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Non mi rassegno

Non mi rassegno

No, non mi rassegno a considerare il bambino nel grembo come una cosa, non mi rassegno alla legge che permette di sopprimere una creatura, non mi rassegno ad una cultura che spudoratamente presenta l’aborto come un diritto.

di don Silvio Longobardi

7 febbraio 2016 

Non mi rassegno all’idea che un bambino possa essere oggetto di una compravendita, come avviene con la maternità surrogata. E non mi rassegno neppure al silenzio di alcuni settori della Chiesa e spesso proprio quelli più sensibili ai temi della solidarietà e più attenti ai bisogni dei più poveri. Non mi rassegno perché so che in ogni creatura, anche la più piccola, c’è una stilla di quell’immagine che Dio ha disegnato nel cuore dell’uomo.

Grazie a Dio non mancano gli apostoli della vita, quelli che a prezzo di non pochi sacrifici, e senza ricevere alcun riconoscimento sociale, s’impegnano per aiutare le mamme ad accogliere la vita. Ma non sono mai sufficienti. Abbiamo bisogno dell’aiuto dei santi. Quest’anno lo chiederò a san Pio da Pietrelcina, un santo molto amato dalla gente ma poco gradito ai benpensanti, anche a quelli che fanno professione di fede. Papa Francesco non è tra questi, anzi ha voluto che le sacre spoglie del santo del Gargano fossero portate in Vaticano nell’Anno della Misericordia. Padre Pio non conosceva il linguaggio forbito della teologia ma sapeva usare parole di fuoco come i profeti: “Il giorno in cui gli uomini perderanno l’orrore dell’aborto, sarà un giorno terribile per l’umanità”. Quando parlava dell’aborto diventava una furia, diceva che aveva il dovere di parlare perché “a lasciarli in buona fede mi sentirei coinvolto nei loro stessi delitti”. La misericordia non calpesta la verità perché il vero amore desidera sciogliere le catene dell’ignoranza.

Voglio affidare la causa della vita anche a Madre Teresa di Calcutta che quest’anno sarà proclamata santa. Diversamente da altri autorevoli testimoni della carità, ella considerava anche i bambini non ancora nati come poveri, anzi diceva che erano più poveri degli altri perché nessuno poteva ascoltare il loro grido. In una conferenza, che fece a Milano, in un periodo in cui il mondo viveva ancora sotto la minaccia nucleare, disse, pesando bene le parole: “l’aborto rappresenta la forma peggiore di distruggere la pace, perché nell’aborto si commettono due delitti: si uccide il nascituro, e si uccide la coscienza della madre”. E aggiunse: “Certe persone hanno paura delle armi nucleari, delle bombe, perché toccano loro direttamente, ma l’uccisione di un bambino innocente non fa loro paura e quel bambino non può difendersi”. Parlava all’Università cattolica di Milano. Vi consiglio di scrivere queste parole perché nella marea di libri e articoli che nei prossimi mesi saranno pubblicati su Madre Teresa, difficilmente troverete frasi come queste, anche nell’editoria cattolica.

Papa Francesco chiede a tutti gli uomini di buona volontà di vincere l’indifferenza. Il primo passo è quello di abbattere il muro di silenzio, che sempre più spesso coincide con l’omertà. Uccidere un bambino vuol dire soffocare la speranza della vita, rinnegare la più elementare espressione della fraternità umana. Una sapienza antica che oggi non appartiene più alla grammatica culturale. Chi ha custodito la ragione non può tacere per quieto vivere o per viltà. Amici, è tempo di svegliarsi.