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Mercoledì, 16 Novembre 2011 14:11

il dono, al via la formazione per i volontari

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Aperte le iscrizioni al corso organizzato dall'associazione che dal 2005 garantisce il sostegno a donne in difficoltà a causa di gravidanze indesiderate, abbandono o traumi post aborto

Fino all’8 dicembre sono aperte le iscrizioni al corso di formazione per volontari che si terrà sabato 17 e domenica 18 dicembre, nel centro di accoglienza alla maternità e al post aborto di via Val Trompia 136, promosso dall’associazione “Il dono” che garantisce sostegno a donne in difficoltà con gravidanze indesiderate, con figli piccoli senza un compagno accanto o che hanno subito il trauma dell’aborto.

Il ciclo di incontri formativi, spiega la presidente Serena Taccari, «darà ai volontari già attivi la possibilità di condividere l’approfondimento e il confronto e fornirà agli aspiranti volontari una formazione iniziale su temi quali il sostegno alla maternità, la prevenzione all’aborto, il sostegno alle ragazze madri in gravidanza e dopo il parto, il sostegno post-aborto». La novità di questo corso, rispetto a quelli passati, è che si svolgerà nella sede romana dell’associazione. «Ad aprile dello scorso anno - chiarisce la presidente - è sorto il centro d’ascolto e d’accoglienza della Capitale al quartiere Nomentano, da qui la scelta di tenere le lezioni per i volontari in questo luogo mentre nelle scorse edizioni la formazione era avvenuta attraverso corsi on line o le altre sedi».

«Al momento nel centro d’accoglienza - prosegue la presidente dell’associazione - sono ospitate due mamme con i loro bambini neonati». E aggiunge: «La struttura, oltre a svolgere la funzione di punto di prima accoglienza e centro d’ascolto, è attrezzata per offrire ospitalità a mamme con bambino, per tutta la gravidanza e anche dopo il parto, aiutandole a reinserirsi adeguatamente nel tessuto sociale e si sentano accolte, curate e volute bene».

Per iscriversi al corso è possibile contattare la segreteria della onlus (cell. 347.3786645) a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o consultare il sito dell’associazione www.ildono.org .

 

fonte: Roma sette

Martedì, 19 Luglio 2011 08:21

1click donation citroen

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Lunedì, 18 Luglio 2011 23:00

l'amore che vince tutto

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Sono almeno 80 volte che mi ritrovo davanti alla tastiera a cercare di decifrare tutte le emozioni per provare a scrivere qualcosa di comprensibile ai più.... Mi inabisso in questo mare di sensazioni sperando nella pazienza del lettore che soprassiederà sopra gli errori morfosintattici... e si lasci guidare in questo mare magnum che mi rinfresca da tempo...

Sabato, 16 Aprile 2011 21:37

L'accoglienza delle donne ferite

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Testo della conferenza organizzata dal Movimento per la Vita di Trento e dal Cav di Trento.

Vi ringrazio per avermi permesso di essere qui, e per l’interesse mostrato nei confronti dell’operato dell’associazione IL DONO di cui sono con mio marito fondatrice e che attualmente presiedo. Sono ormai 5 anni che su diverse città Italiane la nostra associazione si rivolge alle donne che affrontano una gravidanza indesiderata, per tutti i motivi – sociali, economici, affettivi, medici – per cui essa può essere definita indesiderata e a chi ha vissuto un’esperienza di aborto volontario o terapeutico di gravidanza.

Il reparto maternità della Mangiagalli (Fotogramma)

Carissimo direttore,
pochi giorni fa, martedì otto marzo, è stato inaugurato il nuovo reparto di ginecologia/ostetricia dell'ospedale “Bufalini”, la notizia è stata pubblicata qui sul Corriere. All'inaugurazione ha preso parte anche il vescovo Mons. Douglas che ha benedetto i nuovi locali, stanze adibite all'accoglienza della vita nascente, senza dubbio il reparto ospedaliero in cui si va con gioia! Ma in tutto questo c'è qualcosa che stona e che stride fortemente, forse non noto però alla gran parte delle persone: quelle stesse stanze, quello stesso reparto opera anche per l'obiettivo esattamente opposto, ossia quello di negarla la vita.. stride e fa rabbia, a chi sa, vedere quelle mani immortalate dal fotografo mentre si fanno il segno della croce nel momento della benedizione, e sapere che quelle stesse mani proprio il giorno dopo operano per la morte, per la soppressione della vita.
Forse non tutti sanno che il mercoledì all'ospedale “Bufalini”, è il giorno “dedicato” agli aborti, è la giornata stabilita per per porre fine alla vita di quei bimbi più piccoli ancora nelle pance delle loro mamme. E proprio ogni mercoledì, nella chiesetta dell'ospedale si recita il rosario (alle ore 7), per loro e per le loro mamme, promossa dall'associazione Comunità Papa Giovanni XXIII e Centro Aiuto alla Vita. È il mercoledì infatti la giornata in cui si effettuano i cosiddetti interventi di interruzione volontaria di gravidanza (ivg), sei o sette (secondo quanto dichiarato dal primario dott. Pungetti) ogni mercoledì, oltre a quelli “non programmati” effettuati in altri giorni della settimana come ad esempio gli aborti cosiddetti “terapeutici”. Oltre 360 all'anno, un bambino al giorno. Sono questi purtroppo i dati che riguardano la nostra realtà locale e che spesso non sono conosciuti dalla maggior parte dei cittadini, perchè di difesa della vita forse si parla ancora troppo poco.
Fa rabbia e stona dicevamo il fatto che si parli di mamme, che si facciano inaugurazioni solenni il giorno della festa della donna, senza magari chiedersi se davvero quella maternità e quella femminilità la stiamo aiutando, sembrerebbe proprio il contrario a dire il vero. C'è chi ha detto che la donna “desidera l'aborto come un animale preso in trappola desidera strapparsi la zampa”, l'aborto è una non-scelta, un inganno in cui cade chi crede di non avere altra via d'uscita, e pensa così di rimettere le cose a posto, senza pensare che invece non risolverà i suoi problemi ma se ne creerà di nuovi, giocandosi due vite in una volta sola. Un figlio non è “un problema di chi lo fa” ma una responsabilità sociale, tutti siamo chiamati a prendere posizione e a dare il nostro aiuto affinché una donna non si trovi nella condizione di dover scegliere tra il proprio figlio e qualcos'altro. La discussa legge 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza), sottolinea come il servizio pubblico (il consultorio, l'ospedale..) debba contribuire “a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione della gravidanza”, ci chiediamo se davvero queste cause vengano analizzate durante i colloqui previsti (previsti ma non sempre svolti secondo la legge) e se davvero vengano offerte tutte le alternative possibili per superare le cause di questa atroce richiesta. Come associazioni, sempre secondo quanto sancito dalla legge, ribadiamo la nostra disponibilità a collaborare in questa direzione, con il servizio pubblico, per la tutela della maternità e della vita nascente, come già più volte espresso in occasione dei passati incontri del Tavolo sulla maternità che ci hanno visti coinvolti insieme agli operatori del consultorio e dell'ospedale. Disponibilità che ad oggi purtroppo ancora non è stata accolta.
Lucia Foschi - Ass. IL DONO Onlus

 

Carissima Lucia,
la sua lettera mette in evidenza una realtà troppo spesso misconosciuta. La pratica dell’aborto lascia dietro di sé strascichi molto dolorosi.
Negli anni anche su queste colonne abbiamo raccontato alcune storie che hanno visto coinvolte donne in vicende dai contorni molto tristi. Sovente è stato l’aiuto proprio di associazioni come “Il dono” che ha permesso a diverse persone di ritrovare se stesse e la strada su cui incanalare di nuovo la propria esistenza.
Come lei ben sottolinea,“un figlio non è un problema di chi lo fa, ma una responsabilità sociale”. È su questo versante che la società attuale è latitante. Mancano le politiche familiari (cfr. servizi a pagina 12 e 18 dell’edizione cartacea di questa settimana) e manca soprattutto un fisco equo che ridia alle famiglie quello che viene loro tolto in termini di tassazione che tiene conto solo dei cittadini-individui.
L’introduzione del quoziente familiare, il sostegno alla vita nascente, ai figli nei primi anni di vita e l’incentivazione del part time sono solo alcune delle misure che in Italia si dovrebbero attuare da subito, se già non è troppo tardi.
In particolare, sul versante aborto,come anche lei mette in evidenza, la legge 194 viene troppo poco applicata in quelle norme che tutelano la maternità. Anche chi è preposto a fare rispettare la normativa, non sempre si è adoperato per “fare superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. I colloqui previsti devono essere svolti e ogni tentativo deve essere esperito per cercare di scongiurare l’aborto. Credo che si debba agire molto prima di giungere alla decisione di abortire.
È vero, spesso è anche un fatto culturale, una male interpretata affrancazione della condizione femminile, figlia dello slogan “l’utero è mio e me lo gestisco io” di alcuni decenni fa. Niente di più falso. La maternità e la paternità devono essere responsabili. Si tratta di responsabilità che devono essere condivise e non possono essere lasciate solo sulle spalle di chi a volte non è attrezzato per portarle.
Per il resto, guarderei a quei nuovi locali come al rinnovo del reparto di maternità, che merita questo e anche ben altro. Per quel che riguarda l’altra faccia della luna dello stesso reparto, continuiamo a pregare.
Saluti cordiali
Francesco Zanotti

http://www.corrierecesenate.com/2011/04/14/la-vita-nascente-merita-tutela-e-la-maternita-va-favorita-in-ogni-modo/

Pubblicato su "Corriere Cesenate" del 14 aprile 2011

Sabato scorso, ricevendo in assemblea i membri della Pontificia Accademia per la vita, Papa Benedetto XVI ha dapprima parlato dell’aborto come inganno per la vita e per la donna (soprattutto quello terapeutico), quindi ha richiamato i medici al proprio impegno per la vita e la società tutta a un impegno maggiore verso le mamme che hanno abortito.
In Italia della sindrome post-abortiva si occupano saltuariamente molti Centri di aiuto alla vita, magari appoggiandosi direttamente a qualche psicologa locale, e sistematicamente associazioni quali La Vigna di Rachele e Il Dono.
Proprio grazie a Il Dono incontriamo Silvia, 34 anni, nella sua città, Milano: un aborto alle spalle, un futuro davanti «perché la morte non abbia l’ultima parola», come continua ripeterci con le parole, e lo sguardo, durante l’intervista.

Non volevi pregiudizialmente bambini o hai deciso l’aborto dopo aver scoperto di essere incinta?
Mi ero sempre proclamata contraria all’aborto, ma quel test positivo era talmente inatteso che, pochi minuti dopo aver visto il risultato, alla domanda fatta tra me e me “e adesso?” quel pensiero si è insinuato, quasi ovvio, tra un palpito del cuore e l’altro: “Prima di tutto devo dirlo a lui. E comunque, si può sempre interrompere”.

Quando hai scoperto di essere incinta che sensazioni hai vissuto?
Lo stupore ha prevalso su tutto: avevo vissuto un solo momento d’intimità negli ultimi anni, in occasione di un incontro con il mio ex ragazzo. E quella sera sono rimasta incinta. Allo stupore son seguiti a breve la paura e la confusione…

La scelta dell’aborto l’hai condivisa con il padre di tuo figlio o sei stata lasciata sola?
Ero stupita e un po’ spaventata da qualcosa di tanto grande e tanto lontano dai miei programmi. Ho cercato rassicurazioni, ma le ho cercate nel posto sbagliato: lui da subito non ne ha voluto sapere. Ma quel che è peggio, a posteriori, è che non si è fatto da parte subito: voleva che io mi convincessi che l’aborto era la scelta migliore, per me, per lui, persino per il bambino. Abbiamo passato notti intere a parlare e mi sembrava che, per quanto dolorose, le sue ragioni fossero ragionevoli. Quanto a me, alternavo momenti in cui tutto sembrava chiaro a favore dell’interruzione della gravidanza ad altri in cui ogni cosa sembrava ugualmente chiara ma dire il contrario, tanto che una volta chiamai l’ospedale per annullare tutto. Però ritelefonai due giorni dopo, convinta che quella non fosse la scelta migliore, ma l’unica possibile. Mi sentivo sola, confusa e angosciata, e volevo che tutto passasse. Volevo solo che la mia vita tornasse come prima.
Lui mi ha accompagnato in ospedale, c’era prima e dopo l’intervento. Dopo ha iniziato a sparire. Più stavo male io, più si allontanava lui. Eravamo amici da 16 anni, avevamo alle spalle una storia di 2, credevo ci fosse un legame forte fra noi. Non l’ho più sentito.

Cosa ti ha fatto rinascere?
La mia rinascita è avvenuta nelle mani di Dio, che si è manifestato in più persone e in più momenti. Di questo non sarò mai grata abbastanza. Un ruolo chiave l’hanno avuto, in modi diversi, un amico sacerdote, una psicologa,  e soprattutto le donne e gli uomini de “Il Dono”. Con loro sono stata aiutata a fare verità, non solo sul mio aborto, ma sulla mia vita, perché ho capito che il mio “no” a quel figlio inatteso veniva da lontano. Non era un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di tanti altri rifiuti, il gesto logico di una mentalità che, fino ad allora, non sapevo appartenermi.

Il Papa ha invitato i medici a non ingannare le madri con l’aborto. Anche per te l’aborto è un inganno?
Sì, perché a chi lo compie sembra l’unica strada percorribile e invece c’è sempre un’altra via. È un inganno perché chi lo compie pensa di riportare le cose come prima, ma un figlio cambia sempre la vita. E un figlio che ti entra sempre più nel cuore e nell’anima, ma che non potrai mai veder crescere e abbracciare, e questo per tua scelta, è qualcosa che la stravolge la vita.

Quanto potrebbero fare i medici e quanto avrebbero potuto fare per te?
Potrebbero fare molto. Anche indirizzando le donne che si rivolgono a loro verso associazioni ed enti in grado di ascoltarle con pazienza e attenzione. Nel mio caso, anche se alla visita piangevo come una fontana, la risposta glaciale che ebbi al mio «non sono sicura di volerlo fare», fu un secco «non è un mio problema». Il medico che avviò l’iter non mi chiese neppure i motivi del mio rivolgermi a lui. Penso che sarebbe stato importante sentirmi accolta e ascoltata con i miei timori e i miei dubbi.

A una madre che oggi si trova nella tua situazione di allora cosa diresti?
Prima di tutto le farei le congratulazioni! Cercherei di spostare la sua prospettiva: dal considerare quella novità come un problema da risolvere al vederla un’opportunità di gioia. E prima di qualunque consiglio, la ascolterei, mi metterei al suo fianco, le direi: “Parliamone. Come ti senti, cosa ti preoccupa, quali sono i tuoi pensieri?”. Promettendole che non resterà sola…

La sindrome post-abortiva è poco studiata, ma esiste. Come stai “sopravvivendo” al tuo aborto?
Dopo l’aborto avrei voluto morire. Provavo un dolore, un senso di vuoto e un senso di colpa così grandi che pensavo che continuare a vivere fosse un inferno. Il cammino umano e di fede co “Il Dono” e col mio padre spirituale ha accompagnato la mia conversione: mi hanno insegnato che con il dolore, e con un’altra morte, benché non fisica, non avrei rimediato al mio sbaglio, non avrei restituito la vita a mio figlio, né avrei onorato la memoria della sua breve esistenza. Mettere in pratica invece tutto quello che grazie a lui ho imparato e imparo ogni giorno, mettermi in gioco per diventare una persona migliore, mettermi alla scuola dell’Amore per vivere una vita piena e autentica, questo posso farlo, e farlo per lui. Perlomeno ci provo. Il sacramento della Riconciliazione è stato una tappa fondamentale perché si compisse la trasformazione del mio sguardo.

 

pubblicata su: la bussola.it

Domenica, 27 Febbraio 2011 12:05

Accoglienza per le donne ferite

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Le associazioni che 'curano': non diamo pacche sulle spalle, così aiutiamo a superare la solitudine e il senso di lutto


DA ROMA - « L a pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù». Questa assicurazione si può leggere nel sito de il Dono, una Onlus che si occupa di sostegno alla gravidanza indesiderata e alle conseguenze dell’aborto, con la sottoli­neatura che la preghiera «è il momento in cui si abbandona l’orgoglio, si eleva la spe­ranza e si invoca nella supplica».

Venerdì, 04 Febbraio 2011 13:09

il dono della vita, il dono dell'aiuto

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questo era il titolo dell'articolo che avevo scritto in occasione della XXXIII Giornata per la vita, è stato pubblicato oggi sul "Corriere Cesenate", il settimanale della diocesi di Cesena-Sarsina. purtroppo ne è stato tagliato più della metà.. e il titolo con cui è stato pubblicato è "Grazie a Il Dono 350 bimbi salvati", eccolo per intero:

I dati statistici ci dicono che gli aborti sono in calo, e che coloro che vi ricorrono sono in gran parte donne straniere (come se fosse meno grave..), in realtà quello che vediamo con la nostra attività è che le interruzioni volontarie di gravidanza sono molto più diffuse, vicine e “familiari” di quanto si possa immaginare. Claudia ha un bambino di un anno, sta per rientrare al lavoro dopo la maternità quando scopre di essere incinta, suo marito non si sente pronto, lei ha paura e pensa di abortire. Anna ha una bambina di due anni e mezzo, quando scopre di essere incinta va in crisi e prenota un’ivg, vuole farlo di nascosto dal marito, lui non capirebbe, lui è felice di avere un altro figlio, lei no. Storie purtroppo reali, solo i nomi sono inventati, storie più vicine a noi di quanto possiamo pensare. Sono storie di solitudine, nonostante i legami familiari apparentemente solidi, storie di donne spaventate di fronte all’imprevisto, a ciò che inevitabilmente sfugge al desiderio di controllare e programmare tutta la nostra vita. Il fuori programma disorienta, fa paura e se in più ci si sente soli ad affrontarlo ne fa ancora di più. Colpisce che queste donne siano già madri, abbiano una famiglia, un marito, non abbiano problemi economici a detta loro, una situazione che potremmo facilmente definire ideale per avere altri figli, eppure.. eppure non è scontato che questo basti per accogliere il nuovo, soprattutto quando questo nuovo è il miracolo della vita con tutta la sua portata di stravolgimento della nostra stessa vita. Se di per sé l’imprevisto spaventa e disorienta, viviamo in una società che di certo non aiuta e non incoraggia, anzi è sotto gli occhi di tutti come la cultura della morte sia così diffusa e sempre più nutrita dalla gran parte dei mezzi di comunicazione e non solo. Una cultura che ci spinge ad evitare i problemi, che ci propone “soluzioni” di (apparente) comodo, che non contempla il mettersi in discussione perché secondo il dilagante relativismo va bene tutto se piace a te. Poi magari non ti piacerà più e ne soffrirai, ma questo è un altro discorso. Ecco allora la solitudine dell’uomo che pensa di doversi fare da sé, di dover essere autosufficiente, padrone della vita e del proprio destino, ottica nella quale il “fuori programma” appare pertanto come un fallimento o come una sfortuna, al quale va posta una soluzione per rimettere le cose “a posto”. La cultura della morte ci offre tante finte soluzioni, l’aborto di un figlio ne è una, ma ce sono purtroppo tante altre. Che sia un discorso più ampio e profondo ne è conferma anche il fatto che le necessità economiche e materiali sono l’aiuto meno richiesto dalle donne in gravidanza che si rivolgono a noi. Come associazione, e come cristiani, vogliamo offrire un punto di vista diverso a partire dalla nostra testimonianza di vita, vogliamo offrire un sostegno (umano, psicologico, spirituale oltre che materiale se occorre) che aiuti a vedere la propria vita e quella dei figli, nella sua preziosità ed unicità, che aiuti ad allargare l’orizzonte al di là dei nostri piccoli schemi ed ideali di felicità, che aiuti a trovare un senso anche quando le difficoltà e la sofferenza sembra non ne abbiano.

Educare alla pienezza della vita, come afferma il titolo del messaggio episcopale di quest’anno, riassume bene l’obiettivo a cui vogliamo tendere, sicuramente è un obiettivo molto alto ma siamo chiamati a provarci. Nei quasi cinque anni di attività abbiamo aiutato oltre tremila persone, tra donne sole e coppie, la maggior parte di queste purtroppo sono arrivate da noi troppo tardi perché potessimo aiutare i loro bambini a nascere, ma abbiamo potuto aiutare loro accogliendole con il loro dolore e sostenendole in un percorso di consapevolezza e di guarigione, seppur lungo e doloroso. Per chi ci ha trovati prima abbiamo potuto fare molto di più e anche grazie al nostro aiuto sono nati già più di 350 bambini.

 

fonte www.corrierecesenate.it

 

Mercoledì, 05 Gennaio 2011 09:10

tre domande per il dono onlus

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L’associazione IL DONO, recita la descrizione sul sito internet, si occupa di offrire sostegno alla gravidanza indesiderata e alle conseguenze dell’aborto volontario. Nel dibattito sull’aborto di cui spesso sentiamo parlare forse si perde di vista appunto questo, cioè la vicenda personale a fronte della questione diritti – della donna, del nascituro ma mai del fatto che se si arriva a contrastare la natura delle cose e quindi che ad una gravidanza corrisponda una nascita, c'è dietro un grande dolore, prima o dopo. Ma perché le donne chiedono l’aborto?

Se ci fosse un solo motivo in realtà sarebbe più semplice arginare la richiesta di aborto. Tutti noi se volessimo fantasticare intorno a questo penseremmo certamente ai motivi economici come quelli più immediati. Sì, certamente la crisi economica c’è, il lavoro è precario e via dicendo ma la pratica quotidiana ci confonde di fronte ai dati di fatto che famiglie “povere” accolgono figli in sovrannumero senza grandi tragedie , mentre famiglie più benestanti non ne vogliono. Allora il dato principale non è quello economico. Si chiede l’aborto per paura. Paura del nuovo potremmo definirla, paura di cambiare i progetti che abbiamo in mente sulla nostra vita, paura di essere destabilizzati in un equilibrio emotivo probabilmente a fatica costruito; paura di perdere di essere messi in discussione da quello che gli altri – più o meno vicini – pensano di noi. Paura di non essere felici, quando uno schema di felicità in mente ce l’abbiamo, come è giusto, e un figlio (il primo in un momento che proprio non ci voleva? Il terzo quando ormai abbiamo già raggiunto un equilibrio come coppia? Malato e quindi cui non posso offrire una adeguata qualità di vita?) sembra venire a rompere le uova nel paniere. La cosa che è difficile in quel momento , vedere è che si sta costruendo a lungo termine e la nostra vita non è fatta a scomparti: non si può chiudere il cassetto con dentro l’esperienza “figlio imprevisto” come se niente fosse, e non si arresta tutto al momento della “soluzione del problema” , proprio perché la normale conseguenza di una gravidanza è una nascita e non una morte, ed una persona tanto importante come un figlio, anche un figlio di pochi millimetri, non può passare inosservato nella propria vita.

Ma, proprio a proposito di questo..perchè se l'interruzione di gravidanza è volontaria, le donne che la compiono in piena libertà poi dovrebbero star male? Non si tratta forse di persone che avevano già altri problemi e poi riversano su quell'evento il loro star male causato da altro?

Ho conosciuto nella mia esperienza persone che di problemi ne avevano  molti nel loro background ma ancora più persone che di problemi non ne avevano, almeno non da giustificare l’angoscia e quel profondo star male che è di una ferita grande. Il punto non credo sia principalmente la volontarietà. Certo essa gioca un ruolo importante..ma il centro dello stare male è il contatto con la morte. E di conseguenza, ribaltando l’ottica, con la vita che prima c’era. Questo è un passaggio obbligato, perché un lutto c’è, una vita c’era, piccola, meno piccola ma c’era eccome. Una donna che perde spontaneamente un figlio lo ricorderà tutta la vita, non potrà dimenticare, anche avendo altre gravidanze, che quella volta è rimasta incinta e la gravidanza non è arrivata a termine. Ma se una donna pensa questo di un esito naturale, perché non dovrebbe pensarlo in una ivg? Solo perché vi abbiamo apposto vicino la qualifica volontario forse quello diventava “meno figlio”? o forse, soltanto perché quel figlio aveva vicino due paroline magiche “non-voluto” che quindi non deve suscitare pianto per il lutto seguente al suo non più esserci? Ovviamente a questo, sì, si aggiunge la volontarietà dell’assenza, che quel figlio fosse stato per lui era ancora lì, ed è stato invece nostro preciso volere che non ci fosse. Per questo, l’insinuazione spesso portata contro l’esistenza di una vera e propria sindrome post abortiva, che le donne che si presume ne soffrano fossero già precedentemente psicologicamente instabili è solo un ennesimo schiaffo in faccia alla donna, cui viene offerta la soluzione più squallida con l’aborto e gli viene pure detto “se stai male è perché eri già una frustrata depressa, non certo perché è tuo figlio c’era e ora non c’è più”. Questo non dipende affatto da un retaggio culturale religioso. Donne di ogni cultura e religione, in Cina in India..soffrono ugualmente per gli stessi motivi. La conseguenza diretta della gravidanza, non dimentichiamolo, resta il parto, mentre per ogni morte si necessita un tempo di lutto e negarselo ostinandosi a dire va tutto bene non aiuta affatto, incancrenisce.

Cosa offrite all’atto pratico a chi si rivolge a voi per una gravidanza indesiderata o dopo un aborto?
Per quando riguarda la gravidanza, certamente ci si aspetta che io risponda progetti economici.. si certamente ci sono anche dei sussidi economici, distribuzione gratuita di pannolini, latte, vestitini..ma come dicevo all’inizio la parte più complessa e di cui c’è più bisogno non è questa. Offriamo un percorso umano di crescita, che serve tanto a chi è incinta e non sa cosa fare che a chi ha abortito a prendere contatto con la vita che ha piuttosto che con quella che avrebbe voluto avere, perché smetta di inseguire uno schema e si renda capace di rispondere attivamente al reale. Per chi si presenza in gravidanza questo percorso consta di un affiancamento umano per tutto il tempo che la persona riterrà necessario e non soltanto finalizzato alla nascita; tendiamo a valorizzare le potenzialità della persona aiutandola a riscoprire in sé stessa le risorse di cui ha bisogno. Questo avviene anche attraverso il confronto con altre mamme che hanno vissuto la stessa situazione partendo comunque sempre da un vissuto esperienziale.

Per quanto riguarda il post aborto il nostro è un percorso di consapevolezza che vuole integrare l’atto dell’aborto in una visione più ampia che abbracci tutta la vita della persona, non decontestualizzarlo, né edulcorandolo. Non si tratta di motivare la scelta fatta, cioè di trovargli giustificazioni più o meno valide che suonerebbero come una pacca sulla spalla e non porterebbero da nessuna parte. Si tratta di affrontare un lutto, e di conseguenza prendere contatto con quello che è successo in tutte le sue sfaccettature per poterlo elaborare. Soltanto dalla piena coscienza di quello che è avvenuto è infatti possibile un vero percorso fatto di scelte nuove e di rinascita.

Giovedì, 11 Novembre 2010 13:09

quando la vita diventa una grazia

Scritto da

La onlus Il Dono accoglie donne traumatizzate dall’esperienza dell’aborto o alle prese con gravidanze impreviste

Una ragazza di 19 anni, con aspettative per il suo futuro, programmi già stilati, che fantastica su “cosa farà da grande”, rimane incinta di un ragazzo. Se fosse un film sul genere Sliding doors, potremmo ‘divertirci’ a vedere cosa accade in due modalità diverse: se abortisce o se tiene il bambino. La psicologia oggi afferma che per la donna che affronta un aborto, c’è un rischio depressivo che è notevolmente maggiore rispetto a chi non vive questa esperienza.

Sicuramente ci sarebbe da decidere cosa farne anche del rapporto con questo ragazzo… Continuerebbero, si sposerebbero? Lei realizzerebbe tutto quanto progettato? E, soprattutto, sarebbe felice? Questi dati non li abbiamo. Ne abbiamo però altri: la stessa ragazza, sempre 19enne, sempre rimasta incinta del suo ragazzo. Ma non abortisce e la sua vita si sviluppa in modo incredibile, nonostante “l’inatteso dono” di un figlio, portando grande frutto. Questo è un dato che conosciamo, e conosciamo anche la ragazza in questione! Si chiama Serena Taccari, oggi, non è più 19enne e non ha più soltanto un figlio. Il suo ragazzo, oggi, è suo marito, e insieme a lei vive la straordinaria avventura di chi ha trasformato il “non programmato” in un servizio che difende la vita. Ma sentiamo tutto dalla sua “viva voce”.

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