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Lunedì, 10 Giugno 2013 21:57

Il coraggio di una madre

Penso sia capitato a chiunque di ascoltare la storia di qualche persona che, facendo la fila dal medico, alle poste o sull’autobus, inizia parlando del più e del meno e finisce per raccontarti qualcosa di importante, qualcosa che, nel bene o nel male, finisce per insegnarti tanto.

E’ successo anche a me, qualche tempo fa, di iniziare parlando dei confetti delle prime comunioni e finire con l’ascoltare la sofferenza di una madre che, messa davanti alla scelta tra la morte e la vita, ha avuto il coraggio di scegliere la vita, nonostante le mille difficoltà.

Tutto è iniziato dalla gioia, la gioia di scoprire che dentro di sé è arrivato qualcuno, qualcuno che non era mai esistito e che ora inizia a vivere dentro di lei, frutto dell’amore al suo sposo, quello sposo a cui non vede l’ora di comunicare la novità che sta per entrare nelle loro vite. Ma ecco che il calore della gioia si trasforma nel freddo del dolore, sì, il dolore di un marito che decide di andare via, senza nessun preavviso, senza nessun segnale; in silenzio va via, abbandona la sua sposa e la sua casa, lascia tutto, anche quel figlio che inizia appena ad esistere. E qui il freddo dell’abbandono diventa ghiaccio gelido della morte, lui quel figlio non lo vuole proprio, e mette quella che fino ad allora era stata la sua donna davanti ad un bivio improponibile: chiede la morte di quello sconosciuto che ora sembra soltanto mettere un freno alla sua libertà… E scappa via.

Quella donna è sola, ma quella donna ha tanto, tanto coraggio, quel coraggio che solo una donna innamorata può avere; il coraggio che nasce dalla consapevolezza di essere donna e madre, il coraggio di chi sa che deve custodire e trasmettere la vita! E quella donna dice un secco no a quella proposta di morte, un no così determinato che ha generato il sì più bello di tutta la sua vita, il sì che ogni donna compie dentro di sé accogliendo quell’esserino che da un secondo all’altro inizia ad esistere dentro di lei.

Nessun combattimento dentro di lei, tanto dolore, questo sì, ma nessun tentennamento: lei quel bambino lo ha accolto fin dal primo istante in cui lo aveva percepito e non avrebbe permesso a nessuno al mondo di portarglielo via.

Nelle parole di quella donna percepisco tutta la sua fatica per essere stata sola, ma anche tanto amore e tantissima generosità, la generosità di cui solo una vera madre è capace; percepisco anche il dolore che è ancora vivo, nonostante siano passati tanti anni e adesso quel bambino, grazie a lei, è diventato un uomo. Il viso si accende di una vivissima emozione, quasi di rabbia, quando mi rivela la sua più grande ferita: «potrei perdonargli tutto, tutto il male che mi ha fatto, ma non potrò mai perdonargli di aver attentato alla vita di mio figlio!»

E’ la mia fermata, saluto e scendo, in silenzio e a testa bassa…

Nel tragitto verso casa penso e ripenso a quelle parole, e non riesco a trattenere le lacrime quando lo racconto.

Nonostante i decenni passati, quella madre sente ancora vivo il dolore di quella piaga di cui, grazie al suo coraggio, è stata solo sfiorata, e a cui ha saputo reagire con tutta la sua forza. Adesso la sua vita è felice, piena dell’amore di quel figlio che ha saputo proteggere e che le volevano portare via.

Io dopo quell’incontro sento come un peso sullo stomaco e mi sento di darvi un consiglio, affinché il dolore di quella donna non si ripeta mai più: ragazzi, siamo noi che dobbiamo difendere la vita dei più deboli, siamo noi gli uomini, abbiamo perciò il coraggio di lottare e di difendere con le unghia e con i denti e, se necessario, persino con la nostra stessa vita, la vita di chi è più indifeso, di chi ci è affidato; diventiamo veri uomini e non codardi che scappano, veri uomini sull’esempio di questa donna e insieme a lei di tantissime altre donne e ragazze che, più forti degli uomini, hanno saputo dire sì alla vita, sfidando tutto e tutti.

di Melchiorre Mirko Noto 

 

 Penso sia capitato a chiunque di ascoltare la storia di qualche persona che, facendo la fila dal medico, alle poste o sull’autobus, inizia parlando del più e del meno e finisce per raccontarti qualcosa di importante, qualcosa che, nel bene o nel male, finisce per insegnarti tanto.

E’ successo anche a me, qualche tempo fa, di iniziare parlando dei confetti delle prime comunioni e finire con l’ascoltare la sofferenza di una madre che, messa davanti alla scelta tra la morte e la vita, ha avuto il coraggio di scegliere la vita, nonostante le mille difficoltà.

Tutto è iniziato dalla gioia, la gioia di scoprire che dentro di sé è arrivato qualcuno, qualcuno che non era mai esistito e che ora inizia a vivere dentro di lei, frutto dell’amore al suo sposo, quello sposo a cui non vede l’ora di comunicare la novità che sta per entrare nelle loro vite. Ma ecco che il calore della gioia si trasforma nel freddo del dolore, sì, il dolore di un marito che decide di andare via, senza nessun preavviso, senza nessun segnale; in silenzio va via, abbandona la sua sposa e la sua casa, lascia tutto, anche quel figlio che inizia appena ad esistere. E qui il freddo dell’abbandono diventa ghiaccio gelido della morte, lui quel figlio non lo vuole proprio, e mette quella che fino ad allora era stata la sua donna davanti ad un bivio improponibile: chiede la morte di quello sconosciuto che ora sembra soltanto mettere un freno alla sua libertà… E scappa via.

Quella donna è sola, ma quella donna ha tanto, tanto coraggio, quel coraggio che solo una donna innamorata può avere; il coraggio che nasce dalla consapevolezza di essere donna e madre, il coraggio di chi sa che deve custodire e trasmettere la vita! E quella donna dice un secco no a quella proposta di morte, un no così determinato che ha generato il sì più bello di tutta la sua vita, il sì che ogni donna compie dentro di sé accogliendo quell’esserino che da un secondo all’altro inizia ad esistere dentro di lei.

Nessun combattimento dentro di lei, tanto dolore, questo sì, ma nessun tentennamento: lei quel bambino lo ha accolto fin dal primo istante in cui lo aveva percepito e non avrebbe permesso a nessuno al mondo di portarglielo via.

Nelle parole di quella donna percepisco tutta la sua fatica per essere stata sola, ma anche tanto amore e tantissima generosità, la generosità di cui solo una vera madre è capace; percepisco anche il dolore che è ancora vivo, nonostante siano passati tanti anni e adesso quel bambino, grazie a lei, è diventato un uomo. Il viso si accende di una vivissima emozione, quasi di rabbia, quando mi rivela la sua più grande ferita: «potrei perdonargli tutto, tutto il male che mi ha fatto, ma non potrò mai perdonargli di aver attentato alla vita di mio figlio!»

E’ la mia fermata, saluto e scendo, in silenzio e a testa bassa…

Nel tragitto verso casa penso e ripenso a quelle parole, e non riesco a trattenere le lacrime quando lo racconto.

Nonostante i decenni passati, quella madre sente ancora vivo il dolore di quella piaga di cui, grazie al suo coraggio, è stata solo sfiorata, e a cui ha saputo reagire con tutta la sua forza. Adesso la sua vita è felice, piena dell’amore di quel figlio che ha saputo proteggere e che le volevano portare via.

Io dopo quell’incontro sento come un peso sullo stomaco e mi sento di darvi un consiglio, affinché il dolore di quella donna non si ripeta mai più: ragazzi, siamo noi che dobbiamo difendere la vita dei più deboli, siamo noi gli uomini, abbiamo perciò il coraggio di lottare e di difendere con le unghia e con i denti e, se necessario, persino con la nostra stessa vita, la vita di chi è più indifeso, di chi ci è affidato; diventiamo veri uomini e non codardi che scappano, veri uomini sull’esempio di questa donna e insieme a lei di tantissime altre donne e ragazze che, più forti degli uomini, hanno saputo dire sì alla vita, sfidando tutto e tutti.

 

di Melchiorre Mirko Noto 

fonte:  prolifenews.it  del 10 giugno 2013

Pubblicato in per riflettere
Sabato, 23 Luglio 2011 23:00

il dono della vita

Fa caldo… è il 28 luglio. Il 28 Luglio 1983… una coppietta si appresta a varcare la soglia di una congregazione di suore che si occupa di bambini abbandonati, c'è una bambina che li aspetta.
Premessa: questa bambina doveva essere un maschio, di nome Stefano,con la sindrome di Down; “ lo volete lo stesso?”- “beh, si…perché no? E’ sempre un figlio”.. e invece poi per vicissitudini misteriose diventa una bambina, di soli 60 giorni, e si chiama Martina.
Martina sono io, e loro, sono i miei genitori.
Esattamente due mesi dopo la mia nascita sono stata adottata, da una coppia giovane (27 e 30 anni) che non poteva avere figli…anzi, avrebbe potuto, ma con altri “partners” (bizarra la vita!). Fatto sta che tra loro niente, e allora che si fa? Sono tanti i tentativi di chi desidera un figlio e non può averlo: terapie, colloqui, sbattuti da uno specialista all’atro, che ti rigira come un pedalino e poi emette la condanna: non c’è niente da fare. E allora che si fa? L’adozione è da sempre circondata da un velo di mistero: chissà che ci capita, troppo grande , troppo piccolo, troppo scuro, troppo chiaro, troppo così e troppo cosà… e molti si arrendono, e magari lo fanno in vitro, tipo Lego. Comunque , loro due scelgono di buttarsi in questo enorme pentolone fatto di psicologi e cervelloni, ospedali, documenti, timbri, tribunali dei minori, e tutte quelle cose schiaccianti che mettono alla prova la psiche umana per stabilire se davvero questo figlio lo vuoi o se vuoi soddisfare il tuo ego. E’ difficile: giri per migliaia di uffici, parlando con tantissime persone, che stanno li a farti il terzo grado per valutarti.
Poi arriva la sentenza: idoneo ( o meno).

Allora tu impazzisci: oddio e mo?? Che succederà? Chi arriva? Nel mio caso dovevo essere un maschio di circa sei mesi (l’età va in base all’età dei genitori, più sono giovani e più c’è la possibilità di spupazzarsi un poppante, sennò ciccia, ti prendi quello grande), con la sindrome di down, quindi un caso difficile, ma non impossibile; e allora va bene, vada per Stefano.
Passa il tempo, e non è più Stefano, ma una femminuccia, si chiama Martina (ero già nominata, i miei non hanno dovuto fare lo sforzo ) ed ha due mesi. Ed è sana (più o meno ;) ).
Allora ci si inizia a preparare, il carrozzino, il biberon ,il bavaglino, 70 pacchi di pannolini, oddio e adesso saremo capaci? Bo, hai preso il ciuccio? No! Vabbè lo compriamo strada facendo, ma c’è una farmacia? Ah si eccola…

...e poi ci siamo.

La storia non la so benissimo, perché in fondo, io ero il batuffolo di 3 kg che aspettava quindi non è che abbia molti ricordi… però so che mi hanno vista, ed ero… proprio bella! Due occhioni enormi, pelata e lunga, lunghissima…e soprattutto, FIGLIA.
Torniamo a casa, i parenti, gli amici, i nonni, e tutto il palazzo con il fiato sospeso non vedonol’ora di conoscere questo frugoletto che con tanto amore è stato accolto. E arrivo io, nella mia elegante Inglesina di velluto blu come nelle migliori favole…e vissero felici e contenti nel mondo delle fate.

Però. Se con tanto amore un figlio è stato accolto, con altrettanto amore è stato messo al mondo. “I figli sono di chi li cresce” dicevano le nonne e tutta una serie di tradizioni popolari,e siamo tutti d’accordo, “ tu non devi pensare che quella non è tua Madre solo perché non ti ha partorito”..ma io guarda sto benissimo e in pace, tranquilli! E poi c’è il dialogo standard, che chi è adottato conosce a memoria, che si sviluppa in due modi:

1)
[ discorsi generici sulla vita e la famiglia quando chi hai davanti NON SA che sei adottato, generalmente quando si parla di tratti genetici]…
A:ma invece tu, nella tua famiglia soffrono di qualche patologia?

B: no vabbè sai, io sono adottata quindi questa cosa non la so..

A: [faccia rigida come un marmo di carrara]…ODDIO SCUSA…mi dispiace cosi tanto. Scusami davvero.

ODDIO SCUSA. Ti dispiace? Scusami ma è della mia vita che stiamo parlando, te dispiace di che? Ma che è una malattia? E rido come una matta.

2)
[discorsi generici sulla vita e la famiglia quando chi hai davanti SA che sei adottato]
A: senti ma te la posso fare una domanda?

B: certo, dimmi!

A: ma tu, questa cosa, dell’adozione intendo…cioè… come l’hai presa? Oh però se ti dispiace non ne parliamo eh? Sentiti libera!

B: AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH

Rido di nuovo come una matta.

Però capite quanto sia tabù questo argomento? Perche?? Perché è trattato alla stregua di una malattia degenerativa? Perché non se ne parla, perché “pare brutto”.
Nessuno ne parla mai, nessuno se lo chiede mai, ma io si: come deve essere quell’attimo sconvolgente in cui una Madre decide che non abortirà, ma che piuttosto si priverà del figlio per farlo vivere bene con degli estranei? Perché in fondo l’aborto è egoistico no? Io non ti posso avere, non ti avrà nessun altro. E invece no: l’alternativa c’è. Sono milioni le coppie che non riescono ad avere figli, e sono milioni i bambini che vengono abortiti. L’adozione può essere un compromesso no?

Certamente deve essere dura, perché tu te lo porti 9 mesi dentro, mica due giorni, lo senti scalciare, lo senti dormire, lo senti tossire, lo senti vivere…e poi non te lo tieni. Ho pensato mille volte a cosa possa essere passato nella testa di quella donna, mia mamma, mentre mi portava dentro.. e non sono sicura che sarei riuscita a fare lo stesso.

Oggi, a 28 anni suonati,con due genitori, due fratelli adottati anche loro, una cognata,una nipote di un anno e un gatto,a lei ci penso: che faccia ha? Com’è? Le somiglio?(per un figlio adottato, la mancanza di somiglianze è terribile!); mi chiedo cosa faccia, se sia ancora viva…Non so nulla di lei,però ci penso e mi chiedo anche cosa possa aver pensato, quel 28 maggio, mentre partoriva una creatura che non avrebbe tenuto con sé… non lo so, ma dovunque lei sia oggi la stimo e le sono grata per il dono della vita.

Perché la vita è un Dono, in ogni sua forma, e ti rendi conto che stiamo sempre sull’orlo del precipizio, magari fino a un minuto prima stai per essere abortito, e un minuto dopo sei di nuovo a casa perché tua mamma è stata coraggiosa. Questo è quello che auguro a tutte le donne, di essere coraggiose, e a quelle che in passato non lo sono state, auguro di sentirsi pronte a ricominciare a vivere, perché c’è sempre tempo per recuperare. C’è sempre tempo per ripartire da zero.

Pubblicato in testimonianze
Domenica, 27 Aprile 2008 15:34

per ogni parola non detta

Tutti sappiamo che i figli si fanno in due. Eppure quando si parla di gravidanza indesiderata - specie se non siamo di fronte a una famiglia già bella e costituita - sembra che improvvisamente questo figlio sia stato concepito per gemmazione o per qualche divino intervento: la donna è e deve essere lasciata sola a scegliere, a decidere, a proseguire il suo cammino, in qualunque direzione questo vada.

Pubblicato in mamme e dintorni