10 volte nelle 24 ore. Se invece l’allattamento non viene guidato dal bambino, ma regolato da orari rigidi, si rischia una cattiva calibrazione del latte, con la possibilità che se ne produca meno del necessario e con il rischio di ricorrere, prima o poi, a un’integrazione.

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dott. Sergio Conti Nibali (pediatra di famiglia)

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È molto importante per i genitori avere chiaro cosa si intende per “allattamento a richiesta” e quali sono i segnali di fame che vanno valorizzati.

Il pianto del bambino è sempre l’espressione di una richiesta non accolta da parte dell’adulto; a volte la richiesta non è stata compresa, altre volte viene disattesa per scelta, magari perché non si vuol “viziare” il bambino. A questo proposito è utile ricordare come sia importante per il benessere psichico del bambino essere accudito da genitori che accolgono i suoi bisogni, che mostrano di comprenderli e che si adoperano per dare risposte pertinenti.

Per tornare ai segnali di fame, è vero che il bambino prima di piangere mostra chiaramente qual è il suo desiderio. Innanzitutto attiva il riflesso di ricerca: apre la bocca, tira fuori la lingua e gira la testa a destra e a sinistra; il bambino è un mammifero prossimale ed è certo che la sua mamma, la sua fonte di nutrimento, sarà vicino a lui, da una parte o dall’altra. Poi schiocca la lingua, porta le manine vicino alla bocca, può ciucciare le dita: in questo momento è tranquillo e sta dicendo “mamma ho fame”. Questa richiesta può durare svariati minuti a seconda dell’appetito del bambino. Il pianto arriverà se nessuno risponderà ai suoi bisogni e sarà tanto più disperato quanto più tempo passa; del resto è l’unico modo per richiamare l’attenzione della mamma! Ma neanche un adulto riuscirebbe a bere o a mangiare mentre singhiozza e, quindi, prima dovrà essere calmato, consolato e poi nutrito.

Allattare a richiesta vuol dire, dunque, rispondere ai primi segnali di fame, in questo modo il bambino sarà messo nelle condizioni di poppare serenamente e senza stress, l’allattamento procederà bene perché anche la mamma sarà più serena; sappiamo bene, infatti, quanto sentire piangere i bambini stressi le mamme.

Nei neonati sani il riflesso di ricerca si attiva 8-10 volte nelle 24 ore. Se invece l’allattamento non viene guidato dal bambino, ma regolato da orari rigidi, si rischia una cattiva calibrazione del latte, con la possibilità che se ne produca meno del necessario e con il rischio di ricorrere, prima o poi, a un’integrazione.

Pubblicato su UPPA – Un pediatra per amico n.1/2013

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