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marketing prolife

Potere del marketing: nella californiana Silicon Valley, coesistevano due realtà. Da un lato il Community Pregnancy Center (Centro pubblico per la gravidanza), dall’altro la Planned Parenthood (Pianificazione familiare).

 

Per una donna incinta, alla apparente freddezza del primo centro, presumibilmente gestito da disincantati medici stipendiati dalla pubblica amministrazione, faceva riscontro la modernità e la consapevolezza di una società, la “PP”, in cui magari altri genitori, altre coppie, altri privati mettevano a disposizione la propria esperienza reale. In realtà la “PP” è una vera e propria fabbrica di aborti, che spinge le donne incinte a fare sempre e soltanto la “scelta migliore”, cioè a disfarsi del figlio in arrivo, anche perché per le cliniche fare un aborto è molto meglio remunerato che assistere ad un parto.

Il Community Pregnancy Center, costituito da personale pro-life, ha quindi deciso di cambiare nome e sede. È diventato “Real Options”(Scelte Vere), prendendo una denominazione decisamente più accattivante, e si è spostata nei pressi dell’edificio della “PP”, guadagnando maggiore visibilità.

I risultati sono andati al di là di ogni più rosea aspettativa: la direttrice del centro, Valerie Hill, ha affermato che, quando il suo era un anonimo centro medico pubblico, «non più di 100 bambini venivano salvati dall’aborto ogni anno. Ma da quando abbiamo cambiato gestione ed offerto una ecografia gratuita alle donne in stato interessante che facevano da noi il test di gravidanza, potendo seguire direttamente le future mamme, il numero dei bambini salvati è salito in pochi anni a quasi 300. Era il 2010. Poi abbiamo spostato la nostra sede vicino a quella di Planned Parenthood, ed il numero è salito subito a 568. L’anno scorso, i bambini salvati sono stati ben 729. Quest’anno vogliamo superare le mille unità».

Valerie Hill, oggi cinquantaseienne, si batte da tempo contro l’aborto: «Io stessa, trentun anni fa, mi sottoposi ad una interruzione di gravidanza: avevo appena divorziato, ero depressa e pensavo che la mia vita fosse già abbastanza dura con una figlia a carico per accollarmi un altro figlio. Il risultato fu opposto: caddi in una depressione ancor maggiore e poi in un trauma post-abortivo. Quella dell’aborto fu la scelta peggiore che io potessi fare».

Ed ora, dedica tutto il suo tempo ad aiutare altre donne a non fare lo stesso errore.

 

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