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gli articoli qui riportati sono tratti dal web da testate giornalistiche e fonti di varia natura. qualora fossero stati scritti da esperti dell'area medica sarà specificato a fianco al nome dell'autore oppure in calce all'articolo stesso.

Venerdì, 10 Ottobre 2014 13:28

la rivoluzione sessuale e l'infanticidio

Scritto da

Ristabilire le verità fondamentali in un tempo di declino morale come il nostro, è diventano un compito arduo.  Come insegnavano i nostri antenati: “Il popolo perisce per mancanza di conoscenza”. L’assenza di verità e di conoscenza ha provocato una decadenza morale e sociale senza precedenti.

Alla luce di quasi cinquant’anni di rivoluzione sessuale si possono palesemente notare le varie ramificazioni di un cambiamento di veduta nell’ambito sessuale. Sembra pazzesco parlare di morale sessuale nei tempi in cui viviamo, ma il sesso ha a che fare con la riproduzione e non solo con il piacere che esso comporta. I due fattori, infatti, sono strettamente connessi; Intraprendere una relazione sessuale significa addossarsi la possibilità dell’eventuale riproduzione e nascita di una nuova vita.

Questa è anche la ragione per cui in molte culture (specialmente nei secoli passati), la sessualità era considerata come qualcosa di sacro.

Il sesso è oggi diventato solo una questione di piacere personale, non si riflette più sulla potenzialità del sesso, ma solo sul beneficio individuale che produce. Parafrasando il concetto sarebbe come mangiare per il sol piacere di farlo senza riflettere sul fatto che la ragione principale del cibo non è il piacere ma la sopravvivenza.

Sicuramente questo discorso può sembrare alieno per la maggior parte dei miei coetanei, questa condizione riflette lo stato sociale e culturale che noi viviamo, oppressi da un relativismo asfissiante che ci ha allontanato dalla razionalità, la ragione e le verità elementari della nostra esistenza.

Jennifer Hartline, scrittrice americana, propone la necessità di una “contro-rivoluzione”, così come la rivoluzione sessuale degli anni 60 ha capovolto in mondo, c’è bisogno di una successiva rivoluzione che rivolti le cose al punto giusto. Jennifer dichiara che: “Sicuramente quello che dirò non è politicamente corretto, ma bisogna dirlo. Tutti noi sappiamo da dove provengono i bambini, se non sei disposto ad accettare un figlio nella tua vita allora non dovresti praticare sesso.  Il sesso non è un diritto ma è un dono che scaturisce un profondo scopo. Non è solo un’attività piacevole ma un’espressione d’amore e altruismo. Non è un passatempo frizzante senza responsabilità. Il sesso porta grandi responsabilità e se non siamo disposti ad accettarle non possiamo coltivare una vita sessuale”.

Jennifer continua dicendo: “La tragedia non è che le donne sono incinte all’improvviso, ma che le persone sono così egoiste che rifiutano di accettare il risultato naturale di un’azione sessuale. La vera libertà si realizza nella scelta iniziale: avere o non avere sesso. Perché noi donne ci sentiamo libere solo quando ci danno il diritto di uccidere qualcuno e non ci sentiamo libere quando possiamo scegliere saggiamente di prevenire attraverso delle scelte che ci possono allontanare da una posizione vulnerabile. La decisone deve essere presa quando abbiamo ancora i nostri vestiti addosso”.

Dinesh D’Souza, scrittore Indiano, commentando circa il nesso tra rivoluzione sessuale e aborto scrive: “Una scelta legittima dipende da cosa si sceglie. Abramo Lincoln argomentava sulla stessa scia dicendo che: “Se i ‘Negroes’ sono degli animali, allora abbiamo il diritto di comprarli e venderli, ma se sono delle persone come possiamo perfino fare una scelta del genere? Come possiamo con la nostra scelta annientare quella degli altri?”.

L’aborto è diventato il mezzo per pulire le scelte sbagliate degli altri alle spese dei bambini.

Per avere una vera rivoluzione sessuale, la donna ha dovuto accettare la stessa autonomia sessuale dell’uomo. Accettando questa ideologia la donna si è scontrata con le leggi biologiche che sono contrarie a quest’atteggiamento. Le femministe che hanno supportato la rivoluzione sessuale, hanno dovuto denunciare la gravidanza come un’invasione del grembo materno. Il feto è diventato un ospite indesiderato e quindi come tale può essere respinto quando è più comodo.

Le conseguenze di questo modo di pensare sono devastanti. La rivoluzione sessuale ha creato un’atmosfera di morte, trentacinque anni di “sesso libero e sfrenato” hanno creato una montagna di corpi da “ripulire”…il mezzo di pulizia è stato l’aborto sistematico di milioni di bambini.

La rivoluzione sessuale ha ucciso, tramite l’aborto, più di qualsiasi guerra mondiale o civile che il mondo abbia mai visto.

Le idee e le ideologie hanno delle conseguenze mostruose nel nostro caso. Sicuramente l’aborto non è l’unica conseguenza della rivoluzione sessuale, non possiamo dimenticare le malattie infettive, AIDS, divorzi, separazioni, cuori infranti, tradimenti ecc.

E’ giunto il tempo di una “contro-rivoluzione”, una rivoluzione di responsabilità, una rivoluzione che riporti il vero significato della vita e del sesso. Una rivoluzione culturale che liberi gli uomini e le donne dalla morsa della pornografica e la concupiscenza, che riporti onore al matrimonio e riaffermi la bellezza e la dignità dell’amore nel piano Divino.

 di Antonio Morra

 

 

Che la rivoluzione abbia inizio!

Il primo aborto è "abortire la madre". La madre abortita abortisce il figlio
Intervista al Prof. Carluccio Bonesso, psicopedagogista, autore del libro "Per forza o per amore?"

Roma, 05 Maggio 2013 (Zenit.org) Anna Fusina | 1388 hits

"Dal punto di vista della donna incinta, l’aborto è la sconfitta della sua identità materna, il fallimento di una madre. Ecco perché si può dire che il primo aborto è 'abortire la madre'". E' questo il chiaro punto di vista del Prof. Carluccio Bonesso.

Laureato in Pedagogia, indirizzo psicopedagogico, presso l’Università Cattolica di Milano e l’Università di Genova, il prof. Bonesso è specializzato in Analisi e modificazione del comportamento, e grafologia. Ha praticato negli anni '80 la psicoterapia ad indirizzo comportamentale ed è stato insegnante nella scuola primaria e poi docente di scienze sociali e filosofia nelle scuole superiori. Attualmente si occupa di formazione professionale e di educazione emozionale. Ha pubblicato Per forza o per amore? (2002)ed è coautore con M. Cervi di Emozioni per crescere (2008). Di seguito l'intervista:

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Prof. Bonesso, lei afferma spesso che il primo aborto è "abortire la madre". In che senso?

Prof. Bonesso: Prima di rispondere, vorrei renderla partecipe dell’emozione che mi prende dentro nell’affrontare queste problematiche: un profondo senso di tristezza ed una grande compassione per queste donne. Non viene mai sufficientemente scandagliato lo stato d’animo d’una donna che sta affrontando questo dramma: paura, tristezza, senso di abbandono e solitudine, ma anche rabbia per un partner il più delle volte assente, vigliaccamente lontano. Quindi via da me ogni pur minimo atteggiamento di giudizio, perché l’aborto è sempre una sconfitta della vita e dei protagonisti. E vengo alla risposta. Nella mia esperienza di contatto con donne incinte ho notato sempre un particolare fatto linguistico costante. La donna incinta dice sempre e pensa di aspettare un bambino. La cosa è di una semplicità disarmante, giacché essa non afferma di esser incinta di un embrione o di un feto, ma di un “bambino”. Dietro questo parlare e pensare vi è un evento potente, ovvio per le donne, ma nascosto alla psicologia maschile. Essa non è più una donna, ma una madre. Ha cambiato identità: da donna a madre! Donna è un concetto di genere, mentre madre è un concetto relazionale. Si è infatti madre in relazione ad un figlio. Ed una volta madri, lo si è per sempre, perché attiene alla propria identità. Ed ecco esplicitato il dramma dell’aborto. Dal punto di vista della donna incinta l’aborto è la sconfitta della sua identità materna, il fallimento di una madre. Ecco perché si può dire che il primo aborto è "abortire la madre". E le ferite identitarie possono essere devastanti.

La madre abortita abortisce il figlio?

Prof. Bonesso: Il fatto è speculare o costituisce le due facce d’una stessa medaglia. Interrompere la gravidanza è contemporaneamente un negare ed umiliare il proprio esser madre, cioè la doppia sconfitta di una vita negata ed il fallimento della generatività materna. Non va dimenticato, come invece solitamente si fa, il ruolo del partner. L’aborto non è problema solo della donna, perché se si osservasse il fenomeno attentamente, si vedrebbe quanto spesso l’omissione e l’assenza maschile sia decisiva e causa della solitudine paurosa in cui viene lasciata la madre.

Quali sono le difficoltà della donna a dire di sì al figlio a livello psicologico?

Prof. Bonesso: Rispetto ad ogni compito o evento ogni essere umano si trova dentro gli estremi emotivi della paura/fiducia. Ciò che va ad affrontare può essere percepito come un pericolo o come una novità. Se è la percezione del pericolo a predominare, allora si attiverà il potente cervello della paura che innescherà sentimenti ostili e/o di fuga. Al contrario la novità positiva attiverà il cervello della ricerca il quale genererà fiducia, curiosità e favore. Ogni gravidanza richiede un’assunzione di responsabilità: l’andare verso “il prendersi cura”. Se l’evento è stato cercato e scelto, la conseguenza diventa un compito da affrontare. Al contrario tutto può diventare minaccia o evento spiacevole ed imprevisto. In ambo i casi si affaccia nell’anima della donna incinta l’ansia che ogni gravidanza più o meno trasporta con sé. Vi è il vissuto corporeo e il rapporto modificato con l’ambiente circostante, fatto di un corpo che cambia forma e peso, accompagnato dalle domande: “Potrò continuare a piacere? Tornerò come prima?” Poi c’è l’ansia per il figlio che dovrà nascere: “Sarà normale? E se non lo sarà, perché? In cosa avrò sbagliato?”. E quindi anche l’ansia legata al rapporto con il partner: “Continuerò a piacergli? Come farò per il sesso?”. Spesso le donne vivono la sessualità in opposizione alla maternità, giacché in questo momento diminuisce il soddisfacimento e la frequenza dei rapporti sessuali può abbassarsi per effetto dell’accudimento del figlio. Altri aspetti regressivi sono legati al riemergere di comportamenti caratteristici dell’infanzia, con il bisogno di accudimento e coccole richiesti con insistenza, le voglie, gli sbalzi d’umore, il ricorso alla madre o il ritorno a conflitti assopiti nei suoi riguardi.

Come si possono aiutare le donne in difficoltà ad accettare il figlio concepito?

Prof. Bonesso: A mio avviso due sono le strategie da seguire contemporaneamente. La prima è quella che descrive le emozioni positive che ogni madre può testimoniare del proprio vissuto di gravidanza e l’altra ciò che pensano le donne dell’aborto e ciò che esse stesse dicono dopo averlo praticato. Premesso che non esiste una gravidanza uguale ad un’altra dal punto di vista emotivo, il vissuto della donna incinta è un mosaico di gioia, attesa, fantasia, sogni, euforia, stupore, ma anche di sentimenti e momenti difficili o negativi. E poi le nausee, la dieta, la paura, l’ansia, gli sbalzi d’umore, i timori. I sentimentipositiviraccontano di un “coronamento del sogno di coppia”, di “gravidanza contagiosa” dopo aver saputo che un’amica era incinta, di “invidia delle altre donne incinte”, di sensazione che “generare un figlio è la cosa più bella che un essere umano possa fare”, di “partecipare alla creazione”, di “realizzarsi come donna”, di “speranza di gratificazione futura”. C’è chi racconta: “mi sono sentita subito madre”, e “ho sentito che lui era più importante di me”. “E quando l’ho avuto in braccio ho sentito che era la cosa più grande ed importante che mi potesse accadere, ma anche il peso di crescerlo”. Allora ho avuto “voglia di essere autonoma da mia madre ed avere tutta la mia famiglia per me”. Poi ci sono anche i racconti di sentimenti contrastanti: “ho avuto paura di non farcela, ma sapevo che c’era mio marito con me”, “Appena incinta, ho provato una grande tenerezza e paura per un compito troppo grande per me”, oppure “strano che potesse succedere a me, poi ho pianto, riso e pianto, emozione bella e grande”. Ed un’altra insiste sullo “stupore e poi mi son sentita madre, ho avuto paura per la gravidanza e che non fosse sano” e poi “gioia, tanta gioia, che ancora adesso al pensarci riprovo”. Tutte queste frasi, fedelmente riportate, ci raccontano di un evento dalla ricchezza emotiva incredibile. Il comunicarlo ad una donna che pensa all’aborto può farle riscoprire un lato della sua umanità femminile inibito dalla paura. Ma cosa direbbe una madre ad una donna presa dal dramma dell’aborto?. Ecco alcune risposte che ho raccolto e riporto puntualmente: “le ho detto: non abortire, lo tengo io”. “Una mia amica giovane per paura ha abortito. Anni dopo si è sposata, anche bene, ed ha avuto due figlie. Mi ha detto però che non è felice al pensiero di quello che ha fatto.” “Mia cognata mi ha confidato: mi ha fatto abortire (mio marito) e mi ha fatto andare da sola. Non me lo perdonerò mai!” Notare che non dice non glielo perdonerò, ma non me lo perdonerò! “Io le direi: non farlo. La vita è preziosa in qualunque modo essa sia. L’aborto non è rimarginabile.” “Dopo l’aborto, sebbene fosse spontaneo, mi sono sentita svuotata.” “Quando mi hanno chiuso le tube per grossi problemi, sono stata molto male, perché il mio corpo non avrebbe mai più generato.”

Ci può riferire alcune sue esperienze personali in proposito?

Prof. Bonesso: Negli anni '80 ho praticato intensamente la psicoterapia, poi lasciata per l’insegnamento, ed ho constatato quanto alta sia l’incidenza dell’aborto in casi di nevrosi. A volte la concomitanza abortiva era quasi una costante. Ricordo spesso nei miei racconti il caso del blocco del braccio sinistro di una signora che avevo aiutato anni prima per problemi d’ansia. Questa mi aveva richiamato perché soffriva di un blocco al braccio sinistro, resistente ad ogni terapia del caso. Analizzando con l’elettromiografo l’attivazione del braccio in riposo, riscontravo una tensione dieci volte più intensa dell’altro braccio. Al che mi ero impegnato ad istruirla a rilassare il braccio in oggetto. Dopo varie sedute qualcosa migliorava, ma non secondo le mie aspettative. Conversando affabilmente fra un esercizio e l’altro, improvvisamente la signora si ricordava di aver l’anno prima abortito su insistenza del proprio ginecologo e marito, in seguito a cure per una gravidanza scambiata per menopausa. Allora le chiedevo se si ricordasse con quale seno iniziasse per il passato ad allattare il figlio che ora era già grandicello. Avendo ricevuta la risposta d’essere il sinistro, le facevo notare che il braccio bloccato era proprio quello. La constatazione provocava immediatamente il gesto di portare le mani ai capelli ed un pianto dirotto. La signora aveva immediatamente realizzato esservi un qualche rapporto fra il suo braccio sinistro teso e l’aborto. Quello che seguì non fu più l’insistere sul rilassamento del braccio, ma il percorso di elaborazione della perdita d’un figlio non nato. Nella mia attività di ascolto nelle scuole superiori (Sportello dell’Ascolto) ho poi notato un’altra forma di “aborto”, se così si può chiamare. Spesso in occasione di crisi adolescenziale acuta, mi sono imbattuto nei “nati per sbaglio”. Ci sono genitori che hanno, in casi di gravidanza indesiderata portata a termine, l’infelice idea di raccontare ai figli che “non li aspettavano, ma che poi avevano deciso di tenerli”. Si dimenticano, o peggio non sanno, che ogni essere umano ha il diritto di sentirsi nato da un atto d’amore. Tali informazioni diventano devastanti nei momenti cruciali di passaggio della vita. Far sentire un figlio “nato per sbaglio” è già una forma psicologica di aborto ed è amore risparmiargli questa sofferenza. Per concludere e senza indulgere a giudizi di sorta nei riguardi delle donne che abortiscono, amo ripetere che nella quotidiana lotta tra la vita e la morte, ogni “non nato” è una sconfitta della vita, ed ogni “nato in più” è la vittoria dell’amore.

Ricerca fatta da Simona

Nell’ambito del dibattito sul cambio sesso, interviene una voce autorevole a dipanare molti dubbi.

In un’interessante intervista, il Prof. Massimo Gandolfini spiega come si possa plasmare il corpo, modificare tutto ma non il cervello che mostra delle differenze incolmabili tra uomo e donna su cui nulla può intervenire.

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Il gender, termine ormai noto ai più, è al centro di grandi dibattiti sia scientifici che culturali. Abbiamo chiesto al prof. Massimo Gandolfini, neurochirurgo, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze della Fondazione Poliambulanza di Brescia e vicepresidente nazionale dell’Associazione Scienza&Vita, di chiarire il significato e l’origine di questa ideologia e il ruolo del cervello nella definizione del genere.

Prof. Gandolfini, potrebbe ricordarci l’origine della teoria del gender? 

Dal punto di vista strettamente storico, il termine “gender” trova  la sua genesi più remota nel lavoro di Sigmund Freud, apparso nel 1920, con il titolo “Psicogenesi di un caso di omosessualità nella donna”, in cui  – per la prima volta – si pone il tema della differenza fra “gender role” e “gender identity”. Sul piano dell’elaborazione culturale, l’ideologia del gender si propone a partire dagli anni ‘50/’60 ed è caratterizzata da tre “ondate”, che si susseguono e si integrano fra loro.

La prima ondata: la “nurture theory”
La “nurture theory”, o 
teoria della prevalenza della cultura sulla natura, fu propugnata da John Money, direttore del dipartimento di sessuologia del John Hopkins Insitute di Baltimora. Negli anni ’60 cominciò ad imporsi il “dogma” che si diventa uomo o donna non per determinazione biologica sessuale, ma per imposizione di stereotipi” di genere. Detto in altre parole, un maschio diventa uomo perchè condizionato da categorie pedagogiche e culturali che gli impongono di rivestire il ruolo sociale proprio dell’uomo (giocare a pallone, giocare con armi, fare a botte con i compagni, ecc..).

Altrettanto vale per la femmina che viene condizionata per diventare donna. Ne consegue che modificando gli stereotipi di genere, si puòmodificare l’evoluzione culturale sia del maschio che della femmina, completando il lavoro attraverso tecniche medico-chirurgiche diriassegnazione del sesso”. In questo contesto si inserisce la tragica “sperimentazione” condotta dal dottor Money sul piccolo Bruce, trasformato in Brenda, che si conclude con il suo suicidio, dopo una vita di disagio e travaglio indicibili.

Il Dottor Money e i martiri della follia gender

La seconda ondata: il movimento femminista
La seconda “ondata” è legata alla storia del movimento femminista per l’emancipazione e l’uguaglianza della donna, soprattutto a partire dagli anni ‘70. Possiamo citare un nome per tutti: 
Simone de Beauvoir, con la sua lotta per il diritto al divorzio, la libertà sessuale realizzata attraverso la contraccezione e il diritto all’ aborto, al fine di liberare la donna dal condizionamento della maternità. Nel 1980, Adrienne Rich produce un testo considerato il manifesto del lesbismo, proposto come lo strumento vincente per la lotta di liberazione dal maschio, e conia la “famosa” siglaLGBT, proponendo quattro generi di identità e correlato orientamento sessuale.

La terza ondata: la “non identità”
Possiamo localizzare la “terza ondata” agli inizi degli anni ’90, con Judith Butler, femminista lesbica e autrice di “Gender Trouble”, atto fondativo del femminismo radicale, nel quale si propone l’ideologia della “non identità” all’interno di una società globale fluida e liquida, senza nessun punto fisso di riferimento, che apre la strada al “nomadismo” di Anne Sterling (1993). In questo contesto, nasce il genere “queer” – strano, variabile, modificabile – che va ad integrare il già citato acronimo LGBTQ.

C’è differenza tra identità sessuale e genere? 

Vorrei precisare che è più corretto parlare di identità “sessuata”, piuttosto che “sessuale”. Con la prima denominazione, infatti, si sottolinea che lappartenenza di sesso – maschio o femmina – non è un nostra scelta, bensì una realtà biologica che ci troviamo compiuta dalla nascita: ce la siamo trovata iscritta nella totalità del nostro corpo, cellule, tessuti, organi ed apparati. Questa è la differenza fondamentale tra identità sessuata e ideologia di gender: la prima è biologicamente determinata, la seconda è una scelta autonoma e individuale che prescinde totalmente dal dato di realtà rappresentato dall’appartenenza sessuata.

Lei è un neurochirurgo, il cervello è maschio o femmina?  Rimane tale al di là di interventi chirurgici, ormonali e psicologici atti a modificare il “genere” di una persona? 

Negli ultimi vent’anni abbiamo acquisito il principio che la sessuazione dimorfica (maschio/femmina) riguarda il nostro organismo nella sua totalità, cervello compreso. Oggi parliamo di cervello sessuato” volendo intendere che maschio e femmina sono differenziati anche dalla struttura anatomica e dal funzionamento del proprio cervello. Fin dai tempi di Vesalio e di Leonardo da Vinci sapevamo che volumetricamente il cervello maschile è più grande di quello femminile (perdonate la precisazione necessaria per evitare “battute scontate”: la funzione non è proporzionale alla massa!), ma solo negli ultimi vent’anni abbiamo compreso che la differenza è anche di ordine anatomico e funzionale. In estrema sintesi, il cervello maschile è caratterizzato da una rigida “lateralizzazione” – le aree del linguaggio sono, ad esempio, rigidamente localizzate nell’emisfero sinistro; al contrario, nella femmina vi sono rappresentazioni anche nell’emisfero destro – e le connessioni interemisferiche – cioè i collegamenti fra i due emisferi- sono più sviluppate e numerose nel cervello femminile. Grazie a complesse indagini che studiano il funzionamento del cervello (soprattutto le tecniche del neuroimaging, quale la risonanza magnetica funzionale e la PET), abbiamo compreso quali sono le basi anatomofunzionali per spiegare il dato che la psicologia comportamentista fin dagli anni ’50 ci proponeva, e cioè che l’elaborazione del “pensiero” maschile (detto “pensiero lineare”) ha caratteristiche diverse rispetto al pensiero femminile (“pensiero circolare”). E’ proprio la maggiore ricchezza di connessioni fra i due emisferi che rende il pensiero femminile “multitasking” (capace, cioè, di aprire e gestire contemporaneamente più file), rispetto al maschile, in grado – invece – di gestire un solo file alla volta. La sessuazione cerebrale è iscritta tanto profondamente nel nostro corpo che non è modificabile con la terapia ormonale che viene utilizzata in ambito di terapia per riassegnazione sessuale (ad esempio, nei casi di “disforia di genere”): tutto il corpo è rimodellabile, ma non il cervello.

Il convegno di Scienza&Vita svoltosi lo scorso 24-25 Maggio a Roma, era intitolato Amore e Vita. Questioni di cuore e di ragione. Tracce per un percorso formativo all’affettività e alla sessualità”.  Mons. Nunzio Galantino, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, ha aperto i lavori sottolineando la centralità dell’educazione. Affrontare la “questione” del gender è dunque una sfida educativa? 

Abbiamo scelto di intitolare l’ultimo convegno di Scienza e Vita “Amore & Vita”, per affermare il legame indissolubile che deve esistere fra l’amore e la vita, ad ogni età ed in ogni epoca. Il sottotitolo (Questioni di cuore e di ragione. Tracce per un percorso formativo all’affettività e alla sessualità) ha attualizzato il tema, con l’intento si affrontare tutte le questioni che l’ideologia di gender aggredisce con la sua destruente pervasività, dal mondo dei sentimenti al mondo delle relazioni affettive e sessuali, fino alla decomposizione della famiglia.

Il saluto di Mons. Galantino – primo discorso ufficiale del nuovo Segretario Generale della CEI alla nostra associazione – ci ha indicato almeno due importanti linee d’azione. Per primo ci è giunta una spinta rinnovata nel proseguire la nostra attività: la sapiente coniugazione della scienza – con lo strumento che le è proprio della ragione e della cultura –con la vita, un bene da proporre, difendere e tutelare senza eccezioni.

La seconda indicazione riguarda il metodo, la strategia da seguire nelle varie forme di “emergenza antropologica” che il nostro tempo sta vivendo, compreso l’assalto dell’ideologia di gender. L’indicazione è di mantenere un dialogo aperto, ricercato, non pregiudizievole, con l’intento di trovare un terreno condiviso di azione culturale, educativa e politica, a vantaggio della vita, ad ogni età ed in ogni condizione personale e sociale. E’ chiaro che tutto ciò non significa abdicare a valori e principi irrinunciabili, nella vuota ricerca di un’irenica unanimità che si lascia dietro le spalle vite abbandonate e violate, ma ha il valore di un incitamento a perseguire – anche sperando contro ogni speranza” – la virtuosa ricerca di una ricomposizione, culturale e sociale, di tutte le forze che, con onestà intellettuale, ricercano il vero, il buono ed il bello. Come si dice con uno slogan efficace, dobbiamo sforzarci di costruire ponti, piuttosto che scavare fossati”, con gli uomini di buona volontà, che abitano il mondo della cultura, della scienza, della società civile. “Scienza & Vita” è nata proprio con questa mission, e le parole di Mons Galantino sono nuova linfa per proseguire nella nostra azione.

Anna Pelleri

Fonte: Aleteia

 

 

Cambio sesso: puoi modificare tutto, ma non il cervello

Mercoledì, 04 Giugno 2014 18:16

aborto legale,un fallimento lungo 36 anni

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Vi sono ancora, ad oltre tre decenni dall’entrata in vigore della Legge 194/’78, valide ragioni a suffragio dell’aborto legale? Apparentemente sì. Anzi, sembrano esservene talmente tante che non esisterebbe neppure un valido argomento per opporvisi, pena accuse che spaziano dalla violazione dei diritti della donna a spietate nostalgie medievali. Tuttavia, se analizzate attentamente ed al di là della retorica si scopre come, in realtà, le tesi giustificative della depenalizzazione della pratica abortiva risultino sorprendentemente fragili quando non del tutto infondate anche se, a prima vista – occorre riconoscerlo – ben confezionate e convincenti. Passiamo allora in rassegna, al fine di poterne valutare l’effettiva consistenza, i cinque più diffusi argomenti a favore dell’aborto legale, che sono quelli dell’aborto clandestino, della salute della donna, del caso di stupro, dell’esercizio di libertà della donna e della maggioranza degli ordinamenti giuridici.

1.Per contrastare l’aborto clandestino

E’ un argomento condiviso da quasi tutti, persino da molti cattolici, ma doppiamente fallace, sotto il profilo logico e pratico. La prima criticità concerne la logica secondo cui, se esistente e ritenuto non eliminabile del tutto, un fenomeno deve essere legalizzato. Applicando lo stesso ragionamento, si dovrebbe ritenere corretto legalizzare realtà esistenti e non eliminabili del tutto quale il furto, l’evasione fiscale, lo spaccio ed altro ancora: il che sarebbe assurdo. Perché dunque quello che non vale per furto, evasione ed altro dovrebbe valere per l’aborto? Tanto più che – e veniamo al lato pratico – l’aborto clandestino, dopo decenni di legalizzazione, rimane, eccome: le stesse, prudentissime (e non aggiornate) stime ministeriali alludono ad almeno di 15.000 casi l’anno. Un po’ troppi, converrete, per brindare all’eliminazione degli aborti clandestini, a meno che non ci si rifiuti di guardare in faccia la realtà.

2. Per la tutela della salute della donna

Tesi diffusissima, ma clamorosamente falsa: l’aborto volontario non agevola, ma mina la salute materna. Non a caso la ricerca più autorevole ha rilevato come la perdita volontaria di un figlio sia associata – per fare una rapidissima panoramica – ad una più alta incidenza di tumori al seno (Indian J of Cancer2013), di isterectomia post-partum (Acta Obstet Gynecol Scand 2011), placenta previa (Int J Gynaecol Obstet 2003), aborti spontanei (Acta Obstet Gynecol Scand2009), depressione, abuso di sostanze (Psychiatry Clin Neurosc. 2013) nonché mortalità materna (J of American Physicians and Surgeons 2013). Lo stesso divieto di aborto non comporta maggiore mortalità materna (PLoS ONE 2012): in Irlanda, con detto divieto, si è registrata una bassissima di mortalità materna, addirittura la più bassa al mondo nel 2005 e la terza più bassa nel 2008. L’incubo delle mammane, dati alla mano, è dunque più incubo che realtà.

3. Per non costringere donne stuprate a partorire

E’ il classico “caso limite” col quale l’abortismo ammutolisce quanti osano discuterne i presupposti. Trattasi però, ancora una volta, di argomento debole. Per ragioni etiche e statistiche. Partendo dalle prime, se la soppressione deliberata di un essere umano è ritenuta intrinsecamente ingiusta e malvagia, giammai si può derogare a questo principio senza comprometterlo; se, cioè, si ritiene l’aborto giustificabile “a certe condizioni”, si finisce inevitabilmente – per via della slippery slope o teoria della china scivolosa – per giustificarlo a “tutte le condizioni”. In seconda battuta, la debolezza di questo argomento emerge dai numeri: la percentuale delle donne che abortiscono a causa di uno stupro è infinitesimale – l’1% -,come appurato anche dal Guttmacher Institute, punta di diamante della lobby abortista americana (Perspect on Sexual and Reprod H.; 2005). Questo significa che chi evoca l’ipotesi dello stupro per giustificare l’aborto legale non fa altro che evitare di confrontarsi col cuore del problema, che è l’intangibilità della vita umana.

4. Per tutelare la libertà della donna

La libertà è un inviolabile: vero. Il punto è che la donna incinta non ha in grembo un ammasso di cellule, un fungo o un cucciolo di specie aliena bensì un essere umano. Il figlio concepito e non ancora nato è infatti persona a tutti gli effetti: ha un Dna unico ed irripetibile, già alla 6° settimana di gravidanza assistiamo alla formazione degli organi (polmoni, fegato, pancreas, tiroide, cuore che pulsa fino a 150 battiti al minuto, cervello distinto in tre differenti regioni) e, prima di nascere, sperimenta il dolore (Semin Perinatol.2007), risponde a stimolazioni esterne (Arch Dis Child.1994), intrattiene una vita relazionale (Neuroendocr. Lett.2001) memorizza fra le altre proprio la voce di sua madre (Acta Paediatr.2013). Circoscrivere l’aborto alla libertà individuale, dunque, è del tutto sbagliato. E comunque resta un dubbio: sicuri che una donna compiutamente informata dell’umanità del feto, degli effetti sulla propria salute dell’aborto e, soprattutto, messa dinnanzi a sostegni (non solo materiali) ed alternative (parto in anonimato), abortirebbe?

5. Perché tantissimi Stati lo prevedono

In effetti, spulciando gli ordinamenti giuridici vigenti, si scopre che è così. Ma la giustizia non è stabilita dalla maggioranza. Può quindi capitare – e spesso è capitato – che la maggioranza abbia torto, anche se si tratta dalla maggioranza degli Stati considerati avanzati. Un esempio storico è quello del commercio degli schiavi, pratica messa al bando per la prima volta nel 960 dalla Repubblica Serenissima di Venezia nel 960. Ebbene, se Pietro IV Candiano si fosse fatto intimidire o avesse preso a modello gli ordinamenti giuridici degli altri Stati, non avrebbe mai dato il buon esempio riunendo l’assemblea popolare e facendo approvare una legge che, per la prima volta nella storia, inaugurava il filone normativo anti-schiavista. Anzi, c’è da scommettere che più di qualcuno avrà ritenuto la decisione del Doge bizzarra, ingiusta o pericolosa. Allo stesso modo, chi osa criticare l’aborto legale, oggi, viene bersagliato da critiche di ogni tipo. Ma non ha affatto torto, proprio come non l’aveva, quella volta, Pietro IV Candiano. Si tratta di avere il coraggio – in Italia e non solo – di remare controcorrente, esercizio faticoso ma, quando la meta si chiama Giustizia, irrinunciabile.

di Giuliano Guzzo

«Se mai cercassi di morire – e ci sono momenti in cui il progredire della mia malattia mi ha sfidata – voglio essere sicura che voi siete con me, a sostenere la mia vita e il suo valore». Fu con queste parole che la baronessa Jane Campbell, membro indipendente della Camera dei Lord, nel 2009 convinse il parlamento inglese a respingere il disegno di legge che avrebbe permesso di aiutare i malati a viaggiare verso paesi dove l’eutanasia è legale. Affetta da atrofia muscolare spinale, diagnosticata quando aveva 11 mesi di vita, Campbell secondo i medici sarebbe dovuta morire presto. Invece, 54 anni dopo, la baronessa è ancora viva. Eccome. All’età di 6 anni venne iscritta in una scuola speciale, ma era una noia per una come lei, che di lì a qualche anno sarebbe riuscita addirittura a concludere un master. Quando fece la sua prima domanda di lavoro, sentendosi rispondere che era «troppo disabile», la baronessa rispose a modo suo: prima fondando la National Centre for Independent Living, un’organizzazione in difesa dei diritti delle persone disabili, poi ingaggiando una campagna elettorale che nel 2007 la portò in parlamento.
In prima fila nella difesa della vita fragile, negli ultimi mesi la baronessa ha duellato con i politici inglesi contro l’ipotesi di porre fine alle sanzioni verso chi collabora al suicidio assistito dei malati con attesa di vita inferiore ai 6 mesi.

Lady Campbell, tre giorni fa lei è intervenuta contro i tagli annunciati dal governo al fondo per i servizi ai disabili. Pensa sia ancora possibile per i suoi colleghi, in tempo di crisi e spending review, ragionare in termini non meramente pragmatici?
Fossero almeno capaci di ragionare in quei termini! È buffo, ma la mentalità che ha come unico criterio l’interesse economico non riesce a perseguire nemmeno il suo scopo. Se facessero un bilancio integrale si accorgerebbero che per risparmiare dovrebbero fare il contrario: investire sui disabili, che possono dare un grande contributo alla società, facendo risparmiare lo Stato sui costi delle strutture in cui spesso sono relegati. La mia stessa vita dimostra che la via è questa.

Grazie soprattutto al suo intervento, nel 2009 la legge intesa a sostenere i viaggi dei malati terminali verso paesi che praticano l’eutanasia è stata respinta con 194 voti a 141. Come ha convinto i parlamentari?
Ho raccontato loro di quando rischiai di morire in ospedale: i medici pensavano di fare ciò che era “meglio per me”, volevano alleviare la mia sofferenza uccidendomi. Dissero che ero un caso da non rianimare perché una vita con il respiratore non è degna. Per fortuna mio marito, che era lì accanto a me, li obbligò a intervenire spiegando che già prima, di notte, mi aiutavo a respirare con il ventilatore e che ero felice di vivere. «Se non ci fosse stato lui, cosa mi sarebbe successo?», ho chiesto ai miei colleghi. Ho spiegato loro che la pena peggiore per un malato è la mancanza di qualcuno che ti vuole al mondo così come sei, non la malattia.

A marzo è spuntata l’ipotesi di depenalizzare l’assistenza al suicidio. Come si è battuta questa volta?
Ho spiegato che questi disegni di legge sono pericolosi. Una volta che la vita viene messa ai voti non è più possibile fermarne la relativizzazione. Leggi simili non possono che essere piani inclinati. Basta guardare agli altri paesi come il Belgio, che dall’eutanasia per i malati terminali è passato a quella sui bambini. Cerco di far capire che approvare una norma simile equivale ad avallare e promuovere una cultura che istiga i deboli al suicidio. Arriveranno a sentirsi in colpa per il fatto di esistere, di costare tempo e denaro. Ma noi vogliamo davvero vivere in un mondo di solitudine e disperazione, un mondo privo di compassione?

I suoi discorsi in aula in passato hanno spostato voti dalla sua parte. Cosa le dicono i suoi colleghi che cambiano idea?
Quando vengono a parlarmi, capisco che molti sono ingannati dall’ideologia. Partono da fatto che non vogliono che il malato soffra, ma poi prendono la scorciatoia che va per la maggiore e non si accorgono di buttare il bambino con l’acqua sporca. Io sono lì per indicare loro che c’è una strada che non elimina nulla: la chiave che può alleviare la sofferenza dei malati è la stessa che può ridurne i costi sociali. Bisogna solo amare i malati. Tanto che vedendomi felice e realizzata anche la loro paura del dolore, nutrita da un immaginario distorto dall’informazione, si riduce.

Lei parla di un inganno nascosto dietro il linguaggio della compassione. Qual è l’essenza di questa bugia?
La bugia sta nell’idea che dipendere sia una cosa terribile. Le persone spesso si fermano all’apparenza e per esempio quando guardano me non vedono quello che io sono. Mi riducono a una donna in carrozzina che scrive con un dito e che si nutre con la peg. Se solo avessero il coraggio di guardare oltre vedrebbero che sono una donna felice. Che dipendere da qualcuno che ci vuole bene, come me che sono aiutata in tutto, è bello. Se ci si accorgesse di questo non saremmo qui a discutere.

Lei ha avuto anche il coraggio di sfatare il mito moderno dell’autodeterminazione. Ha detto ai suoi colleghi: «Se mai mi volessi uccidere, voglio che mi fermiate».
Sono cresciuta in una famiglia che mi ha amata e incoraggiata. Così le difficoltà si sono trasformate in occasioni per trovare vie nuove, sviluppare la mia fantasia, fortificarmi nella lotta. Ma gli altri disabili? Chi ci pensa a loro? Tutta la società dovrebbe guardarli e capire chi sono, incontrarli e non nutrirsi di immagini e idee fuorvianti. Io che sono fortunata ho il dovere di dare voce a chi non ne ha e ricordare che i malati vogliono che qualcuno li ami, non che li uccida. Se il governo taglia i fondi per aiutarli, li spingerà verso un isolamento ulteriore, che ne porterà molti verso la depressione e la morte prematura.

Il premier David Cameron si è espresso contro la depenalizzazione dell’aiuto al suicidio, ma ha lasciato libertà di coscienza al partito. Cosa pensa di questa decisione?
Che è viziata: non si possono fare battaglie politiche e poi dire che non lo sono. Qui c’è in ballo la concezione di società e di bene comune che si vuole perseguire. Credo che prendere posizione su questi che sono i fini ultimi della politica sia un imperativo per ogni partito. I partiti non possono non avere e non dare una visione del mondo. A maggior ragione un leader deve essere capace di rendere ragione di ciò in cui crede.

Dove crede che arriverà questa escalation legislativa?
Basta guardare la storia, quando ancora la mentalità efficientista non era così pervasiva la Germania nazista cominciò a usare i disabili come cavie. “Impossibile! Siamo in una democrazia avanzata”, ti dicono scandalizzati. Non si rendono conto che questo sta già accedendo nei laboratori con gli embrioni scartati perché malati.

Come si fa a sperare in un cambiamento della politica? Vede leader pronti a difendere la vita debole?
Potrebbero sempre farmi primo ministro.

È con questa ironia che conquista tanto consenso?
Guardi che non sto scherzando.

di Benedetta Frigerio,aprile 2014

Lunedì, 14 Aprile 2014 15:14

La Marcia per la Vita sempre più mondiale

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Da tutto il mondo cresce sempre più il numero di adesioni alla quarta Marcia Nazionale per la Vita, che si terrà anche quest’anno a Roma, il prossimo 4 maggio. Il grande evento dell’associazionismo pro-life italiano diventa così un punto di riferimento a livello mondiale.

Oltre alle innumerevoli adesioni italiane, è lunghissimo l’elenco delle realtà internazionali che hanno assicurato la loro partecipazione o comunque il loro formale sostegno alla mobilitazione a favore della vita. È dagli Stati Uniti,  il Paese dove è nata l’idea di marciare contro l’aborto, che proviene l’appoggio più massiccio alla Marcia (Alabama Physicians For Life, American Life League, Americans United for Life, Catholic Family & Human Rights Institute, Catholic Family News, Choose Life America, CrossRoads – Pro-life Walks Across America, Family of the Americas Foundation, Human Life International, Precious Life Missions, Priests for Life, 40 Days for Life, Radiance Foundation, Save the 1, Silent No More, The Life Guardian Foundation, Women without Frontiers, World Congress of Family News). Seguono poi la Francia (Chosir la Vie, Chrétienté-Solidarité, Droit de naître, Famille et Liberté, Livres en Famille, Renaissance Catholique, SOS-Tout Petits), la Spagna (Derecho a Vivir-Barcelona, Sacerdotes por la Vida, La defensa de la vida no tiene fronteras), il Belgio (Belgian March for Life, Fédération mondiale des médecins pour le respect de la vie humaine, Fédération Pro-Europa Christiana, Katholiek lebenforum), la Polonia (Civitas Christiana, Piotr Skarga, Fundacja Narodowego Dnia Życia), e poi ancora il Canada (LifeSiteNews e Life Canada), la Germania (Aktion SOS Leben), l’Irlanda (Youth Defense, Life Institute), la Gran Bretagna (Society for the Protection of Unborn Children), la Nigeria (Culture of Life Africa), la Nuova Zelanda (Family Life International New Zealand), l’Australia (Accademia Letteraria Italo-Australiana Scrittori, Australian Family Association), la Repubblica Ceca (Czech Association for Life), la Lituania (Krikščioniškosios kultūros institutas), il Portogallo (Alternativa Portugal) e la Svizzera (T.E.A.M.).

La Marcia per la Vita di domenica 4 maggio partirà alle ore 9 da Piazza della Repubblica e si concluderà a Castel Sant’Angelo prima della recita del Regina Coeli di Papa Francesco. Il giorno precedente, sabato 3 maggio, si svolgeranno due convegni. Nei pressi del Vaticano, nella Sala s. Pio X di via dell’Ospedale, si terrà un Congresso internazionale organizzato da tre importanti organizzazioni pro-life LifeSiteNews, Human Life International, Family Life International New Zealand, che radunerà le principali sigle pro-life del mondo e vedrà la partecipazione, tra gli altri, del card. Raymond Leo Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e del prof. George Weigel, intellettuale e biografo di Giovanni Paolo II. Al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum vi sarà invece l’ormai tradizionale convegno tutto italiano sui temi della bioetica. In aggiunta a tutto ciò, nella serata del 3 maggio, alle ore 20, si terrà una veglia di preghiera guidata dal card. Burke nella basilica di S. Andrea della Valle.

Da Vancouver, in Canada, arriva la storia di Della Wolf Wiley Richards Kangro la prima bambina, della provincia canadese della Columbia Britannica, registrata con tre genitori sul proprio certificato di nascita.

Il lungo cognome della bambina è infatti dato dalla somma dei tre cognomi dei suoi genitori. La piccola, che oggi ha cinque mesi, per l’anagrafe è figlia di una coppia lesbica Danielle Wiley e Anne Richards  e di un loro amico Shawn Kangro. Quest’ultimo, che è il padre biologico, ci tiene, tuttavia, a tranquillizzare tutti riguardo il clima di assoluta  normalità di questa singolare forma di famiglia affermando al principale network informativo canadese “Canadian Broadcasting Corporation” (CBC): «non c’è nulla di strano, ci sentiamo realmente come ogni altro tipo di famiglia. (…) Tutto ad un tratto, tutta la famiglia di Anna e tutta la famiglia di Danielle è diventata essenzialmente la mia famiglia. Stiamo unendo tre famiglie insieme attraverso Della e possibilmente altri figli».

La coppia lesbica per dar vita a questa nuova particolare famiglia ed esaudire il proprio desiderio di avere un figlio ha usufruito di una nuova legge, il “Family Law Act”, in vigore, nella provincia della Columbia, dallo scorso marzo 2013, che consente di avere 3 o più genitori sul certificato di nascita. Tale atto  mira a chiarire chi è il genitore e chi non lo è, nella gran confusione di ruoli che si è venuta a creare in seguito alle sempre più numerose coppie che, negli ultimi tempi, sono ricorse alla riproduzione assistita. In base al “Family Law Act”, infatti, se i genitori firmano un accordo scritto prima del concepimento, ai donatori è permesso di essere riconosciuti ufficialmente come genitori supplementari.

Ciò è quello che hanno fatto Danielle Wiley e sua “moglie”, Anne Richards. La vicenda ha avuto inizio quando le due si sono trovate di fronte allo scoglio naturale di qualsiasi coppia omosessuale: come rimanere incinta. Danielle e Anne non volevano però un semplice donatore: «entrambi, fin dall’inizio, abbiamo voluto avere un padre che fosse in realtà anche un partecipante» – racconta Wiley. La coppia lesbica per realizzare il proprio sogno ha pensato, dunque, non ad un ignoto donatore, ma a qualcuno che potesse essere coinvolto direttamente nell’educazione dei loro futuri

 figli svolgendo il ruolo di padre. In tale prospettiva, Wiley spiega a “CBC”: «conosco un sacco di altre coppie lesbiche che non vogliono questo. Vogliono un donatore anonimo. Ma a noi piaceva l’idea di qualcuno che potesse essere effettivamente coinvolto, e che potesse essere una figura paterna per i nostri figli». A questo punto, chiarisce sempre Wiley, la scelta è ricaduta su Kangro, un vecchio e carissimo amico di Richards.

L’inaspettata nomina a padre dei loro figli ha lasciato inizialmente di sorpresa Kangro che dopo averci pensato su ha accettato l’inusuale e delicato incarico: «Quando ricevetti la proposta di Anna e Danielle, ho subito pensato che avrei detto si, anche se, prima di dare una risposta definitiva, ho dovuto fare un sacco di riflessioni». Prima di concepire Della, i tre, attenendosi alle indicazioni del “Family Law Act”, hanno sottoscritto un vero e proprio contratto, nel quale sono state stabilite le modalità di funzionamento del loro inconsueto nuovo nucleo famigliare. In base agli accordi, dunque, a Wiley e Richards spetterà la custodia di Della, così come la responsabilità finanziaria  mentre Kangro sarà il tutore, con i cosiddetti “diritti di accesso” alla bambina. L’avvocato Barbara Findlay, che ha assistito legalmente il trio durante l’iter di riconoscimento genitoriale, ha sottolineato schiettamente la portata rivoluzionaria del “Family Law Act” dichiarando entusiasta: «Il vero grande cambiamento introdotto dal “Family Law Act” in termini di genitorialità, è la modalità con la quale si decide chi è il genitoreIn passato, abbiamo guardato alla biologia e alle connessioni genetiche. E questo, oggi, non è più vero. Ora noi guardiamo alle volontà delle parti che contribuiscono alla creazione del bambino, e intendono crescere il bambino. E questo è davvero un grande e reale cambiamento».

La legge naturale viene, dunque, sostituita dalla legge dell’uomo che pretende dettare i tempi e i modi del suo vivere. Nelle epoche di decadenza la società umana ha conosciuto la poligamia, che è il matrimonio di un uomo con più donne e l’uso ancora peggiore della poliandria che è l’unione di una donna con più uomini. In questo caso si va oltre perché ci si trova di fronte ad una pseudo-famiglia costituita sulla negazione del fine primario del matrimonio, che è l’unione tra un uomo e una donna per procreare dei figli ed educarli.

Il pensiero espresso dalla Findlay esprime una scelta egoistica e violenta che fa del bambino una incolpevole vittima delle sciagurate scelte dei propri genitori. L’arbitraria ed illegittima pretesa della coppia lesbica ad avere un figlio viola le leggi biologiche e morali della natura e calpesta l’elementare e sacrosanto diritto della piccola Della a crescere ed essere educata all’interno di una famiglia normale composta da una mamma e un papà.

Mentre in Italia discutiamo di genitore 1 e genitore 2 la storia di Della, figlia di tre genitori, rappresenta un forte e chiaro campanello d’allarme riguardo le logiche e reali conseguenze future di un’ideologia che, svincolata da qualsiasi riferimento morale, pretende costruire una realtà fittizia a misura dei propri desideri. Una società capovolta dove la normalità è un concetto fluido che muta in base a ciò che le volontà delle parti, di volta in volta, reciprocamente stabiliranno.

di Lupo Glori, 27 marzo 2014

Venerdì, 04 Aprile 2014 12:03

divorzio breve : perchè è una pessima idea

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Sorpresa: il problema non è più il divorzio, ma i suoi tempi. Non l’agonia di un matrimonio, ma la rapidità delle procedure di sepoltura. Non il fatto che ci si lasci, ma che si perda troppe energie nel farlo. Questo, almeno, il significato che emerge dal testo bipartisan depositato alla Camera dalla democratica Moretti e dal forzista D’Alessandro, che prevede la riduzione ad un anno del periodo di separazione per ottenere il divorzio, ridotto ulteriormente a nove mesi in caso di coppia senza figli minori, e lo scioglimento della comunione dei beni nel momento in cui il giudice autorizza moglie e marito a separarsi.

Al di là del profilo strettamente tecnico-giuridico della proposta, non possiamo sottrarci ad alcune considerazioni di carattere morale – ma non per questo astratte, anzi – che questa iniziativa inevitabilmente stimola. La prima, breve ma emblematica, concerne il fatto che una politica divisa su tutto riesce ad unirsi solo su ciò che divide, vale a dire la rottura coniugale e la necessità di agevolarla: si fa un gran parlare di solidarietà e condivisione e della necessità di contrastare le divisioni, ma quando poi si tratta di concorrere alla frammentazione della famiglia, che della solidarietà e della condivisione è fonte originale, l’unanimità di vedute è straordinaria. Il che rappresenta, si converrà, un amaro paradosso.

Una seconda considerazione riguarda il messaggio distruttivo insito nel cosiddetto “divorzio breve”. Si dirà che se un matrimonio è finito, e marito e moglie non trovano più la forza per andare avanti assieme, tanto vale che possano lasciarsi il più in fretta possibile evitando lungaggini dolorose per entrambi. Ora, a parte che se il Legislatore non ha previsto lo scioglimento coniugale istantaneo, non è certo per inumana crudeltà o per il gusto di infliggere sofferenza bensì come estremo tentativo – sulla cui efficacia è lecito discutere, ma pur sempre tentativo è – di sottolineare con forza la gravità del divorzio e di conseguenza l’importanza del matrimonio, c’è una domanda che pesa.

La domanda è la seguente: quale messaggio lancia ai proprio cittadini, ed in particolare alle coppie sposate, un Parlamento che, anziché interrogarsi cercando di trovare il modo per arginare il disastroso fenomeno del divorzio, sceglie di renderlo più celere? E’ un Parlamento che, per quanto possibile, sostiene l’unità della famiglia oppure è un Parlamento che, di fronte alla crisi di coppia, suggerisce a tutti la scorciatoia più facile? E ancora: è realmente neutrale, come si sente spesso dire, uno Stato che dinnanzi all’instabilità coniugale, fra la solidità matrimoniale ed il divorzio scegliere di promuovere, offrendolo in formato light, quest’ultimo?

Se si riflettesse con attenzione su questi interrogativi, si capirebbe quanto la proposta di Moretti e D’Alessandro non stia dalla parte dei cittadini bensì contro il loro bene. Per quanto si possa infatti dire e raccontare al riguardo – e per quanto si stia tentando di indorare la pillola arrivando al punto di proporre ed organizzare grottesche “feste di divorzio” -, in cuor suo non c’è chi gioisca all’idea di un addio, all’idea di dover azzerare la propria vita calpestando una promessa risalente magari solo qualche anno prima, rendendo, se c’è, il proprio figlio o i propri figli testimoni di un fallimento che anche se fosse reso immediato dalla legge, sempre fallimento rimarrebbe.

Non servono dunque menti elevate per comprendere come uno Stato che, evitando di cercare di promuoverne la solidità, decidesse di mettere più dinamite dentro la famiglia per farla saltare prima, giocherebbe un ruolo ancora più distruttivo di quello attuale, scegliendo chiaramente da che parte stare ed assumendosi responsabilità gravissime, soprattutto nei confronti dei giovani e delle future generazioni. Non è difficile, a questo punto, immaginare diverse obiezioni che, in fondo, si possono riassumere in un unico interrogativo: che senso ha chiedere a due persone che hanno smesso di amarsi di protrarre il loro rapporto? Perché aggiungere burocrazia alla sofferenza? Per quale ragione nascondere con l’ipocrisia della legge una verità drammatica e già evidente?

Il nocciolo della questione – venendo alla terza ed ultima considerazione - in effetti è proprio questo: la verità di Amore dichiarato finito. Si è volutamente ricorrere a detta espressione – dichiarato finito -, perché c’è un ultimo interrogativo col quale è opportuno fare i conti: un Amore può davvero finire? La domanda, benché possa apparire provocatoria e a qualcuno persino ridicola, è invece assolutamente centrale. Perché se l’Amore è solamente un intreccio di passioni non solo non c’è da meravigliarsi che finisca, c’è perfino da stupirsi che duri così a lungo dal condurre due persone da un fidanzamento, magari di diversi anni, fino al matrimonio. Se però l’Amore è anche (e in alcuni passaggi soprattutto) e volontà e sacrificio, determinazione e sudore, difficilmente può – un po’ come il petrolio di un pozzo qualsiasi – esaurirsi. Né potrà prosciugarsi per una crisi.

Sarà anzi proprio la crisi o le crisi – che è del tutto fisiologico che, negli anni, ciclicamente si verifichino – a rafforzarlo, a cementarlo rendendolo equilibrato e maturo. L’idea che se un giorno volessimo mandare tutto al diavolo – per quanto i problemi di coppia non siano e non debbano diventare affari altrui – la comunità, anziché spianare la strada a propositi disfattisti, possa mettere a nostra disposizione non solo supporti psicologici, materiali o di altro genere (cosa che oggi non avviene) ma soprattutto, attraverso quei supporti, un chiaro messaggio a favore del mantenimento della promessa da noi liberamente fatta ad una persona da noi liberamente scelta, di certo non risolverebbe i problemi. Però ci farebbe sentire meno soli. E ci farebbe capire che la scelta più difficile, quella di ripartire quando ormai sembra tutto finito, rimane la scelta giusta. Altro che “divorzio breve”.

Giuliano Guzzo 

Sabato, 29 Marzo 2014 13:28

i tentacoli dell'ideologia gender

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La protesta
«Studenti a casa: via da scuola l’ideologia gender»

«Un giorno al mese tenete i figli a casa da scuola». Un gesto forte proposto dall’Age (Associazione italiana genitori) per svegliare dal torpore insegnanti, presidi e genitori e far comprendere loro il pericolo dell’ideologia del gender, che «subdolamente, senza incontrare una vera opposizione», si sta diffondendo nelle scuole dei nostri figli.

Tra l’altro «mettendo a repentaglio il diritto dei genitori di scegliere liberamente l’educazione dei propri figli (riconosciuto dalla Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) e la libertà d’insegnamento dei docenti, ma anche la laicità dello Stato». In Francia, dove i tempi di comprensione dei fenomeni e quelli di reazione sono decisamente più rapidi, la società ha già reagito: 18mila studenti francesi restano a casa un giorno al mese e questo è bastato perché il governo facesse un passo indietro.

Il problema è che da noi il tarlo dell’ideologia gender scava gallerie mentre ancora la gran parte non sa di che cosa si tratti, da qui l’appello del presidente nazionale dell’Age, Fabrizio Azzolini: «Insegnanti e presidi, state uniti a noi genitori, facciamo sentire insieme la nostra voce, anche attraverso le nostre associazioni e rappresentanze sindacali. Informiamo gli altri docenti e genitori, facciamo conoscere i contenuti della teria del gender, il tipo di società che vuole costruire».

Ed è Azzolini a riassumere allora tale teoria: «Afferma che la differenza tra i due sessi è solo un pregiudizio, che il maschile e il femminile sono costruzioni sociali e storiche da abbattere. Si insinua l’utopia sottile e pervasiva dell’indifferenziazione sessuale e la presunta uguaglianza tra individui tutti asessuati, cioè astratti...». Non si nasce maschi e femmine, ma «individui che rimandano la propria identità a future scelte». Il tutto tra l’altro con l’alibi di eliminare discriminazioni e bullismo (l’assurda "Strategia nazionale 2013-2015" che teorizza il gender ha come sottotitolo "per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale...").

Se maschio e femmina non esistono e tutti noi possiamo "scegliere" cosa vogliamo essere, ne deriva che anche le figure di padre e madre non hanno più alcun senso, i ruoli naturali e tradizionali decadono, tutti gli individui sono disumanizzati e indifferenziati. Sembra un film di fantascienza, ma di fantasia qui c’è ben poco, dato che ogni giorno queste teorie sono davvero accolte da qualche Comune o scuola: «Da mesi insieme ad altre associazioni familiari denunciamo il rischio di rieducazione al gender attraverso la formazione dei docenti e i progetti didattici per gli studenti, attivati dal ministero dell’Istruzione, dall’Unar (presidenza del Consiglio dei ministri) e da alcuni Comuni, Province, Regioni.

Come docenti e genitori dobbiamo proteggere il nostro mestiere di educatori – prosegue il presidente dell’Age –. L’impressione è che lo Stato cerchi di separarci, nonostante nella scuola italiana la legge ci unisca nel patto di corresponsabilità educativa: ai genitori nasconde l’obiettivo delle strategie, agli insegnanti lo impone». 
Basti pensare ai famigerati tre volumetti partoriti dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni) e diretti alle scuole primarie e secondarie, di nuovo con un obiettivo ingannevole ("Linee-guida per un insegnamento più accogliente e rispettoso delle differenze"), in realtà espliciti nel definire "uno stereotipo da pubblicità" la famiglia in cui il padre sia un uomo e la madre una donna.

Tre libri pagati con i soldi dei contribuenti. «I sostenitori del gender – sottolinea Azzolini – non si limitano a proporre un’opinione, ma conducono a una nuova educazione, orientano il governo in Italia, in Europa, in Occidente». Quell’Occidente che, come ha scritto nella sua prolusione al Consiglio permanente della Cei il cardinale Angelo Bagnasco (vedi Avvenire di ieri) si sta allontanando dall’Umanesimo e dai suoi valori di civiltà, cedendo a ideologie che credevamo sepolte con il secolo scorso. «Esprimiamo gratitudine al cardinale Bagnasco – scrivono anche i genitori dell’Agesc, Associazione genitori scuole cattoliche – e accogliamo il suo invito a non farci intimidire, a non lasciarci esautorare nel diritto di educare i nostri figli. In vista dell’incontro con il Papa del 10 maggio, i genitori dell’Agesc sentono la responsabilità di riaffermare, secondo le parole del presidente della Cei, "l’urgenza del compito educativo, la sacrosanta libertà nell’educare i figli, il dovere della società di non corrompere i giovani con idee ed esempi che nessun padre e madre vorrebbero per i propri ragazzi...».

D’altra parte, come rileva l’Age, «non occorre essere cristiani» per comprendere che la differenza tra i due sessi è una realtà ontologica: «Lo scriveva anche Marx... Una presunta uguaglianza tra individui asessuati e astratti apre la strada a una società che non può sopravvivere». Ma soprattutto che è grigia e disperata come nel peggior film di fantascienza.

Lucia Bellaspiga





 

Domenica, 09 Marzo 2014 14:04

Sono la mamma

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Una madre milanese corregge il nuovo modulo per l'iscrizione all'asilo comunale. E la sua ribellione su internet diventa "virale"

 «Io sono la mamma non il genitore uno. Capito sindaco #Pisapia?». Il rifiuto a subire l'ultimo attacco della rivoluzione «arancione» alla famiglia è diventato un virus inarrestabile che contagia il web.La ribellione via social media all'arroganza di un Comune che per iscrivere i figli a scuola chiede la rinuncia a chiamarsi padre e madre. Almeno sui moduli di un'amministrazione che ha più a cuore la deroga che la norma. E che magari l'8 marzo festeggerà la donna, dopo averle tolto il diritto a essere mamma.

E, invece, la difesa del proprio essere mamma piace. A destra, ma anche a sinistra come dimostrano le migliaia di «mi piace», le tantissime condivisioni e il dilagare nei blog che hanno moltiplicato un gesto semplice e grande che ha sfondato la diga dell'ipocrisia. 

Ancor più prezioso perché inaspettatamente trasversale in giorni in cui le barriere dell'ideologia sono sempre più invalicabili e la divisione dei campi è sempre più cattiva. Ma è bastato l'orgoglio di una mamma per battere la politica che divide. «Non credevo proprio. Io ho fatto la mia fotina, pensavo di raccogliere solo un po' di “mi piace” dei soliti amici», spiega La Bianchi che così ha logato il suo profilo Facebook. «Cosa ho provato? Un grande fastidio. Prima ho cancellato quel “genitore 1”, poi ho scritto mamma e fatto la foto». In realtà lei è Barbara Bianchi, mamma poco più che quarantenne di due gemelli di otto anni che dal web si è scoperto fa crescere da sola dopo il tramonto del matrimonio. «Lo scriva pure». Sono cose delicate, non sempre è il caso di raccontarle. «Non c'è problema, vivo questa situazione con orgoglio». Così come con orgoglio ha reagito allo sfregio di essere definita burocraticamente «genitore 1» anziché mamma. Quel ruolo così difficile, da interpretare con fatica ogni giorno. Anzi ogni ora del giorno. Troppo per buttarlo via firmando un modulo della scuola pensato da amministratore dissennati. E tutto perché? Per lasciare aperto uno spiraglio alle coppie omosessuali che devono iscrivere un figlio a scuola. Ci sarà posto anche per loro, ci mancherebbe. Ma magari senza calpestare chi fa la mamma con grande gioia, ma anche con tanta fatica. E lo stesso (ovviamente) deve valere per i papà, perché i pilastri della famiglia sono due. E non facciamo finta di non capire che il disegno della sinistra è di muovere passo dopo passo verso il matrimonio per le coppie omosessuali. Per poi aprire alle adozioni dei bambini, disassando i cardini della famiglia. E i cattolici del centrosinistra che dicono? Subiscono ipocriti, per conservare le loro poltroncine. Ora forse anche loro rimarranno stupiti a scoprire che sono in tanti a non pensarla così. «Io aspetto serenamente quel giorno e quella firma per fare la mia piccola strage», promette un'altra mamma sotto la «fotina» della Bianchi. «La signora Bianchi non ci sta - si legge su un blog - e allora via con un tratto di penna e scrive la parola più bella del mondo: mamma».

 

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